Il santuario della Madonna delle Grazie

Pio Kinsky dal Borgo 39 anni fa
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Pio Kinsky dal Borgo, Cristianità n. 70 (1981)

 

La storia, dalla origine miracolosa nella Pentecoste del 1345 fino ai nostri giorni, del santuario di Montenero, méta, ormai da sei secoli, della devozione mariana dei fedeli toscani. L’odierna minaccia della incredulità, o addirittura della negazione, che grava su queste forme di devozione popolare, a cui è tanto debitrice la santità di innumerevoli generazioni di cattolici.

 

A Montenero, in Toscana, dal secolo XIV

Il santuario della Madonna delle Grazie

 

La manifestazione della Vergine a Montenero, presso Livorno, nel secolo XIV, è all’origine del più importante santuario della Toscana e la causa remota di una devozione popolare mantenutasi viva e costante, nella regione, fino ai nostri giorni.

Il racconto del prodigio si fonda sulla tradizione. La domenica di Pentecoste, 15 maggio dell’anno 1345, mentre pascola il suo gregge nei pressi del fiume Ardenza, un vecchio pastore storpio ode provenire da un macigno poco distante una voce che lo chiama. Si avvicina e vede che il masso porta, incastrata, una immagine della Vergine santissima con il Bambino. Quel dipinto proviene miracolosamente dall’isola di Eubèa, in Grecia (Negroponte). Al pastore la Vergine comanda di portare l’immagine e il masso che la sorregge verso il monte, salendo le pendici finché ella stessa lo avvertirebbe di posarlo coll’interrompere il prodigio inusitato: e infatti – pieno di fede umile – il pastore ubbidisce caricandosi sulle spalle senza difficoltà – lui storpio e vecchio – l’enorme peso, e portandolo fin dove oggi sorge il santuario della Madonna delle Grazie. Qui sente l’insopportabile peso del carico, lo depone e dopo avere ringraziato la sua Regina, può correre, e senza impaccio, ad annunciare l’avvenimento al clero e al popolo livornesi (1).

Fin qui la tradizione, e «senza dubbio sarebbe stato desiderabile che per le origini del santuario di Montenero i documenti parlassero con quella evidenza che non lascia luogo a dubbi di sorta, e che il racconto avesse quella sicurezza che la storia di moltissimi prodigi coi quali Dio ha voluto glorificare la Madre Santissima del Suo Unigenito, recar conforto perenne a tante anime buone e confonder gli eretici che chiamano insano o idolatra il bel culto a Maria ed alle sue immagini benedette» (2).

Ma, nonostante la diligenza orgogliosa dei moderni per questo genere di narrazioni, non è ancora stata fornita, in diversi secoli, la prova definitiva che il racconto non rispecchi la verità. Anzi, risulta da fonti autorevoli e da ricerche archeologiche del secolo scorso che effettivamente in Eubèa, un pò a sud della città di Càlcide (Khàlkis), è esistita una chiesa dove gli abitanti più vecchi ricordavano essere anticamente venerata una immagine miracolosa della Vergine, poi misteriosamente scomparsa lasciando vuoto un vano le cui dimensioni corrispondevano a quelle del quadro di Montenero (3).

Aldilà della corrispondenza più o meno esatta dei fatti al racconto consegnatoci dalla tradizione, la storia stessa di Montenero e del suo santuario, coi prodigi che l’accompagnano, invita a deporre l’atteggiamento scettico tipico della mentalità moderna e a meditare attentamente le parole di un Dottore della Chiesa, san Luigi Maria Grignion de Montfort: «Tutti sanno che vi sono tre tipi di fede nei differenti racconti. Noi dobbiamo alle storie della santa Scrittura una fede divina; alle storie profane, che non ripugnano alla ragione e son scritte da buoni autori, una fede umana; e alle storie pietose riportate da buoni autori e per niente contrarie alla ragione, alla fede e ai buoni costumi, una fede pietosa; confesso che bisogna essere né troppo creduli, né troppo critici, e bisogna tenere in tutto la via di mezzo per trovare il punto della verità e della virtù; ma so anche che, come la carità crede facilmente tutto ciò che non è affatto contrario alla fede e ai buoni costumi: Charitas omnia credit (I Cor. XIII, 7), così l’orgoglio porta a negare tutti i racconti ben verificati, sotto pretesto che non figurano nella Scrittura santa. È la trappola di Satana, in cui sono caduti gli eretici che negano la tradizione, e in cui insensibilmente cadono i critici del nostro tempo, non credendo a ciò che non comprendono, e a ciò che a loro non torna, senza alcun’altra ragione che l’orgoglio e la sufficienza del loro spirito» (4).

Intanto, l’esistenza di un oratorio a Montenero è documentata fin dall’epoca della manifestazione della Vergine. Probabilmente abitavano il luogo comunità monastiche o eremiti, il cui ascendente sul popolo potrebbe comunque spiegare la fama antichissima di questo luogo e la venerazione per la sacra immagine, anche a voler prescindere dalla fede pietosa che è da prestare al racconto tradizionale sul suo ritrovamento.

Le comunità religiose che si succedettero nel governo dell’oratorio furono inizialmente composte da monaci non investiti degli ordini sacri, a cominciare dai terziari francescani, seguiti dai gesuati, ordine fondato da un convertito senese, il beato Giovanni Colombini nel secolo XIV (5).

Fu proprio il carattere particolare – quanto allo stato di non ordinati dei religiosi – di queste due prime congregazioni, a impedire loro di far fronte alle crescenti esigenze della pietà popolare, che richiedeva la presenza di sacerdoti per l’amministrazione dei sacramenti a un numero sempre maggiore di fedeli (6).

Il fatto che il rettorato, fin dai suoi albori, fosse sicuramente ambito dalle più diverse famiglie religiose d’Italia per la cospicua dote patrimoniale che veniva via via corredando il santuario di Montenero – fatto che sembra assai ben documentato dalle fonti notarili – non fa che deporre a favore dell’origine soprannaturale della devozione alla Madonna delle Grazie, la sola che può spiegare una pietà popolare tanto crescente e testimoniata dai testamenti e dai lasciti dei fedeli generosi.

Se un’attiva devozione privata verso la Madonna delle Grazie di Montenero è documentata già dal secolo XIV, a partire dal secolo successivo si può notare il sorgere e l’accrescersi rapidissimo di una forma pubblica di devozione convergente sul santuario. Progressivamente, non più solo le popolazioni di Livorno e delle zone vicine, ma quelle di tutta la Toscana fanno di Montenero la mèta di pellegrinaggi e il luogo dove, sotto il patrocinio e con la mediazione di Maria santissima, la società civile stipula patti e alleanze con il suo Creatore, ne implora la clemenza nelle avversità e lo ringrazia per i pericoli scampati.

Non è sicuramente possibile descrivere la storia di Livorno senza fare riferimento alla Madonna delle Grazie, tanto la vita della città si intreccia con la storia e la pietà del suo santuario. Soprattutto il pericolo costituito, per le popolazioni del litorale toscano, dai corsari turchi e algerini – rimasto concreto fino al Settecento, – le fece rivolgere in modo spontaneo alla Vergine per essere scampate dalle incursioni degli infedeli. Uno dei numerosi prodigi attestati dalla tradizione è la risposta alla devozione delle genti del litorale di fronte a questa minaccia per la Cristianità. Nel 1575, numerosi corsari barbareschi, sbarcati presso Montenero e guidati da un cristiano rinnegato del luogo, si avvicinarono all’oratorio con le peggiori intenzioni, senza peraltro poterle tradurre in fatti, perché, trovati dardi abitanti mentre vagavano – tutti misteriosamente privati della vista – nei dintorni del santuario, furono condotti dai monaci gesuati, i quali «affinché rimanesse [dell’avvenimento] un attestato autentico, ordinarono ai contadini di menar quei miserabili al fortino di Antignano, e ivi, prima di consegnarli alla milizia, facessero fare al parroco di detto luogo una formale ricognizione di tutto quanto era accaduto» (7).

La preservazione da successive terribili epidemie, chiesta e ottenuta dalla devozione popolare, è un titolo di gratitudine ricorrente nella storia dell’immagine della Vergine di Montenero, che per questo – e in una misura addirittura sociale – è chiamata taumaturga. A ciò in particolare si deve la decisione di incoronare la venerata immagine presa e attuata nel 1690, come segno esteriore e pubblico di sottomissione alla regalità di Maria santissima.

Nel 1742, salvata da un forte terremoto, la cittadinanza di Livorno formulava per mezzo dei suoi pubblici rappresentanti il voto, giurato da tutto il popolo, di digiunare e di intervenire alla messa votiva in ogni anniversario dell’avvenimento. Il governatore della città emanava un bando per impedire nella ricorrenza feste e balli tanto pubblici che privati (8).

Naturalmente, l’anima orgogliosa e razionalista della Rivoluzione che si manifestava nella prima metà del secolo XVIII con l’eresia giansenista, non poteva non scatenarsi contro la devozione mariana, che sempre fu uno dei suoi bersagli obbligati.

I sovrani illuministi – «braccio secolare» della Rivoluzione in quel periodo storico – fornivano tutto il supporto della coercizione nell’applicare le riforme più letali per la fede e la pietà popolari. Così anche il santuario di Montenero subì, in modo diretto, le conseguenze delle riforme «illuminate» e intimamente anticattoliche del governo di Pietro Leopoldo I. La soppressione di numerosi ordini monastici coinvolse i teatini, che dalla soppressione dei gesuati reggevano il santuario. Furono imposte le riforme canoniche e liturgiche derivate dall’opera nefasta del vescovo Scipione de’ Ricci e dal conciliabolo di Pistoia del 1786: tra l’altro, la proibizione di qualsiasi questua.

Nota uno dei più autorevoli storici di Livorno e del suo santuario che «se nella città di Livorno le riforme giansenistiche e quelle consigliate dal Vescovo Scipione de’ Ricci, oltreché a far innovazioni liturgiche, volte ad abolire pubbliche manifestazioni di pietà, non misero piede, ed anzi il popolo si levò fino contro di quelle; ciò fu dovuto in gran parte, […], anche alla devozione ed all’affetto verso la Madonna, devozione ed affetto mantenuti vivissimi dal santuario di Montenero» (9).

E, intatti, il profondo malcontento popolare trovò modo di esplodere nel 1790 – a Livorno come altrove in Toscana – sotto torma di autentiche insurrezioni. Il 31 maggio, giorno in cui cadeva in quell’anno la festa di santa Giulia, patrona della città, i livornesi davano inizio a tre giornate di rivolta contro le riforme leopoldine e gianseniste, che tra i diversi attentati alla fede avevano infierito specialmente con la chiusura al culto di varie chiese, tra le quali proprio quella di santa Giulia. La reazione non poteva certo essere facilmente evitata, se la situazione era arrivata al punto che «con lo scopo di abbellire la sinagoga, gli ebrei avevano acquistato i marmi delle chiese soppresse» (10).

Ma un flagello ben più grave della stessa eresia fu, per la Toscana e per l’Italia tutta, l’esportazione aggressiva della Rivoluzione francese e l’arrivo delle armate francesi nel 1796. Soprusi e violenze sacrileghi scandirono ogni fase dell’«aiuto fraterno» dell’epoca, mostrando il vero volto della Rivoluzione e favorendo il crescere della reazione alle idee giacobine divenute fatti.

Così anche la Toscana conobbe la sua epopea della Santa Fede e l’insurrezione controrivoluzionaria, iniziata nel 1799, poté annoverare – sia pure in una misura disgraziatamente minima, e perciò inadeguata – una élite dirigente rappresentata, tra gli altri, dal vescovo di Volterra, mons Ranieri Alliata (11).

In questa prova durissima Montenero fu, com’è dimostrato da alcuni episodi, un avamposto spirituale della Cristianità oppressa. Anche i monaci benedettini vallombrosani, chiamati a reggere il santuario dal granduca Ferdinando III, subirono le vessazioni rivoluzionarie da parte del governo napoleonico che «si volse a togliere o diminuire quella santa libertà di vita cristiana che le Congregazioni religiose hanno diritto di esercitare» (12), seguito con zelo non meno anticattolico, nel 1866, dal governo unitario. I repubblicani, colti di sorpresa dalla sollevazione contro-rivoluzionaria partita da Arezzo, non trovarono altra risposta che la cattura di ostaggi tra le persone più autorevoli di diverse città toscane. Così Livorno vide l’imbarco di centodieci deportati, che l’abate dei vallombrosani affidò alla protezione della Madonna di Montenero. Ritornarono in patria solo l’anno seguente e il primo pensiero degli ostaggi liberati fu di salire il colle di Montenero per sciogliere la promessa fatta da uno di loro – Pietro Calamai – di porre un quadro votivo nel santuario, in ricordo della protezione ottenuta dalla Vergine.

Nel luglio del 1799 gli insorti controrivoluzionari di Volterra, inquadrati da piemontesi, e quelli maremmani guidati da Curzio Inghirami avevano liberato Livorno dall’occupazione giacobina, e proprio da Montenero, dove la colonna volterrana si era attestata, i fuochi dei bivacchi avevano annunciato ai repubblicani la fine – purtroppo provvisoria – del loro governo (13).

Il secolo XIX si aprì a Montenero con un prodigio nell’ordine spirituale, che ebbe per protagonista, nel 1804, la fondatrice della prima comunità americana di religiose: la beata Elizabeth Ann Seton. La conversione di questa protestante episcopaliana alla fede cattolica fu opera particolare della Vergine delle Grazie, e avvenne durante la messa celebrata nel santuario quando «nell’istante solenne dell’elevazione una giovane turista inglese si volse verso Elizabeth, sussurrandole all’orecchio in tono beffardo: “Ecco quel che chiamano la loro Presenza Reale”» (14).

Verso la fine dell’Ottocento Montenero conosce la stagione dei grandi pellegrinaggi regionali e nazionali, che avvengono nel momento storico di massima tracotanza antireligiosa del potere pubblico, quando le stesse benedizioni impartite con l’immagine taumaturga sono proibite sulla piazza del santuario, che Pio VII, nel 1818, volle elevare al rango di basilica minore. Così, il 1895 fu l’anno del primo pellegrinaggio ufficiale di tutta la Toscana, la cui iniziativa si dovette a un semplice parroco, che volle con essa solennizzare in qualche modo il sesto centenario della traslazione della santa Casa di Loreto. Fu, contemporaneamente, l’anno del Primo Congresso Mariano Nazionale tenutosi a Livorno, che trattò temi quali «1 – Influsso di Maria nella società, come tipo perfetto della donna in ciascuno stato della medesima; 2 – Vittorie e beneficenze di Maria a favore della società; 3 – Gratitudine della società a Maria; 4 – Maria e l’Italia» (15). Ed effettivamente, nessuna città e nessun popolo come quello livornese poteva testimoniare meglio, durante i secoli e attraverso le peggiori tentazioni sociali della Rivoluzione, la regalità materna della Vergine sulla società.

A sancirne definitivamente questo titolo, appena trascorsi gli orrori della seconda guerra mondiale, Pio XII, con la lettera apostolica Per Christi Matrem del 5 maggio 1947 (16), proclamava la Beata Vergine delle Grazie, popolarmente detta Madonna di Montenero, principale patrona presso Dio di tutta la Toscana.

Da allora, e poi ancora dall’epoca dei grandi pellegrinaggi o da quella dei prodigi pubblici, lo spirito del mondo cattolico ha conosciuto desolazioni storiche che gli scampati dalle grandi calamità di Livorno o gli ostaggi del 1799 mai avrebbero osato immaginare. Oggi «Non più assalti di pirati barbareschi si avventano contro il colle e contro il santuario. Ma altrettanto pericolose e sacrileghe insidie. Ondate di negazione, di insofferenza, di indifferenza. Sono queste che bisogna combattere e vincere» (17).

Mentre incombono sull’umanità intera sempre più pressanti i richiami e le minacce di castigo pronunciati a Fátima nel 1917, da Montenero parte un segno di ammonimento e di speranza la cui occasione non può più essere definita casuale. Nel 1799, al termine dell’occupazione che era seguita alla espulsione dei repubblicani, i soldati russi del generale Suvarov, che erano ripetutamente saliti a Montenero per pregare, portarono con sè, per devozione, una copia della immagine della Madonna delle Grazie. Oggi essa si trova a Mosca, nella chiesa di San Luigi (18).

Anche da Montenero la Madonna ricorda agli uomini del nostro tempo che, per punire la loro ostinazione, tocca alla Russia «diffondere i suoi errori nel mondo»; rimane, tuttavia, la sua entusiasmante promessa: «Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà».

Pio Kinsky dal Borgo

 

Note:

(1) Discorso cronologico sull’origine di Livorno, Napoli 1647, cit. in SAC. SALVATORE BARDOTTI, Il Santuario della Madonna di Montenero presso Livorno nel suo primo secolare periodo, retto dai Frati del Terz’Ordine di S. Francesco – 1341-1441, Tip. Collegio di S. Bonaventura, Quaracchi presso Firenze 1913, p. 11, nota 2. Cfr. PIETRO VICO, Montenero, Tip. Gius. Fabbreschi, Livorno 1902.

(2) P. VIGO, Montenero, op. cit., p. 96.

(3) Cfr. ibid., pp. 93 ss.

(4) SAN LUIGI MARIA GRIGNION DE MONTFORT, Il segreto ammirabile del Santo Rosario, trad. it., Cantagalli, Siena 1974, pp. 55-56.

(5) Cfr. SAC. S. BARSOTTI, op. cit., pp. 10 ss. 

(6) Cfr. P. VICO, op. cit., pp. 131 ss.

(7) G. OBERHAUSEN, Istoria della miracolosa immagine di N. Signora di Montenero, Cappurri, Lucca 1975, cit. in: GIOVANNI PAOLI, Dal monte alla marina, Ed. Centro Mariano Montenero, Livorno 1973, p. 28. Le spoliazioni reiterate del monastero, perpetrate in epoca moderna dalla rivoluzione giacobina e da quella risorgimentale, lo hanno privato del suo archivio e, con esso, di questo documento e di innumerevoli altre testimonianze storiche.

(8) Cfr. P. VICO, op. cit., pp. 176-177.

(9) Ibid., p. 195.

(10) G. PAOLI, op. cit., p. 85.

(11) Cfr. E. A. BRIGIDI, Giacobini e Realisti, o il Viva Maria, Storia del 1799 in Toscana, Forni, Bologna 1965, cap. XV.

(12) P. VICO, op. cit., p. 151.

(13) Cfr. G. PAOLI, op. cit., pp. 115 ss.

(14) Ibid., p. 139. 

(15) Ibid., p. 239.

(16) Ibid., pp. 259 ss. Cfr. PIO XII, Lettera apostolica Per Christi Matrem, del 5-5-1947, in Il magistero mariano di Pio XII, a cura di Domenico Bertetto S. D. B., 2ª ed., Edizioni Paoline, Roma 1960, pp. 193-194.

(17) LEA BINDI SENESI, Sempre con noi Maria, Supplemento a L’eco del Santuario di Montenero, Livorno 1968, p. 10.

(18) Cfr. G. PAOLI, op. cit., p. 132.

 

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