II. Regalità principalmente spirituale

Mons. Antonio de Castro Mayer
Alleanza Cattolica 42 anni fa
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Mons. Antonio de Castro Mayer, Cristianità n. 38-39 (1978)

 

“Venga il tuo regno!”
LA REGALITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

 

II

REGALITÀ PRINCIPALMENTE SPIRITUALE

 

Gesù, dunque, è re nel senso proprio della parola. Esercita la sua sovranità sulla terra attraverso la sua Chiesa, il suo Corpo Mistico, società visibile e gerarchica, dotata di tutti i poteri per condurre gli uomini al fine per il quale sono stati creati: rendere gloria a Dio e salvare l’anima. Quindi, fare parte della Chiesa di Cristo e vivere come suddito docile e ubbidiente del re dei re, Gesù Cristo, è condizione di beatitudine eterna.

Già di per sè tali considerazioni dicono che il regno di Gesù Cristo è spirituale – «praecipuo quodam modo», in maniera speciale, dice Pio XI nella sua enciclica -; è spirituale, perché tocca realtà collegate alla vita spirituale, che trascende i limiti della vita terrena, al culto divino e alla santificazione delle anime.

D’altra parte, è quanto ha testimoniato lo stesso Salvatore davanti al tribunale di Pilato. Alla domanda del proconsole «Sei tu re?», Gesù rispose affermativamente: «Tu lo dici che io sono re» (1). Poco prima aveva già spiegato al magistrato romano la natura speciale del suo regno: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi combatterebbero perché non fossi consegnato ai Giudei; ora dunque il mio regno non è di qua» (2); ossia non si cura degli affari terreni che si circoscrivono a questo mondo. E nel versetto seguente Gesù è più esplicito e pone il suo regno in relazione con l’impero della verità: «Io sono nato e venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità; chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (3).

Tuttavia, benché a Gesù appartenga, nella sua umanità, in virtù dell’unione ipostatica, tutto il potere, anche nell’ordine civile, ciò nonostante il Salvatore ha tranquillizzato i sovrani della terra: il suo regno non è delle cose di questo mondo. Nello stesso senso la Chiesa ripete tutti gli anni, all’Epifania, che «non eripit mortalia qui regna dat coelestia», «non usurpa i regni mortali chi li dà celesti».

LE DUE POTESTÀ

In base a quanto esposto, si vede che il divino Maestro dispone la coesistenza di due potestà sovrane sulla terra. L’una presiede alla vita temporale ed è incarnata dalla persona di Cesare. Tale potere deve essere rispettato, onorato e ubbidito, perché il Signore comanda di dare «a Cesare quello che è di Cesare» (4). E la ragione sta nel fatto che anche questo potere è concesso da Dio nostro Signore, come ha dichiarato il divino Maestro al rappresentante dell’imperatore romano, quando gli ha detto: «Tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse dato dall’alto» (5). E l’Apostolo ripete la lezione: «Non v’è potestà se non da Dio» (6). I cristiani, perciò, devono accettare il potere civile e sottomettersi a esso con amore, cioè non per la paura dei castighi, ma come a una autorità delegata da Dio, poiché il principe agisce come ministro di Dio (7).

L’altra potestà prende cura degli interessi dell’anima, che pongono l’uomo in relazione con Dio e lo guidano all’eterna salvezza nel cielo. Comprende i doveri religiosi, il culto di Dio e l’ubbidienza ai comandamenti divini. Questo potere è proprio del regno di Gesù Cristo, e deve essere ugualmente rispettato e ubbidito con speciale venerazione, dal momento che il disprezzo nei suoi riguardi colpisce Dio stesso: «Chi disprezza voi, disprezza me; e chi disprezza me, disprezza Colui che mi ha mandato» (8).

Tutti gli uomini sono obbligati a ubbidire a due potestà supreme: nelle cose temporali, al potere civile, anche quelli che partecipano al governo religioso; nelle cose di Dio, al potere spirituale, anche le autorità civili. Per quanto sovrana, l’autorità dello Stato cede il passo all’autorità religiosa, dato che «bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini» (9). Perciò, in, caso di conflitto, i doveri religiosi prevalgono, dal momento che si riferiscono al destino eterno delle anime.

RAPPORTI TRA LA CHIESA E LO STATO

Di conseguenza, la struttura naturale del governo della società umana, nell’ordine della storia – cioè, tenuto conto della Rivelazione e della costituzione della santa Chiesa a presiedere agli affari spirituali -, richiede una mutua collaborazione tra le due potestà supreme, la Chiesa e lo Stato. La Chiesa riconoscerà il potere civile e condurrà i fedeli al rispetto sincero dell’autorità dello Stato, al quale fornirà una leale collaborazione in tutto quanto ridondi a beneficio della società e non si opponga alla legge di Dio. Da parte sua, lo Stato riconoscerà l’unica Chiesa a cui Dio ha affidato la cura delle cose spirituali: il culto divino e la salvezza delle anime. E, siccome la vita dell’uomo sulla terra deve orientarsi alla salvezza eterna, lo Stato non deve soltanto non ostacolare l’azione specifica della Chiesa, ma deve anche aiutarla positivamente, creando nella società un ambiente che favorisca la pratica della virtù, la pietà, la fede, e renda difficile il peccato, l’empietà e, in generale, la proliferazione del vizio.

Leone XIII enuncia, con precisione, questo pensiero: «[…] quanti respiriamo, tutti siamo nati e destinati a quel supremo ed ultimo bene, al quale si ha da volgere tutti i pensieri, bene che dimora al di là di questa fragile e breve vita, nei cieli. Or dipendendo da ciò la piena e perfetta felicità degli uomini, ne segue che raggiungere il detto fine è cosa per ciascuno di tanta importanza che maggior non si può dare. È necessario dunque che la società civile, essendo ordinata al bene comune, promuova la pubblica prosperità per modo che i cittadini, nel camminare all’acquisto di quel supremo ed incommutabile bene al quale tendono per natura, non solo non incontrino inciampi da parte sua, ma ne abbiano invece ogni possibile agevolezza. E la prima e principale è appunto codesta, fare ogni cosa a fine di mantenere rispettata e inviolabile la religione, i cui doveri formano il legame tra uomo e Dio.

«Qual sia poi la vera religione, non difficilmente si può scorgere, sol che nella ricerca si rechi savio ed imparziale giudizio: in quanto per moltissime ed evidenti prove, come sono le profezie adempiute, il numero straordinario dei miracoli, la rapida diffusione della fede anche in mezzo a nemici e ad ostacoli gravissimi, la testimonianza dei martiri, ed altre simili, è manifesto, unica vera esser quella da Gesù Cristo medesimo fondata, ed affidata alla sua Chiesa, perché la mantenesse e la propagasse nel mondo» (10).

Ormai vedete, amati figli, che soltanto in uno Stato costituito secondo questa dottrina si può realizzare pienamente la regalità di Gesù Cristo. Si spiega, quindi, la ragione per cui il Magistero ecclesiastico l’abbia costantemente inculcata.

PADRI DELLA CHIESA

Così, san Gregorio Nazianzeno († 390) dichiara che i magistrati imperiali sono sottomessi all’autorità dei vescovi, come la carne allo spirito e le cose terrene a quelle celesti (11); san Giovanni Crisostomo († 407) spiega le relazioni tra l’autorità spirituale e quella temporale, ricorrendo alla comparazione tra il sole e la luna (12); sant’Ambrogio, nel sermone contro Aussenzio, dichiara che «l’imperatore è, infatti, dentro la Chiesa, non al di sopra; e un buon imperatore cerca l’aiuto della Chiesa, non lo rifiuta» (13). Sant’Agostino, al cap. 24 del libro V della sua opera De civitate Dei, elenca, fra gli obblighi dell’imperatore, quello di mettere il suo potere al servizio della Maestà divina, per dilatarne il regno; e in una lettera al conte Bonifacio, incaricato del governo dell’Africa, commentando la parola del salmo «servite il Signore nel timore», insegna che i re servono il Signore proibendo e punendo le trasgressioni ai comandamenti di Dio; e in questo differisce il modo di servire Dio proprio dei re da quello proprio di ciascun individuo: l’individuo serve Dio vivendo secondo la sua fede, mentre il re lo fa stabilendo, con la conveniente severità, leggi che comandino quanto è giusto e che proibiscano quanto è contro la giustizia. E dopo avere fornito vari esempi tratti dall’antico Testamento, nei quali sottolinea gli ordini dei sovrani contro le opere dell’empietà, conclude che i re servono il Signore come re, facendo, per servirlo, quanto soltanto i re possono fare. A metà del secolo V, san Leone I, Papa dal 440 al 461, scrive all’imperatore di Costantinopoli, Leone, per sollecitare il mantenimento dei decreti del concilio di Costantinopoli contro le manovre degli eutichiani (monofisiti), e gli ricorda che «la potestà regale non è solamente conferita pel governo del mondo, ma specialmente a presidio della Chiesa» (14).

I ROMANI PONTEFICI E GLI IMPERATORI

Fu specialmente nelle relazioni con gli imperatori di Costantinopoli che la Chiesa ebbe l’opportunità di riaffermare questi principi della dottrina cattolica. Così, nell’agosto del 484, san Felice II Papa avverte l’imperatore Zenone che deve proteggere la libertà della Chiesa, e che lo stesso imperatore deve sottomettersi al sacerdozio nelle cause di Dio, essendo tale sottomissione salutare anche per lo Stato. San Gelasio, egli pure Papa, dovette ripetere la medesima sacra lezione all’imperatore Anastasio I. Nel 494 gli inviò il celebre documento sulle due potestà esistenti sulla terra e sull’armonia che tra di loro deve mantenersi: «Supplico la tua pietà di non considerare arroganza l’ubbidienza ai principi divini. Non si dica di un imperatore romano, ti prego, che egli giudichi ingiuria la verità comunicata al suo intendimento. Due sono infatti i poteri, o augusto imperatore, con cui questo mondo è principalmente retto, la sacra autorità dei pontefici e la potestà regale. Tra i due, l’importanza dei sacerdoti è tanto più grande, in quanto essi dovran rendere ragione al tribunale divino anche degli stessi reggitori d’uomini. Tu sai certo, o clementissimo figlio, che, pur essendo per la tua dignità al di sopra degli uomini, tuttavia devi piegare devotamente il capo dinanzi a coloro che sono preposti alle cose divine, da loro aspettare le condizioni della tua salvezza […]. Se infatti anche gli stessi sacerdoti ubbidiscono alle tue leggi, per quel che riguarda l’ordine pubblico, sapendo che l’impero ti è stato dato per disposizione divina, e perché non sembri che persino nelle cose puramente materiali essi si oppongano a un giudicato, che esula dalla loro giurisdizione; con che sentimento, io ti chiedo, conviene che tu obbedisca a coloro che sono stati assegnati ad amministrare i divini misteri?» (15).

Intorno all’anno 506 torna il Papa, questa volta san Simmaco, a ricordare allo stesso imperatore Anastasio la dottrina cattolica. Prevenendo una possibile obiezione del suo augusto corrispondente, il Pontefice scrive: «Forse dirai: – Sta scritto: dobbiamo essere sottomessi a ogni potestà». Al che il Papa risponde: «Noi rispettiamo le autorità umane nella misura in cui non levano contro Dio le loro volontà. D’altronde, se ogni potere viene da Dio, a maggior ragione ne deriva quello che presiede alle cose divine. Servi Dio in noi e noi serviremo Dio in te».

Più tardi tocca a san Nicola, Papa dall’858 all’867, rinfrescare la memoria dell’imperatore Michele III sui due supremi poteri a cui sono soggetti gli uomini in questo mondo, e sulla subordinazione nelle cose spirituali dell’impero al sacerdozio, come su quella dei sacri ministri all’impero nelle cose di ordine temporale (16).

NEL MEDIOEVO

Quando si costituirono le nuove nazioni europee, in seguito alla sfacelo dell’impero romano, la Chiesa continuò a inculcare la sua dottrina sugli obblighi dello Stato in materia religiosa.

Già nel secolo VII, sant’Isidoro di Siviglia († 636) riconosceva che i re detengono la pienezza del governo nelle cose secolari, ma non possono trascurare i loro doveri verso Dio, e neppure la deferenza che devono alla Chiesa, «quam a Christo tuendam susceperunt», «la cui difesa ricevettero da Cristo» (17). Il pensiero dell’arcivescovo di Siviglia, accanto a quello analogo di sant’Agostino, ricompare nei maestri ecclesiastici dei secoli seguenti. Essi si servono di varie immagini per illustrare l’insegnamento tradizionale della Chiesa. Alcuni, sull’esempio di san Bernardo, parlano di due spade: il gladio dello spirito maneggiato dalla Chiesa e riguardante le cose dell’anima, e il gladio temporale destinato a essere impiegato a beneficio della Chiesa. Talvolta è l’unione intima tra l’anima e il corpo che serve come esempio per illustrare l’armonia e la mutua dipendenza esistenti tra le due autorità supreme, che orientano gli uomini alla pienezza della vita terrena subordinata alla vita eterna, come appunto fa il Papa Innocenzo III. Talora paragonano, come fa Graziano, le relazioni tra la Chiesa e lo Stato a quelle esistenti tra il sole e la luna. Come questo satellite della terra beneficia della luce del sole, per essere a sua volta benefico alla terra, così pure lo Stato, guidato dalla Chiesa, raggiunge il suo fine proprio, che consiste nel rendere felici i suoi sudditi.

Questa è la dottrina tradizionale che si desume dagli atti del potere ecclesiastico nelle relazioni politiche tra la Chiesa e i vari sovrani. Così, Papa Urbano II scrive ad Alfonso VI di Spagna: «Due dignità, o re Alfonso, governano principalmente questo mondo: quella dei sacerdoti e quella dei re; tuttavia la dignità sacerdotale, figlio carissimo, sopravanza tanto la dignità regia che noi dobbiamo rendere un conto esatto degli stessi re al Re di tutti» (18).

San Tommaso d’Aquino, tanto nella Somma Teologica, quanto, specialmente, nel trattato sul governo civile scritto per il re di Cipro, enuncia e giustifica l’insegnamento comune della Chiesa su questo argomento. Partendo dal principio che il fine della società non può opporsi al fine di ciascuno dei suoi membri, e che il destino ultimo di questi consiste nel godimento di Dio, il governo della cosa pubblica dovrà provvedere affinché anche gli uomini riuniti in società raggiungano, attraverso la via virtuosa, tale divina fruizione (19). «Però – continua san Tommaso –, siccome non spetta al governo umano, ma a quello divino guidare o condurre a questo fine […] ed essendo le cose terrene distinte da quelle spirituali, il regno su queste ultime non è stato concesso ai re della terra, bensì ai sacerdoti, e principalmente al sommo sacerdote, successore di san Pietro e vicario di Cristo, il Romano Pontefice, al quale devono essere sottomessi tutti i re cristiani […]» (20). E nel capitolo seguente il Dottore Angelico aggiunge: «[…] appartiene, infatti, all’ufficio del re procurare, con tutti i mezzi convenienti, che i sudditi vivano secondo virtù, e quindi raggiungano la beatitudine celeste, ordinando quanto a essa conduca e cercando di impedire o di rendere difficile quanto svia dal fine ultimo» (21).

LA CIVILTÀ CRISTIANA

Così, da autentica pedagoga del genere umano, la Chiesa conduce la società a quella condizione ideale di equilibrio e di benessere della convivenza sociale, grazie alla naturale subordinazione di ogni attività terrena al fine ultimo, in cui la felicità, a cui aspira la natura razionale, raggiunge la sua perfezione. Leone XIII ricorda che tale fu la condizione della società nel Medioevo. Scrive, infatti, nell’enciclica Immortale Dei: «Fu già tempo che la filosofia del Vangelo governava gli Stati, […]quando procedevano concordi il Sacerdozio e l’Impero, stretti avventurosamente fra loro per amichevole reciprocanza di servigi. Ordinata in tal guisa la società, recò frutti che più preziosi non si potrebbe pensare, dei quali dura e durerà la memoria, affidata ad innumerevoli monumenti storici, che niuno artifizio di nemici potrà falsare od oscurare» (22).

In quell’epoca si realizzava quanto Yvo di Chartres considerava legge imprescindibile delle relazioni tra la Chiesa e la società civile: «Allorché regno e sacerdozio vanno d’accordo, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. – scriveva a Pasquale II, Papa dal 1099 al 1118 – Ma se, per contrario, si inimicano non pure le piccole cose non crescono, ma ancora le grandi volgono miseramente a rovina» (23).

 


NOTE

(1) Gv. 18, 37.

(2) Ibid. 18, 36.

(3) Ibid. 18, 37.

(4) Mt. 22, 21.

(5) Gv. 19, 11.

(6) Rom. 13, 1.

(7) Cfr. ibid., 13, 4.

(8) Lc. 10, 16.

(9) Atti 5, 29.

(10) LEONE XIII, Enciclica Immortale Dei, dell’1-11-1885.

(11) Cfr. SAN GREGORIO NAZIENZENO, Hom. XVII.

(12) Cfr. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Hom. XV su 2 Cor.

(13) SANT’AMBROGIO, Sermo contra Auxentium de basilicis tradendis, indirizzato al popolo milanese nel 386, allorché Valentiniano II ordinò la consegna di alcune chiese agli ariani.

(14) SAN LEONE, Epist. 156, 3, cit. in PIO IX, Enciclica Quanta cura, dell’8-12-1864.

(15) SAN GELASIO, Lettera all’imperatore Anastasio I, del 492.

(16) SAN NICOLA I, Lettera Proposueramus quidem, del 28-9-865.

(17) SANT’ISIDORO DI SIVIGLIA, Sent., III, 51.

(18) URBANO II, Lettera ad Alfonso VI di Spagna, PL 151, 289, cit. in RICARDO GARCÍA VILLOSLADA S. J., Historia de la Iglesia católica. Edad Media, 2ª ed., BAC, Madrid, p. 409.

(19) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, De regimine principum, 1. I, c. 14.

(20) Ibidem.

(21) Ibid., 1. I , c. 15.

(22) LEONE XIII, Enciclica Immortale Dei, cit.

(23) YVO DE CHARTRES, Epist. 238.

 

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