
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». (Mt 7,1-5)
In questo brano Nostro Signore tocca uno dei punti più delicati della nostra vita spirituale: quando abbiamo il dovere di correggere i difetti altrui e a quali condizioni, tenendo conto che “ammonire i peccatori” è una delle opere di misericordia spirituale? Se avremo purificato il nostro cuore da affetti disordinati e dall’attaccamento al peccato, simboleggiati nell’iperbole della trave, potremo suggerire agli altri la rimozione anche dei loro difetti minori, metaforicamente identificati nella pagliuzza. Senza il previo passaggio, la nostra correzione sarà un’azione dettata da ipocrisia, uno dei peccati più seri che il Signore denuncia. È nota anche una favola trasmessa dalla sapienza, pur se pagana, degli antichi greci: «Prometeo, dopo aver plasmato gli uomini, appese al loro collo due bisacce, colme l’una dei vizi altrui, l’altra dei propri, e fece in modo che la prima ricadesse davanti, la seconda invece dietro. Di conseguenza gli uomini vedono da lontano i difetti degli altri, mentre non sanno distinguere i propri». San Gregorio Magno, autore della Regula Pastoralis, un manuale per gli educatori cristiani, dichiara che a volte il silenzio di fronte agli errori altrui è biasimevole, se frutto di viltà o di opportunismo. Esorta, pure, a considerare la psicologia di chi rimproveriamo, temperando la severità con la mitezza: la seconda permette di non scoraggiare i timidi, la prima di richiamare energicamente gli sfrontati. Soprattutto, secondo quel grande Padre della Chiesa, è importante che non vi sia mai rancore nel nostro cuore. In tal caso, la correzione va omessa o differita. «I giusti, quando castigano severamente, non perdono la grazia della dolcezza interna». Quanta saggezza nel Vangelo e nella Tradizione ecclesiale alla quale attingere, soprattutto se genitori e nonni! Chi ama, educa. Chi educa, corregge. Chi corregge, ama.
