«Humanae Vitae» a cinquant’anni dalla sua promulgazione

Alleanza Cattolica 2 anni fa
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Card. Angelo Bagnasco, Cristianità n. 393 (2018)

 

Intervento pronunciato dall’arcivescovo di Genova, card. Angelo Bagnasco, al convegno su «Humanae Vitae». Un faro per l’amore vero, tenutosi il 13 ottobre 2018 nella Sala Quadrivium di Genova. L’iniziativa è stata organizzata e patrocinata da Forum Ligure delle Associazioni Familiari, Confederazione Italiana Regolazione Naturale Fertilità, Centro Aiuto alla Vita, Movimento per la Vita, Difendere la Vita con Maria, Alleanza Cattolica, Santuario di Arenzano e arcidiocesi di Genova. Il testo è stato pubblicato nel sito web <http://­www.chiesadigenova.it/home_page/arcivescovo/00368724_50__anniversario_dell_Enciclica_Humanae_Vitae.html>, consultato il 4-11-2018. Le note e le inserzioni fra parentesi quadre sono redazionali.

 

«Humanae Vitae» a cinquant’anni dalla sua promulgazione

 

Sono lieto di partecipare a questo incontro nel 50° anniversario dell’enciclica Humanae vitae del beato Paolo VI [1963-1978] che domani sarà canonizzato in San Pietro. Eleviamo a Lui la nostra preghiera, perché ci doni la chiarezza e il coraggio che ebbe il Santo Pontefice per amore delle anime secondo il mandato di Cristo: «Pietro, pasci le mie pecorelle».

Ringrazio gli organizzatori e i relatori, che generosamente si sono resi disponibili, ed auguro che questo momento sia un’occasione per crescere nella fede. Mi è stato chiesto un saluto con qualche riflessione iniziale a cui far seguire gli opportuni approfondimenti.

 

Parte prima

 1. Una prima considerazione: vorrei partire — sulla linea dell’en­ciclica — dai tre fattori che hanno suggerito a Paolo VI di affrontare il tema dell’amore coniugale e della trasmissione della vita.

a. La prima circostanza, com’è noto, è stato «il timore che la popolazione mondiale (crescesse) più rapidamente delle risorse a disposizione» (Humanae vitae, d’ora in poi HV, 1). A tale riguardo, anche oggi viene agitata questa paura. Essa mi sembra quanto meno sospetta per due motivi: il primo perché di solito è connessa con qualche interesse di tipo commerciale da lanciare o da rafforzare; in secondo luogo mi chiedo come mai non si parli con altrettanto vigore di progetti concreti da finanziare, guidare e verificare, per la bonifica e lo sviluppo di sterminate aree del pianeta. Così mi chiedo perché risorse enormi di materie prime siano accaparrate da potenze e da lobby che non per nulla hanno a cuore le popolazioni più deboli, per le quali l’unica ricchezza sono i figli. Sono proprio queste potenze, palesi o nascoste, che — oltre a comprare con poco i beni di Paesi in via di sviluppo — mettono in campo politiche di intimidazione globale e di commerci lucrosi.

Solo a margine ricordo che — a proposito di politiche familiari — nessuno Stato ha l’autorità di prescrivere per legge il numero dei figli, negando così il diritto fondamentale dei coniugi. E mi chiedo perché — quando questo accade — non si alzi una protesta corale e forte come avviene per altre circostanze invece lodevoli in favore della vita e della famiglia.

b) Il secondo fattore che l’enciclica mette in evidenza è di natura propriamente culturale, e riguarda il «significato degli atti coniugali» in relazione all’amore specifico degli sposi. Su questo dovremo ritornare.

c) Infine, Paolo VI mette in evidenza una sfida che 50 anni fa già si intravvedeva e che oggi è esplosa con tutta evidenza: si tratta di quanto già Romano Guardini [1885-1968] scriveva nelle sue opere: «L’epoca futura non dovrà affrontare il problema dell’aumento del potere, anche se esso aumenta continuamente e a ritmo sempre più accelerato, ma quello del suo dominio […]. L’uomo dovrà risolversi ad essere forte come uomo, quanto il suo potere è grande come potere, oppure soccomberà al suo stesso potere e rovinerà» (Romano Guardini, [La fine della politica moderna.] Il potere, [Morcelliana, Brescia 1987, p. 112]). Il Papa esprime questa sfida di­cendo che l’uomo moderno «tende a estendere questo potere al suo stesso essere globale: al corpo, alla vita psichica, alla vita sociale, e perfino alle leggi che regolano la trasmissione della vita» (HV, 2).

2. La seconda considerazione previa dell’enciclica riguarda la competenza del Magistero in materia, cioè il suo diritto e dovere di indicare la via della verità morale e del bene. La questione era importante nel 1968, ma oggi non ha perso attualità. Anzi è aumentata almeno per due ragioni di carattere culturale che mi limito ad accennare.

a) La prima è un diffuso nichilismo valoriale, secondo il quale nulla ha valore assoluto, e quindi l’individuo è norma di se stesso: ogni scelta attinge il carattere morale non in rapporto ad un contenuto (principio) oggettivo, ma in rapporto all’autodeterminazione che la genera. Il relativismo pratico ha così il suo presupposto teoretico. Il soggetto umano sta subendo una metamorfosi per cui la persona viene trasformata in un individuo: egli passa da una auto percezione di tipo relazionale ad una di tipo individualistico, slegato dagli altri e dalle norme, libero in modo solipsista, insopportabilmente solo con se stesso. Il fenomeno del secolarismo, poi — che significa vivere come se Dio non ci fosse — conclude quella trasformazione antropologica che il mondo occidentale respira.

b) Vi è però una seconda ragione, più sottile, profonda e devastante. Essa si pone sul piano noetico, cioè della conoscenza: sta cambiando, infatti, il paradigma della ragione.

Come affermava Benedetto XVI [2005-2013], la ragione — che ha come scopo la conoscenza della verità — si è rinchiusa nel bunker del positivismo scientista, per cui è conoscibile solo ciò che è misurabile, ciò che cade sotto i nostri sensi esterni. Se solo questo ambito può essere oggetto di conoscenza, tutto il resto — se c’è — non è conoscibile, e quindi può essere dichiarato inesistente, comunque irrilevante per noi. Il mondo dello spirito, dei valori morali, del senso, viene confinato nella sfera del privato individuale e non ha diritto di cittadinanza nei discorsi, nella società, nella politica.

Il relativismo individualistico è giunto a svelare in modo sempre più palese il suo presupposto di fondo: mi sembra questa la sfida più decisiva della quale bisogna essere coscienti per essere responsabili come credenti e come cittadini. Questo presupposto è il progressivo distacco dalla realtà oggettiva, fino a concepire la dignità umana non più come una dimensione inerente ad ogni persona umana: ricordiamo che, per i cristiani, tale dimensione è radicata nell’essere creati da Dio come sua immagine.

Se, dunque, la dignità umana non è concepita come qualcosa che costituisce la persona nella sua interezza di corpo e di spirito, come allora viene intesa? Il materialismo evoluzionista afferma che la dignità umana si fonda nello spirito inteso come volontà del soggetto: in questa visione, il corpo non c’entra, è un accessorio, solo la volontà è umana. La conseguenza è che la dignità umana è nella volontà che si autodetermina fino a liberarsi dal suo corpo e dalle sue determinazioni. La dignità ontologica viene sostituita dalla dignità morale. Ci troviamo di fronte a un processo di spiritualizzazione dell’uomo che ricorda lo gnosticismo: se la vera dignità consiste nella volontà, allora si può usare il corpo come si vuole, usarlo come una cosa, strumento di ogni piacere possibile, oppure rifiutarlo fino all’annientamento o alla sua trasformazione. La manipolazione del corpo che la volontà decide, in questa logica è vista come il grado più elevato di dignità, in quanto il processo di trasformazione si avvicina maggiormente all’azione creatrice di Dio. In questa prospettiva paradossale, quanto più è artificioso e innaturale il rapporto con il corpo, tanto più si manifesta e si afferma la propria dignità.

In tale visione, il punto essenziale e originario sta nel riconoscimento o meno da parte della ragione della realtà: o si crede nella realtà, o si vuole creare la realtà. La sfida che è davanti a noi non è impossibile: dobbiamo entrare in questo agone culturale con fiducia, senza complessi e attrezzati innanzitutto del buon senso di base. Esso — anche se a volte è inquinato dai fantasmi accennati — ancora resiste nella gente che, alla scuola delle cose serie dell’esistenza, mantiene l’opzione di fondo rispetto alla concretezza oggettiva della realtà. Romano Guardini, nel secolo scorso, scriveva che l’uomo «occidentalista […] vive in un clima artificioso e malato» (Romano Guardini, Dostojevskij, cap. I).

 

 Parte seconda

 Nella seconda parte del mio intervento, vorrei toccare alcuni punti dell’enciclica, sapendo che altri potranno farlo meglio di seguito. Accenno a tre categorie dell’enciclica.

 

3. Il Papa parte dall’uomo che è creato da Dio per amore ed è chiamato nello stesso tempo ad amare. Il «da dove» l’uomo proviene rivela che egli ha una casa e un destino; ma anche gli manifesta ciò che è quindi la direzione di marcia per raggiungere se stesso, per compiersi nella fedeltà alla sua vocazione ontologica in quanto egli si riceve da Dio-Co­mu­nione d’amore. Di quell’origine l’uomo porta l’impronta, l’imma­gine e il dinamismo: egli è per sé e per gli altri dono, compito e promessa. La sua è una realtà data, posta da Dio nelle sue mani e affidata alla sua libertà e responsabilità morale. Questa intrinseca dignità deve diventare valore per il singolo, e dev’essere riconosciuta dagli altri in un percorso di azioni coerenti e quindi giuste: giuste perché coerenti alla verità di se stesso e degli altri. Tutto dell’uomo, pertanto, ogni sua azione non è mai solo una cosa o qualcosa di neutro, ma porta il sigillo della persona: anche le funzioni vitali di base, come mangiare e bere, riflettono questa impronta personalistica: si può mangiare da uomini o da altro!

Anche la sessualità non è «qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale» (San Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 11), e quindi deve essere «giusta» non in termini giuridici, ma in termini ontologici, deve esprimere ciò che l’uomo è, dono. Quando poi la sessualità è vissuta dai coniugi nel matrimonio, allora la donazione fisica è chiamata a corrispondere alla donazione personale totale, che il matrimonio richiede: «tutto tuo, tutta tua», sapendo che non vi può essere totalità senza la fedeltà e il per sempre. L’icona e il criterio dell’amore totale è Gesù crocifisso che dà la vita perché il mondo abbia la vita divina. Ogni atto dell’intimità sessuale riceve dignità non da sé, ma solo se riflette ciò che è la persona, se mantiene cioè il legame con la verità oggettiva della persona, che è amore che si dona nella pienezza del per sempre. Nulla umanamente — fuori della fusione dei coniugi che diventano una «carne» sola — può esprimere meglio la verità dell’intento del Creatore: «facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza: maschio e femmina li creò».

4. A questo punto può essere utile ricordare la distinzione tra ordine della natura e ordine biologico. Infatti, l’ordine della natura è più ampio della biologia, in quanto è soprattutto ordine dell’esistenza e del divenire: questo è meccanicistico, quello è personalistico, cioè ha a che fare con la struttura e l’intenzionalità della persona come vedremo. Per questa ragione, nei rapporti coniugali tra uomo e donna, l’ordine della natura, il cui fine è la riproduzione, si incontra con l’ordine delle persone: ordine che si esprime nel loro amore e tende alla sua completa realizzazione (cfr. HV, 12). Questi due ordini non si possono separare, poiché l’atteggia­mento nei confronti della procreazione è la condizione della realizzazione dell’a­mo­re, e perché la procreazione sia un atto veramente umano non può fare a meno dell’amore. Ciò è proprio solo del mondo delle persone.

Paolo VI ha avuto piena chiarezza del rapporto inscindibile del fine unitivo e di quello procreativo. Infatti, nella luce dell’amore trinitario, la verità dell’amore è essere dono totale, fedele, indissolubile che dà vita: è cioè fecondo. Rompere questo intreccio, significa sfigurare l’amore nel suo volto umano e divino, significa ridurre le persone — se stesso e l’altro — a strumento di piacere. Anche se tra i due vi è consenso, di fatto si rapportano come oggetto l’uno per l’altra: amare, infatti, non è mai utilizzare una persona. Bisogna ricordare, dunque, che l’ordine della natura deve essere umanizzato rispettando l’ordine delle persone nella loro complessità, e che l’unione coniugale non si identifica con l’unione nell’atto sessuale: è molto più grande. Ma anche l’ordine dell’amore deve rispettare l’ordine della natura per non diventare soggettivo ed egocentrico; deve cogliere in esso il disegno di Dio Creatore: l’apertura alla vita — che è farsi dono — qualifica l’amore in generale e in modo unico nell’ambito dei coniugi.

 5. L’enciclica — affermata la bellezza e la verità dell’amore coniugale in una visione personalista — prende in esame la responsabilità nel concepimento, la cosiddetta «paternità e maternità responsabili». Proprio perché tra persona e natura vi è un intreccio non esterno ma intrinseco, cioè come componenti essenziali dell’amore umano, il Papa esclude la contraccezione artificiale e considera legittimo l’uso dei periodi di fecondità della donna: la procreazione viene in questo modo limitata per via naturale (cfr. HV, 16). A volte si pensa che ricorrere ai periodi infecondi sia equivalente ai metodi anticoncezionali. Ma le considerazioni dell’enciclica invitano a guardare le cose in un altro modo.

a) Innanzitutto, in questo caso l’uomo e la donna non intervengono positivamente per una esclusione determinata, ma si adeguano alla natura e all’ordine che vi regna e che Dio ha voluto: ora, la fecondità periodica della donna è uno degli elementi di quest’ordine.

b) In secondo luogo i coniugi non devono escludere la procreazione dal loro orizzonte, e devono essere disposti ad accogliere un concepimento non cercato in quel momento. Il Papa mette in guardia dall’idea che basterebbe un orientamento generico dei coniugi circa l’apertura alla vita, per rendere buono ogni atto positivamente precluso al concepimento: «non è lecito […] fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordinato e quindi indegno della persona umana […]. È un errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda» (HV, 14).

c) Infine, l’adeguarsi ai ritmi della natura richiede l’attenzione e la conoscenza di se stessi, l’autodominio, l’ascesi, ma soprattutto la vita di preghiera personale e coniugale, la fiducia nella grazia di Dio e nella sconfinata forza del perdono sacramentale.

 

Sappiamo che la via è alta e che agli occhi del mondo appare come un’utopia o un giogo impossibile; sappiamo che può suscitare perplessità sincere, o anche reazioni di sufficienza o di derisione. La comunità cristiana non è una comunità di persone che si ritengono perfette, ma che desiderano — nonostante fragilità e peccati — essere fedeli al Signore, e che la loro, la nostra forza risiede nel nostro «nulla»: «Senza di me non potete far nulla». Grazie.

Card. Angelo Bagnasco

 

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