I disastri naturali fanno bene al PIL?

Maurizio Milano 3 anni fa
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Non bastano i disastri naturali che periodicamente si abbattono sugli sfortunati paesini del centro-Italia. Ai danni, umani e materiali, si aggiungono anche i commenti di chi dice che nella sciagura esiste però un risvolto positivo: la ricostruzione farà aprire dei cantieri, rilancerà l’occupazione, creerà ripresa e benessere.

Ma è davvero così? Viene in mente la famosa fallacia della “finestra rotta”.

Un giorno un ragazzino ruppe il vetro della finestra di casa. Al padre comprensibilmente infastidito venne detto che in realtà ciò avrebbe avuti degli effetti molto positivi per tutta la città. Il denaro speso per la sostituzione del vetro avrebbe infatti consentito al vetraio di acquistare del pane dal panettiere, che a sua volta avrebbe potuto acquistare delle scarpe dal calzolaio, che quindi avrebbe fatto altre spese, e così all’infinito, innescando un circolo virtuoso di crescita dei consumi e dei redditi. A vantaggio di tutti. Il ragazzino non era un vandalo, ma un benefattore!

Intrigante, ma le cose non stanno così. Si tratta, infatti, di un famoso “falso ragionamento”, smascherato dall’economista francese Frédéric Bastiat (1801-1850) nel suo famoso saggio del 1850, “Ciò che si vede e ciò che non si vede”.

Ma perché il ragionamento è sbagliato? Semplicemente perché il focus è soltanto su quello che si vede – l’incremento di redditi e consumi indotti dall’evento infausto – mentre non si guarda a quello che non si vede: il denaro speso per la riparazione della finestra, se non fosse stata rotta, avrebbe potuto essere speso in altri tipi di consumi, magari nell’acquisto di un libro, beneficiando il libraio anziché il vetraio. Il “capitale sociale” nel secondo caso risulterebbe incrementato – finestra più libro – mentre nel primo caso rimane invariato – la finestra riparata. La rottura della finestra produce semplicemente un effetto redistributivo, ai danni del proprietario della finestra: il ragazzino non è un benefattore della sua città, l’ha semplicemente resa più povera del valore di una finestra.

Altrimenti sarebbe molto semplice fare ripartire l’economia: basterebbe distruggere per poi ricostruire, pagare persone perché edifichino piramidi del tutto inutili o scavino buche per poi riempirle nuovamente, come suggeriva l’economista britannico John Maynard Keynes (1883-1946) come mezzo straordinario di stimolo in presenza di risorse inutilizzate.

In tale prospettiva anche eventi drammatici come terremoti, come dicevamo in esordio, ed addirittura attentati terroristici o guerre potrebbero avere effetti positivi a livello aggregato. Alcune persone ne sono così convinte da auspicare addirittura l’insorgere di conflitti come soluzione per fuoriuscire dalle crisi economiche. Un’assurdità logica, in cui si rischia però di cadere in buona fede se ci si limita a guardare superficialmente a “quello che si vede”, trascurando “quello che non si vede”, ovvero i costi occulti e le alternative perdute.

In realtà ogni distruzione di capitale ha per forza effetti aggregati negativi, perché dirotta per la ricostruzione risorse che avrebbero potuto essere impiegate in altro modo, con un accrescimento del benessere collettivo. Se cade un ponte va molto bene per i costruttori di ponti, ma molto male per tutti gli altri: i vantaggi sono sempre limitati ad alcuni, e sono il contraltare degli svantaggi di chi subisce la perdita o deve sopportarne il costo con le tasse: effetti redistributivi, quindi, senza alcun volano di crescita aggregata.

Le risorse economiche sono, per definizione, limitate e suscettibili di usi alternativi, va da sé che se vengono impiegate per fare “A” non potranno essere usate contemporaneamente per fare “B”. E se si sceglie di fare “A” si potranno valutare le ricadute positive di tale scelte, ignorando però cosa sarebbe accaduto facendo “B”.

Lo sanno molto bene gli imprenditori e le madri di famiglia, che hanno sempre a che fare con un budget di spesa limitato, e capiscono che ogni scelta presuppone una preferenza ed implica una rinuncia, che i debiti vanno rimborsati e che si decide sempre in un contesto di informazioni parziali ed ignoranza del futuro: non ci sono pasti gratis, mai. Eppure quante volte sentiamo ragionamenti fallaci analoghi?

Il termine “economia” nel suo significato etimologico significa “cura della casa”, in cui il limite e l’incertezza sono elementi strutturali, ma spesso gli economisti ed i politici sembrano non capirlo illudendosi che le leggi che valgono a livello micro, per la casa, non siano invece vincolanti a livello macro, per la città, la regione, la nazione.

I disastri naturali non creano ricchezza: pensarlo è un’assurdità economica. Oltre che un’indecenza.

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 Maurizio Milano

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Maurizio Milano nasce in provincia di Torino nel 1967 e milita in Alleanza Cattolica dal 1984. Nel 1994 si laurea in economia all'Università degli studi di Torino con una tesi sulla crisi del Welfare State e dello stato imprenditore in Italia alla luce della Centesimus Annus, relatore il Prof. Sergio Ricossa. Professionalmente si occupa di analisi dei mercati finanziari. Tra gli interessi l'approfondimento di tematiche economiche e finanziarie alla luce del Magistero sociale delle Chiesa e della Scuola austriaca di economia. Twitter