Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. (Gv 3,16-18)
Oggi la Chiesa celebra la solennità della Santissima Trinità e proclama un breve brano del discorso che Nostro Signore tiene a Nicodemo, il saggio d’Israele che è profondamente attirato dagli insegnamenti di Gesù Cristo. Alla sua sincera ricerca della verità religiosa il Signore corrisponde con la rivelazione del disegno eterno di salvezza degli uomini che il Padre e il Figlio hanno concepito e attuato. Lo Spirito Santo, non menzionato esplicitamente in questo passaggio, è presentato nel resto del discorso. Nostro Signore parla di ciò che le Persone divine fanno nella storia della salvezza: quest’azione è definita dai teologi di professione “Trinità economica”. Tale azione benefica e salvifica è il riflesso della natura della Santissima Trinità di cui possiamo intuire il Mistero proprio a partire da ciò che le Persone divine operano nella storia: questo mistero intimo, riflesso della bontà divina, è chiamato dai teologi “Trinità immanente”. Se il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo amano il mondo il motivo è il loro amore reciproco, eterno e purissimo: Deus caritas est! L’eccedenza ontologica della Trinità rispetto alla nostra condizione umana suscita un anelito incessante di entrare in comunione mistico-spirituale con le Tre Persone divine. Non sorprendono allora le parole di Santa Caterina da Siena, contenute nel suo Dialogo della Divina Provvidenza: «Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei il fuoco che sempre arde e non si consuma». Il Mistero della Santissima Trinità, formulato con le definizioni dogmatiche del IV secolo, frutto della meditazione di grandi Padri Cappadoci e confluito nel Simbolo della fede niceno-costantinopolitano, ha ispirato la preghiera, intrisa di altissima poesia, di San Giovanni della Croce, presso il quale la “pericoresi”, ossia la compenetrazione dell’amore divino tra le singole Persone, è concepita come una danza di gioia: «In quell’amore immenso che dai due procedeva, parole di grande diletto il Padre al Figlio diceva. Nulla al Figlio mancava, nulla al Padre doleva, ché nell’amore di entrambi il gaudio si compiva». Entriamo in questa gioia: sarà la nostra gloria per sempre!
