Il “bello-buono” nell’estetica di Platone

I Greci avevano un concetto del bello diverso da quello dei moderni. Essenziale era la sua relazione con le virtù morali e civili
Leonardo Gallotta 2 anni fa
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di Leonardo Gallotta

Alcuni studiosi sostengono che nel pensiero del filosofo della Grecia antica Platone (428/27-348/47 a.C.) l’estetica abbia rilievo modestissimo rispetto ad altri campi d’indagine. È sicuramente vero, ma lo stesso può dirsi di molti altri filosofi antichi e anche medioevali. Certo, Platone non elaborò una trattazione sistematica di questioni estetiche e tuttavia nei suoi scritti le considerazioni di questa natura sono ben presenti.

Va peraltro precisato che l’estetica come branca a sé della filosofia preposta allo studio del concetto di Bello nasce in tempi moderni, nel 1750, anno in cui il filosofo tedesco Alexander Gottlieb Baumgarten (1714-1762) pubblica Aesthetica. Ora, poiché le diverse considerazioni estetiche di Platone che in vari dialoghi compaiono soprattutto sotto forma di allusioni, di compendi, di accenni e di similitudini, risentono dello sviluppo della sua intera filosofia, è chiara l’impossibilità di presentarle in modo unitario e da ciò la necessità di delineare soprattutto quelle più attinenti al concetto, appunto, di “bello”.

Quando il filosofo greco loda la bellezza, loda però una realtà diversa da quanto s’intende oggi con questo termine. Sia per Platone stesso sia per i Greci in generale, la bellezza non è infatti relativa al solo godimento di oggetti artistici, ma si estende anche alle virtù morali e civili (si tenga presente che si deve a Platone l’individuazione delle quattro virtù cardinali).

In molte opere (oltre alla Repubblica e alle Leggi, si possono citare Fedro, Gorgia, Simposio, Filebo, Sofista e Timeo), Platone accenna non soltanto alla bellezza dei corpi e della dea Afrodite, ma anche a quella della giustizia, della prudenza, dei retti costumi, della cultura e dell’anima. C’è da dire che la nozione del bello non solo si apre, nei Greci, a una gamma di valori assai ampia, ma che il concetto del bello differisce assai poco da quello del bene.

Platone può usare, come in realtà fa, i due termini in modo intercambiabile. Eccolo dunque sviluppare e utilizzare appieno il concetto di kalokagathìa. Il termine (certamente cacofonico in lingua italiana…) è composto da kalòs (bello) e agathòs (buono), due termini tenuti assieme mediante la crasi, così da formare praticamente un vocabolo unico.

Il concetto di kalokagathìa non è un’esclusiva di Platone. Sembra infatti che sia stato elaborato ad Atene, a partire dalla metà del secolo V a.C., dai Sofisti che volevano con questa espressione caratterizzare l’intellettuale che si dedica alla carriera oratoria e politica, il quale — dotato di un bell’eloquio — deve tuttavia ispirarsi a un valore morale di giustizia e di virtù.

Sintetizzando: ciò che è bello non può non essere buono e ciò che è buono è necessariamente bello.

S’impone infine una domanda: un cristiano può assumere la kalokagathìa come criterio di individuazione del bello? Il bello è percepibile a diversi livelli: nel cosmo, nella natura, nell’uomo e nelle altre creature, nei manufatti artistici e artigianali. Posto che una definizione univoca e assoluta di bello non esiste, stante pure la diversa capacità percettiva di ciascuno, a essa si può tuttavia arrivare per approssimazione, a patto che, sulle orme di Platone, le si accosti anche il concetto di buono. Si potrà quindi dire che è bello tutto ciò che — nel mentre attrae — eleva moralmente e spiritualmente, e che quindi il buono è anche inevitabilmente bello. Assumendo la kalokagathìa, s’intraprende allora un cammino, la Via Pulchritudinis, che avrà come traguardo il Sommo Bene e la perfetta Bellezza.

Sabato, 25 agosto 2018

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  Via Pulchritudinis
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 Leonardo Gallotta

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