In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi». (Mt 10, 7-13)
In questa pagina del Vangelo il criterio guida con cui Dio invia in missione non è certo l’efficienza manageriale. In un altro passo parallelo, nel vangelo di Luca, si dice che i discepoli ritornarono entusiasti del fatto che anche i demoni si sottomettevano a loro, ma anche che il successo non costituisce lo scopo della missione e non rappresenta il criterio, la misura della sua autenticità o efficacia. Gesù ci invita a rallegrarci non tanto per i risultati numerici, ma perché i nostri nomi sono scritti nei cieli. Innanzi a Dio non vi sono numeri ma nomi. Per Dio conta quanto si è investito in termini di cuore, passione e sacrificio. Il Padre guarda alle persone, il loro impegno, la fatica di un oscuro lavoro che qualcuno ha svolto ed è riscontrabile: ne usufruisci, ma non sai chi lo ha svolto con dedizione e pazienza. Dietro vi sono sante persone che operano nel nascondimento e che sono spesso incomprese e derise. La missione nasce dalla preghiera. Un cuore riposato e soprattutto consigliato dal “Paraclito” conserva una pace misteriosa e prevalente su tutto quanto propone e vive. La missione non sarà mai paragonata ad un mestiere. Spesso dobbiamo operare con mezzi esigui, ma appunto per questo chiediamo di essere ascoltati e proponiamo di ottenere udienza nelle coscienze, forti di uno stato di vicinanza a Dio onnipotente che innesca sempre un moto di verità in chiunque ci incontra. In cielo ci meraviglieremo della grande schiera di anime beneficate dalla nostra presenza. I settantadue discepoli inviati in missione non erano usciti da accademie e probabilmente non trasmettevano disinvoltamente la parola. Il loro annuncio era fondato su una sola parola: “Pace”. E’ una parola grande, quando è pienamente indossata e vissuta. E’ come essere una casa fondata sulla roccia che i venti e le tempesta non possono smuovere. Entravano in una casa dicendo: “Pace a questa casa. Il regno di Dio è vicino”. Poi era sufficiente stare una mezz’ora seduti attorno ad un tavolo per una merenda pomeridiana e tutti non avevano alcun dubbio. Una presenza misteriosa – che, tonificante e guaritrice, provoca la caduta di Satana e rende pienamente la condizione di persona umana vivente, come sa fare unicamente l’amore di Dio – si sta proponendo a noi ora. L’aspetto della debolezza non è affatto nascosto: erano disarmati come agnelli. O meglio, erano loro stessi agnelli, vittime, come Gesù Cristo. Ma affidati alla grazia del Padre.
