Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco (Gv 14,27.31).
Ascoltiamo le parole conclusive della prima parte del discorso del Salvatore a conclusione della sua ultima cena con i discepoli prima della sua passione, morte in croce e risurrezione. Al testamento d’amore stabilito e consegnato ai suoi discepoli durante la cena, ora aggiunge il dono della pace da non confondere con quella del mondo totalmente diversa dalla sua che consiste nella presenza di Dio che compie nel suo popolo le promesse e le speranze messianiche, realizzando l’Alleanza nel suo significato religioso di pienezza di vita, di salute, di sicurezza e di gioia quali segni della beatitudine eterna (cfr. Is 52,7). I futuri apostoli pertanto non devono farsi prendere dal timore di perdere il Maestro che va incontro alla morte. Anzi devono essere pervasi dalla gioia e si devono rallegrare poiché con la sua prossima dipartita andrà al Padre e ritornerà con la sua grandezza nella sua umanità. D’altra parte devono sapere e credere, nel modo più completo, che il principe del mondo, nonostante la sua imminente ultima aggressione, non può nulla contro di lui che ama e obbedisce al Padre che attende il compimento del sacrificio dell’amore che cancella l’offesa del peccato e sconfigge sul suo stesso terreno, di superbia e sensualità, il nemico della natura umana.Grazie al Salvatore abbiamo qui tutti i motivi per continuare a credere e resistere anche noi fino alla fine con la pace del cuore, unica forza della vita e delle civiltà.
Una pace disarmata e disarmante in tutti gli ambiti come ribadisce il S. Padre Leone XIV sin dal primissimo inizio del suo pontificato con esplicito riferimento alla sempre attuale lezione agostiniana sul rapporto tra la città di Dio e la città degli uomini che può godere del progresso umano solo edificando la tranquillità dell’ordine per mezzo dell’amore a Dio senza misura (Discorso al Corpo diplomatico…del 9 gennaio 2026). Non si tratta di semplici e inconcludenti utopie. Infatti, mentre giustamente deploriamo la pace armata e la corsa agli armamenti, continuiamo ad imparare da Papa Leone che la pace disarmata e disarmante è sempre attenta a profondere, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari, “uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza”. E, come ha puntualizzato il Papa nel discorso citato, la pace nella città degli uomini è concretamente possibile poiché la città di Dio è alla nostra portata dal momento che Dio si è fatto uomo e ha vinto la morte. Basta imparare a vivere l’umiltà del Verbo eterno che viene a vivere nell’umiltà della carne umana e ci comunica, da innocente condannato e risuscitato, il coraggio del perdono come fece con gli ingiusti suoi persecutori. L’esperienza di questa vera pace continua ad essere solida speranza di civiltà come apprendiamo ancora una volta nella ricorrenza in atto dell’Ottavo centenario del transito di S. Francesco d’Assisi che con il cuore umile, tutto proteso alla città di Dio, continua ad essere costruttore di pace ispirando anche a noi il suo impegno di missionario della pace espresso dalle entusiasmanti parole, “ego sum praeco magni Regis”, sono annunciatore o araldo del gran Re.
