Il Sacro Monte di Varese

Là dove il Santo Rosario diventa catechismo in cammino
Gabriele Fontana 1 settimana fa
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di Gabriele Fontana


Lo scrittore inglese Samuel Butler (1835-1902) è stato un personaggio di rilievo nella letteratura anglosassone dell’Ottocento e, come tanti altri, attratto dal “Gran Tour” in Italia. In modo del tutto inconsueto, non si rivolse però alle grandi città d’arte, bensì si dedicò a mete meno note e più rustiche, che descrisse in un brillante reportage dedicato significativamente alle Alpi e ai loro santuari, Alps and Sanctuaries of Piedmont and the Canton Ticino, del 1881. Quando, verso la fine del proprio itinerario, giunse finalmente al Sacro Monte di Varese commentò entusiasticamente: «Pare che gli italiani non possano guardare un posto elevato senza desiderare di metterci qualcosa in cima, poche volte lo hanno fatto più felicemente che al Sacro Monte di Varese».

Una visita pur rapida a questo luogo straordinario non può che far condividere l’opinione del letterato inglese e il Sacro Monte già attrae ancora prima di giungervi, quando facilmente lo si individua nel paesaggio prealpino che circonda la conca varesina, dove si staglia anche per una certa asprezza del rilievo che lo ospita in un paesaggio dalle forme più dolci.

Eccellenza nell’ambito dei sacri monti prealpini, quello di Varese fonde in modo ineguagliabile il patrimonio religioso e devozionale con l’espressione artistica, il senso anche simbolico di ascesa alla cima con quello dell’itinerario scandito per giungere alla meta, l’opera dell’uomo con l’armonia di un voluto e studiato inserimento nel paesaggio.

La cima del colle di Santa Maria del Monte con la sua chiesa (così oggi si chiama la località sommitale) è stata sede di culto forse ancora prima dell’epoca cristiana. Si ha del resto testimonianza certa di un edificio di culto di età romanica, dell’adattamento rinascimentale successivo, per giungere infine al santuario di epoca barocca.

Il complesso si apre a valle con la piccola chiesa dedicata all’Immacolata Concezione, oltre la quale si trova l’arco del Rosario, il primo dei portali monumentali con la relativa fontana che scandiscono il percorso, aprendo ai misteri gaudiosi. L’itinerario di ascesa è infatti dedicato ai misteri del Santo Rosario e a ognuno di essi è dedicata una cappella ospitante la rappresentazione teatrale del mistero stesso, ottenuta mediante la sapiente combinazione di statue di terracotta colorata, di affreschi e di oggetti che vanno a comporre scene di grande realismo, vere e proprie composizioni di luogo su cui meditare visivamente. Le cappelle sono quattordici, il quindicesimo mistero è ospitato nel santuario al vertice del colle e del piccolo abitato montano di Santa Maria del Monte. Il percorso è costituito da un ampio e a tratti sinuoso viale acciottolato, dove altre due porte monumentali introducono ai misteri dolorosi e gloriosi.

L’aspetto odierno del Sacro Monte risale agli inizi del secolo XVII, ma richiede una premessa di due secoli. Fu infatti allora che si andò costituendo un gruppo di pie donne che dava assistenza ai pellegrini, già allora numerosi; dopo alcuni anni Papa Sisto IV (1414-1484) ne autorizzò due, le beate Caterina Moriggi (1437-1478) e Giuliana Puricelli (1427-1501) a edificare un monastero secondo la regola agostiniana, monastero che esiste ancora oggi, ospitando una comunità diocesana di clausura, dedita tra l’altro al restauro di opere d’arte. Nel 1603, una delle monache, Maria Teresa Cid, suggerì al padre cappuccino Giovanni Battista Aguggiari (†1631), cappellano del convento, l’idea di rendere più agevole il percorso tra abitato a valle e santuario mediante un percorso devozionale che accompagnasse i pellegrini e prendendo probabilmente spunto dall’esistenza di alcune cappelle ospitanti statue lignee, già site nei pressi del santuario nel secolo precedente. Accolta con entusiasmo l’idea, il padre mise a punto un primo abbozzo progettuale di percorso con l’architetto varesino Giuseppe Bernascone, detto il Mancino (1565-1627), onde ospitare cappelle dedicate ai misteri del Santo Rosario.

Il progetto nacque già ambizioso, ma per questo bisognava trovare risorse in misura ben maggiore rispetto a quella che le monache avrebbero potuto offrire. Il buon padre Aguggiari non si scoraggiò e organizzò una campagna di predicazione finalizzata alla raccolta di offerte. Già al primo tentativo, a fine 1604, presso il vicinale borgo di Malnate, la risposta del popolo non si fece attendere e una prima processione recante doni in denaro e beni si portò offerente al santuario, inaugurando una lunga serie di risposte entusiastiche alle sollecitazioni del predicatore. Così il 25 marzo 1605 fu possibile porre la prima pietra e negli anni seguenti proseguire il progetto con quanto offerto non solo dai fedeli della diocesi ambrosiana, ma anche da quelle circonvicine.

Già nel 1630 ben tredici cappelle erano già terminate, mentre si sarebbe dovuta aspettare la fine del secolo per il completamento definitivo dell’opera, il santuario di Santa Maria compreso.

Impossibile elencare tutti coloro che con il loro talento di architetti, plasticatori, pittori e artigiani hanno contribuito a rendere il complesso così ammirabile da farne uno dei capolavori del barocco italiano, introducendo tra l’altro anche innovazioni, la pianta ellissoidale di alcune cappelle ad esempio, poi riprese in altre costruzioni più imponenti. Comunque, a dispetto delle dimensioni contenute, la stessa varietà di disegno e l’armonia degli edifici costituisce uno dei pregi più evidenti del complesso.

La realizzazione artistica si svolse sotto l’occhio vigile del colto Cardinal Federico Borromeo, che mise sotto la sua protezione l’attività di predicazione dell’Aguggiari e, dopo una visita in loco del 1612, precisò le regole per la realizzazione dell’opera (in realtà dei sacri monti in genere) affinché avesse il necessario decoro, assicurandone il valore devozionale e l’efficacia catechetica.

L’attenzione alla realizzazione artistica si accompagnò sin dall’inizio a una parallela attenzione a particolari che potrebbero apparire secondari, ma che invece furono oggetto di grande cura. Ad aspetti pratici, come il predisporre la disponibilità d’acqua lungo il percorso, la realizzazione accurata della selciatura a ciottoli tondi – la “rizzada” – dell’aperto viale, lo studio del percorso con tratti rettilinei e curvi in funzione della collocazione delle cappelle e delle prospettive paesaggistiche, si unì perfino lo studio della collocazione degli alberi lungo il percorso.

Per quanto alcuni aspetti siano ora alterati, quanto certamente al patrimonio arboreo e all’incombere forse troppo invasivo di edifici profani lungo il percorso, questa attenzione ha fatto sì che ancor oggi si possa ammirare il luogo come sintesi felice di arte e paesaggio, difficilmente ritrovabile altrove.

Giunti al vertice, dopo oltre due chilometri di salita a tratti faticosa, troviamo infine il santuario, al centro di un borgo suggestivo e ospitale, con i suoi due piccoli ma preziosi musei artistici, dove possiamo rendere omaggio alla venerata immagine dell’Incoronata, rappresentata dalla statua lignea che la tradizione vuole attribuita a san Luca e che si narra giunta con sant’Ambrogio ove ora si trova.

Arrivati alla meta non possiamo che ricordare il versetto del Salmo 47: «La tua santa montagna, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra».

Sabato, 27 giugno 2020

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  Architettura, Via Pulchritudinis
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 Gabriele Fontana

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