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Il pensiero del giorno

6 Febbraio 2026 - Autore: Don Roberto Spataro

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni, infatti, diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro. (Mc 6,14-29)


La decapitazione di Giovanni il Battista è una delle pagine più drammatiche del Vangelo. Non potrebbe essere diversamente, non si tratta, infatti, solamente di abilità narrativa dell’evangelista, ma di un dato teologico: la malvagità che provoca la condanna a morte del Battista preannuncia, secondo la sua vocazione di Precursore, quella di Nostro Signore e la sua dolorosa Passione. L’Erode di cui si parla è Erode Antipa, uno dei figli di Erode il grande che regnò al tempo della nascita di Gesù. Il suo regno era stato diviso dopo la sua morte e al figlio Erode Antipa era toccata la Galilea e la Perea. Spadroneggiava, sotto il vigile controllo dei Romani, abbandonato ai suoi vizi. Viveva in concubinaggio con Erodiade, sua cognata, sposata a suo fratello Erode Filippo. Non tibi licet, lo ammoniva intrepidamente il Battista, suscitando l’odio di Erodiade che, alla prima occasione propizia, ottenne la testa del suo avversario. Il matrimonio è sacro e il Battista è martire per averne difeso l’indissolubilità. È un insegnamento al quale la Chiesa si sente vincolata e di cui i credenti danno testimonianza a volte in modo eroico, suscitando tanta ammirazione. Ci sono principi non negoziabili, ha insegnato Papa Benedetto XVI. La fedeltà a essi può richiedere un vero e proprio martirio della verità. La narrazione mostra, inoltre, come peccato genera peccato, in sorta di una spirale infernale: smoderatezza ed ubriachezza, sensualità senza freni, scaltrezza e rancore. Se non si oppone un freno all’inizio delle tentazioni, un po’ alla volta ci si potrà ritrovare schiavi di vizi vergognosi e autori di azioni abominevoli. Principiis obsta, ricorda Ovidio. E la processione di questi personaggi abietti viene a provocare anche noi: la curiosità e le temerarie promesse di Erode ci aiutano a vigilare sul nostro modo di parlare, la lascivia di Salomè ci mostra che la custodia della castità e la stima della continenza e del pudore impediscono errori penosi, il cieco risentimento di Erodiade è di tale oscurità che mai cederemo al rancore e alla vendetta.

SANTI PAOLO MIKI, SACERDOTE, E COMPAGNI, MARTIRI GIAPPONESI

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