In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto». (26,14-25)
Trenta monete d’argento: il prezzo del tradimento. I capi dei sacerdoti usavano una valuta, i sicli, che, pesata, al “cambio”, corrispondeva alle monete argentee, probabilmente i denari in uso nell’Impero. Non era una somma eccessiva: corrispondeva, infatti, al prezzo di uno schiavo. Così considerarono i sacerdoti Nostro Signore! Con quanto disdegno! Ed Egli non si è sottratto a questa arrogante disprezzo perché le sofferenze morali che ha subito – Lui il Figlio di Dio fatto carne – non sono state inferiori alle torture fisiche. Come il Maestro, anche noi, quando si tratta solamente del nostro prestigio personale, sapremo subire la disistima, l’emarginazione, persino l’irrisione di chi è oggettivamente a noi inferiore moralmente? La natura reagisce con tutta la sua forza vitale a questo martirio; eppure, la via della Passione chiede di percorrere, dietro al Signore, anche questo tratto ripugnante e amaro. La cena pasquale è solenne. La traduzione, non proprio felice, del Vangelo dichiara che “si mise a tavola” e il pensiero, influenzato anche dall’iconografia, pensa che Nostro Signore e i Dodici fossero seduti. In realtà, come il testo in lingua originale dichiara, erano distesi, alla maniera ellenistico-romana. Infatti, l’incontro della rivelazione biblica e del Giudaismo con la tradizione greca è avvenuto già prima del I sec. d.C. e Nostro Signore non ha disdegnato questo “scambio culturale”, premessa della teologia patristica in cui il Vangelo si è incontrato con il Logos greco, come ci ha magistralmente insegnato Papa Benedetto XVI, non per pura casualità storica, ma per disegno divino perché la fede cerca la ragione e la ragione si dilata nella fede. Entrambe, però, non sono ancora sufficienti: sono orientate a essere perfezionate dalla caritas, quella che spinse Nostro Signore a istituire in quella cena pasquale il Sacramentum Caritatis, come recita il titolo dell’esortazione apostolica di quel grande Papa: «Gesù nel Sacramento eucaristico continua ad amarci “fino alla fine”, fino al dono del suo corpo e del suo sangue. Quale stupore deve aver preso il cuore degli Apostoli di fronte ai gesti e alle parole del Signore durante quella Cena! Quale meraviglia deve suscitare anche nel nostro cuore il Mistero eucaristico!». Siamo così introdotti al Triduo pasquale che si aprirà, domani, con la Missa in Cena Domini e con l’adorazione del Santissimo Sacramento.
