Giuseppe di Arimatea al tempo del coronavirus

Andare oltre il dolore per dare ordine e dignità anche alla morte nella sublimità del “Compianto su Cristo morto” di Niccolò dell’Arca
Francesca Morselli 3 settimane fa
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di Francesca Morselli


In questo tempo difficile, che per molti ha comportato il distacco dagli affetti o persino la perdita di persone care, un’opera d’arte bellissima, poco conosciuta, nonostante sia facilmente accessibile, aiuta la riflessione.

È il Compianto su Cristo morto, ammirabile nella chiesa di Santa Maria della Vita a Bologna, a pochi passi da Piazza Maggiore, di cui è autore Niccolò dell’Arca (1435ca.-1494), scultore di origini baresi che si stabilì a Bologna verso il 1460. A Bologna il dell’Arca ricevette alcune commissioni, tra le quali qualcuna delle formelle dei finestroni del lato est della basilica di San Petronio e si contraddistinse come maestro di figure in terracotta.

Il gruppo scultoreo del “Compianto” è composto da sette figure a grandezza naturale in terracotta (sono state trovate tracce di policromia, che indicano come una volta fosse tutto colorato), disposte a semicerchio attorno al corpo di Cristo. Gesù è steso a terra, morto, con le mani incrociate sul ventre e la testa appoggiata su di un cuscino. Sua madre gli è al fianco, con le mani incrociate e la bocca spalancata in un urlo misto di dolore e orrore. Santa Maria Maddalena accorre dalla parte opposta, le vesti gonfiate dal vento, emettendo quello che sembra un urlo straziante, così come urla anche santa Maria di Cleofa, stringendosi le gambe tra le mani, e santa Maria di Salomè, che protrae le mani in avanti come per non voler vedere lo scempio.

E poi c’è san Giovanni, raccolto compostamente con la mano destra che regge il viso, sgomento ed incredulo davanti a ciò che sta vivendo. Un’altra figura se ne sta in disparte in abiti quattrocenteschi, assistendo alla scena in un modo che sembra voler coinvolgere lo spettatore con lo sguardo. Lo si è identificato in san Giuseppe di Arimatea, membro illustre del sinedrio che chiese a Pilato il corpo del Signore per avvolgerlo in un lenzuolo pulito e depositarlo in quel sepolcro nuovo, scavato nella roccia, nei pressi del Golgota, a Gerusalemme, che possedeva e che ancora non era stato utilizzato.

La scena rappresenta il dolore universale, un grido contro una morte ingiusta che si alza verso il Cielo. Nel dramma umano odierno che ancora oggi si sta vivendo, il Giuseppe di Arimatea del dell’Arca ricorda l’importanza del gesto caritatevole e pietoso su un corpo esanime rappresentato da una sepoltura degna. Il suo sguardo è infatti quello che oltrepassa il dolore per dare ordine e dignità anche alla morte.

PREGHIERA

O Dio, che nella tua infinita bontà

hai scelto Giuseppe d’Arimatea (e Nicodemo)

per seppellire in un sepolcro nuovo il corpo

del tuo amatissimo Figlio deposto dalla croce,

fa che noi, fatti simili

e sepolti insieme con lo stesso tuo Figlio nella morte,

risorgiamo insieme con lui alla vita che non ha fine.

Egli è Dio e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Sabato, 13 giugno 2020

Categorie:
  Arte, Via Pulchritudinis
Autore

 Francesca Morselli

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Nata a Mantova il 6 marzo 1964 dove risiede, nel 1990 si è laureata in Architettura, presso l’Università degli studi di Venezia, con una tesi di storia dell’architettura dal titolo “ Mantova 1866 -1927: architettura e città”. Dopo il conseguimento dell’abilitazione di architetto ha lavorato in studi professionali a Torino e Mantova. Ha in seguito conseguito l’abilitazione per guida turistica per la provincia di Mantova e l’abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte nelle scuole secondarie di secondo grado dove tutt’ora insegna. Ha pubblicato articoli per la rivista La Roccia trattando argomenti su turismo e arte.