“I testimoni”

Alleanza Cattolica 3 mesi fa
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Da Il Foglio del 01/04/2020. Foto da opindia.com

Il primo a scomparire, sconfitto dalla malattia, è stato Li Wenliang, il medico di Wuhan morto il 7 febbraio. Era stato il primo a lanciare l’allerta che gli costò un fermo di polizia, una “confessione” e una “riabilitazione” post mortem. Poi sono scomparsi altri tre suoi colleghi: Jiang Xueqing (1° marzo); Mei Zhongming, due giorni dopo; e Zhu Heping (9 marzo). Poi il medico di terapia intensiva Peng Yinhua dell'”ospedale del popolo” di Wuhan. Poi Xia Sisi, la gastroenterologa dell’ospedale Union Jiangbei di Wuhan. Avevano avvertito su cosa stava succedendo ed erano stati a loro volta “avvertiti”. Il 3 gennaio, l’ospedale centrale di Wuhan aveva convocato una riunione di emergenza dei capi dipartimento, dicendo ai medici che dovevano “parlare di politica, parlare di disciplina e parlare di scienza”, che in gergo del Partito comunista cinese significa che non dovevano far trapelare informazioni su questa nuova pandemia e serrare i ranghi. Il personale medico venne esplicitamente istruito a non divulgare informazioni riservate in pubblico e di non discutere della malattia attraverso l’uso di testi, immagini o altri mezzi che avrebbero potuto lasciare tracce (poi tutte rimosse dal regime, salvo molti screenshot rimasti a memoria). Il dottor Rueqing conserva una copia di quell’incontro: “Dieci regolamenti disciplinari”. Sono solo alcuni dei “testimoni” della grande censura messa in atto dal regime cinese nel primo mese di pandemia. Come la drammatica richiesta di aiuto alla comunità internazionale di due infermiere di Wuhan uscita sulla rivista Lancet e poi misteriosamente “ritirata”. Non si ha notizia di Fang Bin, il commerciante di vestiti di Wuhan che ha filmato gli ospedali al collasso. In un video virale, Fang mostra otto sacchi per cadaveri ammassati su un furgone fuori da un ospedale. Non si ha notizia di Chen Qiushi, avvocato e giornalista indipendente, che filmava i cadaveri in giro per le strade della città. E’ scomparso Li Zehua, l’ex conduttore di Cetv, l’emittente statale cinese. Adesso è la volta della dottoressa all’origine di tutto, Ai Fen. E’ la direttrice del pronto soccorso dell’ospedale Centrale di Wuhan. A metà marzo aveva rilasciato un’intervista clamorosa al magazine cinese Ren Wu, poi ritirato dalle edicole. “Se avessi saputo che cosa sarebbe successo, me ne sarei infischiata dei rimproveri da parte dei miei superiori”, aveva dichiarato Fen. “Ne avrei fottutamente parlato a chiunque e dovunque”. Il 30 dicembre, Fen è al lavoro. Ha appena visto dei malati su cui le cure standard non hanno effetto. Nel rapporto di laboratorio c’è scritto “Sars coronavirus”. Ne fece una foto, cerchiò la parola “Sars” e la inviò a otto colleghi in città. I responsabili del Partito comunista in ospedale la convocarono accusandola di avere “diffuso voci e messo in pericolo la stabilità”. “Se solo potessi tornare indietro, lo direi a tutti: i miei colleghi non sarebbero morti”, ha detto Fen. “Sapevo che ci doveva essere una trasmissione da uomo a uomo”. Una inchiesta dell’australiana 60 Minutes rivela che della dottoressa non si hanno notizie da giorni. Mentre la Cina cerca di riscrivere la storia della pandemia, le parole di Fen sono un chiodo nella bara della sua menzogna di stato. “Solo due settimane fa, il capo dell’emergenza dell’ospedale centrale di Wuhan, Ai Fen, aveva detto che le autorità avevano impedito a lei e ai suoi colleghi di mettere in guardia il mondo, ora è scomparsa, non si sa nulla”, afferma il rapporto di 60 Minutes. Il New York Times aveva citato proprio domenica la dottoressa e la sua intervista in un articolo sul “fallimento” del sistema cinese. Ai Fei per adesso è l’unica davvero scomparsa, come amano dire alcuni, “per” e non “con” il coronavirus.

Giulio Meotti

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