In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città. (Mt 10,34-11,1)
Il brano del Vangelo, che conclude il discorso missionario del Signore riportato nel cap. 13 del Vangelo di Matteo, si articola in tre parti. Anzitutto, la prima, con il simbolo della “spada”, l’arma che taglia e che simbolizza l’esigenza di fare delle scelte responsabili nella vita. Non esiste un Gesù buonista e sdolcinato, come a volte viene presentato in nome di una “misericordia” che non corrisponde a quella del Vangelo. Il male è una terribile insidia che richiede un combattimento spirituale coraggioso. Altrimenti, tutta la storia rimarrebbe una farsa o, peggio ancora, il teatro della prevalenza dei malvagi. Nella sua enciclica Spe Salvi, Papa Benedetto, il grande Maestro del nostro tempo, scrisse: «Un Dio che fosse solo grazia e tutto scusasse sarebbe un Dio che rimarrebbe debitore della giustizia. Il male non è una banalità. Non può essere semplicemente accantonato. Sulla croce di Cristo, la giustizia di Dio si è compiuta, perché Egli ha preso su di sé la sofferenza e la colpa del mondo, trasformandola». Il secondo punto riguarda gli “affetti”, esemplificati nelle relazioni con i familiari più stretti. Essi vanno ordinati al bene e più si è servi del Signore e lo si ama più di ogni altra creatura, più saremo capaci di amare in Lui i nostri cari. Sant’Ignazio di Loyola ci ha ha insegnato a esaminare spesso la nostra coscienza, soprattutto agli inizi degli esercizi spirituali, per verificare quanto gli affetti condizionino il nostro modo di pensare e di agire, ricordando che tutto va orientato al bene supremo: il servizio di Dio e la gloria eterna. Giammai le creature possono prendere il posto del Creatore. Infine, il Signore chiede di perseguire la santificazione dell’anima nostra compiendo con amore tutti i piccoli gesti che compongono ordinariamente la nostra quotidianità, esemplificati nell’atto di porgere un bicchiere d’acqua. È questa la “piccola via” che Santa Teresina di Lisieux, dottore della Chiesa, ci ha additato: «. Capii che solo l’amore faceva agire le membra della Chiesa. Capii che l’amore abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi… in una parola, che è eterno! Allora, nell’eccesso della mia gioia delirante, esclamai: O Gesù, mio Amore, la mia vocazione l’ho trovata finalmente! La mia vocazione è l’amore!».
