In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso, ma, se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!». (Mt 6,19-23)
In questa pericope troviamo due lóghia del Signore. Il primo riguarda l’uso dei beni materiali. Essi non sono né incorruttibili, perché esposti alla volatilità e alla vulnerabilità, né, soprattutto eterni. Non sono perciò degni che il cuore dia a essi priorità. Una bella preghiera, che i sacerdoti, un tempo, erano invitati a recitare dopo la Santa Messa, l’oratio clementina, conteneva anche questa invocazione: «Che io impari da te: quanto è fragile ciò che è terreno, quanto è grande ciò che è divino, quanto è breve ciò che è temporale, quanto è duraturo ciò che è eterno». In altre parole, Nostro Signore ci invita a vivere, a giudicare, a sperare, sub specie aeternitatis, sicché anche le sventure dell’esistenza si ridimensionano al pensiero dei meriti che accumuliamo in vista del Cielo. San Giovanni Crisostomo, inoltre, da questo monito del Signore ricava un’esortazione alla pratica dell’elemosina: «Vuoi depositare i tuoi beni in un luogo sicuro? Dalli ai poveri. Cristo stesso li custodirà per te nel cielo». Il secondo passaggio del testo del Vangelo di oggi riguarda la luce interiore. Secondo Sant’Agostino, autore di un celebre commento intitolato Il discorso della montagna, l’occhio di cui parla Nostro Signore in questo insegnamento va metaforicamente inteso come l’intenzione con la quale operiamo: se essa è retta e pura, è motivata e finalizza alla carità, allora tutta la vita diventa buona. Un esempio è calzante: un padre è severo e punisce perché ama, dunque, quel comportamento è luminoso; un seduttore blandisce ipocritamente e, dunque, la sua dolcezza è tenebrosa. In altro contesto, sempre il grande Agostino formulò il noto assioma: «ama et fac quod vis», l’esatto opposto di ogni relativismo perché dalla carità non può che procedere ciò che è giusto e buono.
