In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». (Mt 9, 36 – 10,8)
Nella prima lettura abbiamo il discorso che Dio tiene al popolo di Israele prima di ricevere il decalogo, dove viene detto che diverrà un popolo di sacerdoti, un popolo di intercessori, di gente che prega per gli altri e fa presente Dio al mondo. “Voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli”. Appartenere a Dio: è questo il senso del battesimo, dopo l’alleanza con Israele poi rinnovata in Cristo. Di fronte al Vangelo oggi accompagniamo lo sguardo di Gesù che osserva le folle e le vede come pecore senza pastore, stanche e affaticate. E’ un esempio tipico della pastorizia perché la pecora è uno strano animale che ha bisogno di essere guidato, di stare in gregge, di essere portato al pascolo e all’acqua cioè sui luoghi della vita. Dio ci guarda in questo modo, come pecore che hanno bisogno del pastore. Pensiamo quanto questo sguardo si oppone ad una antropologia ottocentesca che portiamo dentro di noi ancora latente e che è stato il delirio del XIX secolo. E’ un’antropologia di un uomo vincente e autosufficiente, che fa da solo e non ha bisogno di nessuno. E’ una visione dell’uomo opprimente che ha prodotto un senso di inadeguatezza e che è oggi il modo di sentire più diffuso. Tanti si sentono “non all’altezza della vita”, fragili e la depressione è una condizione molto diffusa e questa ansia da insufficienza che purtroppo irrora il cuore dei giovani è collegata a questa visione di uomo vincente, che non deve mai fallire, deve arrivare in fondo a tutti gli avversari. Questa visione, dove esiste solo la vittoria e tutto il resto è nulla, ci ha portato a non comprendere più né l’uomo né la fede, perché la fede ha bisogno di questa intuizione di fragilità. E’ il caso della Gn 3, dove l’uomo trasgredendo la voce del Padre si ritrova nudo e vergognoso di sé stesso. Questo è sempre l’effetto di chi proclama la propria autonomia, si ritroverà nudo e fragile, incapace di questa pretesa su se stesso che è inarrivabile. Comprendiamo la scelta dei dodici che non sono affatto dei forti ma vi sono tra loro tanti fragili. Pietro che tradì, Giacomo e Giovanni che chiedono di diventare importanti nel governo d’Israele, Tommaso con i suoi dubbi e poi Giuda. Si direbbe che il cast di Cristo non è stato fatto molto bene. Dio ha scelto uomini fragili e con tanti limiti. Sono questi gli inviati a consolare chiunque, a guarire le malattie, a scacciare gli spiriti impuri. Gesù cerca operai per la sua messe che non sono uomini vincenti ma persone che abbiano la sua stessa compassione e lo stesso sguardo benigno. Pensiamo oggi al look, cioè curare il proprio aspetto come se fosse tutto. Gesù guarda oltre il nostro look e i nostri deodoranti esistenziali, paludamenti di noi stessi. Cerchiamo di presentarci perfetti e privi di qualunque debolezza e poi la debolezza ci insegue, la vita ci sbatte in faccia quando meno ce lo aspettiamo, allora dobbiamo accettare di essere fragili e vulnerabili e frutto di una chiamata all’amore e non alla perfezione secondo schemi idolatrici di questo mondo. Un uomo è realizzato quando ha la tenerezza nel cuore e la stessa misericordia di Dio, non quando vince ogni battaglia e sbaraglia ogni avversario. Quale inganno dobbiamo toglierci dal cuore per accettare la cura che Dio ci dedica. Capire la nostra vita come un addestramento all’amore e non alla vittoria. Possa questa domenica farci accettare di essere pecore senza pastore e il bisogno di essere pascolati e uscire dal delirio novecentesco, dall’autonomia del superuomo ed entrare nella verità dell’alleanza con Dio come chi deve appoggiarsi a qualcun altro, altrimenti non vince nessuna delle sue sfide, smettendo di esigere da sé stesso di essere quello che non è. Ricordarsi che tutta la nostra forza risiede nella alleanza con Dio e non in una dotazione di bordo. Allora, accade di vivere da figli e da pecore pascolate da un vero Buon Pastore che provvede, cura e guarisce.
