Il pensiero del giorno: Lc 4,38-44

Don Piero Cantoni 2 anni fa
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« Uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva. Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: “Tu sei il Figlio di Dio!”. Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo. Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: “È necessario che io annunci la buona notizia [εὐαγγελίσασθαί] del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato”. E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea » (Lc 4,38-44). 

 

“Vangelo”, “euanghélion”, viene comunemente tradotto con “buona notizia”. È una traduzione certamente corretta, ma che rende il suo contenuto in modo riduttivo. Il termine infatti designa il decreto di un sovrano: non è una pura e semplice “notizia”, ma un qualcosa che – bello o brutto che sia – cambia le cose, perché emana da una autorità suprema. Questo decreto infatti parla di un regno che si afferma: evidentemente qui regno non vuol dire “territorio”, ma piuttosto sovranità. Qualcosa di “dinamico”. Qualcuno – Dio – riafferma efficacemente la sua sovranità. La parola regno ricorre 122 volte in tutto il Nuovo Testamento. Di queste 122 ricorrenze 99 sono nei Vangeli sinottici e 90 ricorrono sulla bocca di Gesù. Sembrerebbe dunque che i Vangeli non parlino tanto di Gesù, quanto del regno. La Chiesa ha fatto oggetto della sua predicazione Gesù, annunciandolo come Figlio di Dio e Dio lui stesso per natura, mentre il Gesù dei Vangeli sembra piuttosto annunciare la venuta del regno di Dio. Molti interpreti allora hanno detto: vedete che c’è una differenza? Un conto è il Gesù della storia, il quale ha predicato il regno di Dio e un conto è il Cristo della fede, frutto della rielaborazione della Chiesa.

La proposta sembra allettante nella sua semplicità. In che cosa consisterebbe il regno annunciato dal “vero” Gesù? In una morale individualistica che si contrappone alla concezione legalistica e cultuale degli ebrei del tempo di Gesù? Nella fine imminente del mondo? In uno stato di cose in cui finalmente «regnano la pace, la giustizia e la salvaguardia della creazione»? Il problema è che ciascuna di queste interpretazioni si trova costretta a fare quello che alla scienza onesta non è mai consentito: selezionare i fatti alla luce della teoria, per poi fondarla sulla base dei fatti così selezionati… Gesù è – secondo una famosa espressione di Origene – l’autobasiléia, il Regno stesso in persona. Cioè in lui Dio si fa presente e agisce. Agisce già da ora, ma la sua azione è misteriosa, per cui bisogna essere pronti per discernerla, tant’è vero che essa diventa evidente in qualcosa che non ha le apparenze della gloria e della potenza di Dio: la sua passione e la  sua morte. «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17,21). «È in mezzo a voi», non è dunque qualcosa di solo “imminente”. Non è tale «da attirare l’attenzione», ma non è neppure qualcosa di solo “interiore”, perché Gesù, nel contesto della trasfigurazione, dice che: «In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza» (Mc 9,1).

Questa potenza però – che si annuncia esplicitamente come la potenza di uno che parla a nome di Dio e che con Dio si identifica, al punto da dire «ti sono rimessi i tuoi peccati» (Mc 2,5; Mt 9,2; Lc 5,20) oppure «avete inteso che fu detto… ma io vi dico» (Mt 5,21-22) – è tale da operare in pienezza solo nel mistero del massimo abbassamento della passione e della morte, perché quello stesso Figlio dell’uomo che deve venire in potenza, «deve soffrire molto ed essere disprezzato» (Mc 9,12). Se tutto questo è solo frutto della rielaborazione post-pasquale di una anonima comunità primitiva, allora essa era composta da geni teologici di cui però non c’è traccia nei documenti. È molto più sensato e ragionevole pensare che qualcosa di grande e di inaudito, in termini di parole e di fatti, stia a monte di tutti questi discorsi in modo da renderne plausibile, ragionevole, il tono e la portata. Il Regno è Gesù e se lo accolgo nella fede il Regno incomincia in me e – attraverso di me – si diffonde nel mondo!

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 Don Piero Cantoni

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Don Pietro Cantoni nasce a Piacenza il 19 aprile 1950. Autore di numerose pubblicazioni, è stato professore stabile di teologia presso lo Studio Teologico Interdiocesano “Mons. Enrico Bartoletti” di Camaiore (LU). Fondatore della Fraternità san Filippo Neri nella diocesi Massa Carrara – Pontremoli, è membro del capitolo nazionale di Alleanza Cattolica e guida Esercizi ignaziani dal 1975.