Il socialismo autogestionario: rispetto al comunismo una barriera o una testa di ponte?

II. Dottrina e strategia nel progetto di socialismo per la Francia
Plinio Corrêa de Oliveira 38 anni fa
Prima pagina  /  Cristianità  /  Articoli e note firmate  /  Il socialismo autogestionario: rispetto al comunismo una barriera o una testa di ponte?

Plinio Correa de OliveiraCristianità n. 82-83 (1982)

 

Oggi, in Francia, è in atto un nuovo esperimento rivoluzionario che si chiama socialismo autogestionario. Il suo programma è sostanzialmente identico, nelle finalità, a quello del comunismo classico: eliminazione graduale della proprietà privata, svilimento della famiglia, ateismo pratico, cioè sradicamento del paese dalla sua tradizione religiosa e civile. Unica differenza: la gradualità nel perseguire questi obiettivi, per tranquillizzare la popolazione ed evitarne la reazione.

 

Il socialismo autogestionario: rispetto al comunismo una barriera o una testa di ponte?

II. Dottrina e strategia nel progetto di socialismo per la Francia

 

1. «Libertà, uguaglianza, fraternità» nel Projet socialiste

È caratteristica specifica del motto l’essere sostanzioso e preciso.

Non è il caso del trinomio della Rivoluzione francese: «Libertà, uguaglianza, fraternità». Tra le molteplici interpretazioni e modalità di applicazione a cui ha dato adito, alcune hanno lasciato nella storia segni di empietà, di delirio e di sangue che non si cancelleranno mai (1).

Una delle interpretazioni più radicali alla quale il trinomio si presta, può essere enunciata nel modo seguente: la giustizia comanda che vi sia una uguaglianza assoluta tra gli uomini. Soltanto questa, sopprimendo qualsiasi autorità, realizza completamente la libertà e la fraternità. La libertà ammette soltanto un limite: quello indispensabile a impedire che uomini più dotati costituiscano a proprio vantaggio qualche superiorità di comando, di prestigio o di beni. L’autentica fraternità deriva dal rapporto tra gli uomini completamente uguali e liberi.

Dal 1789 al 1794 i successivi capi rivoluzionari si sono ispirati a interpretazioni del famoso trinomio, sempre più vicine a questa enunciazione radicale. Ormai agonizzante, la Rivoluzione francese, così ostentatamente moderata nei suoi primi giorni, ebbe convulsioni di significato chiaramente comunista. Come ripetendo al rallentatore il processo di questa Rivoluzione, il mondo democratico ha portato – o sta finendo di portare – alle sue ultime conseguenze il livellamento politico delle classi, benché conservi ancora aspetti gerarchici nella sua cultura, come nel suo regime sociale ed economico.

Si possono discutere i fatti, i luoghi e le date nelle quali, nel secolo XIX, sono cominciati i principali movimenti a favore del livellamento culturale e socio-economico. Il fatto certo è che, alla metà del secolo, essi si erano estesi a molti paesi e avevano acquistato una forte consistenza in diversi di essi; al punto da ispirare accadimenti come, in Francia, la Rivoluzione del 1848 e la Comune del 1871. Inoltre, è evidente nel nostro secolo la loro presenza tra i fattori profondi della Rivoluzione russa del 1917, e, di conseguenza, nella propagazione del regime comunista ai paesi oltre la cortina di ferro e quella di bambù, e ad altri (2). Senza parlare di tutte le rivoluzioni e agitazioni comuniste che hanno scosso diverse parti del mondo, tra le quali la esplosione della Sorbona del maggio 1968.

Il Projet socialiste pour la France des années 80 – sulla base del quale il Partito Socialista ha partecipato alle ultime elezioni (vedi cap. I, nota 1) – si inserisce esplicitamente, e perfino orgogliosamente, in questo movimento generale (3). Leggendolo, si constata chiaramente che la sua meta ultima è la uguaglianza completa, dalla quale dovrebbero nascere la libertà e la fraternità integrali (4). Per esso, il fine principale del potere consiste nell’impedire che la libertà produca disuguaglianza (5). È vero che qualifica come utopia la completa soppressione dell’autorità; ma l’utopia, non è nella sua logica, un vuoto, superato il quale si precipita nel caos dell’anarchismo: al contrario, è un orizzonte nella cui direzione si deve volare sempre di più, avvalendosi di tutti i mezzi per giungere il più vicino possibile – o il meno lontano possibile – dall’irrealizzabile, cioè dalla soppressione di quel male necessario, ma così spiacevole, che è, secondo esso, l’autorità (6).

2. Il Partito Socialista, il centro e la destra

In questa prospettiva globale si spiega tutto il Projet (7).

Il Projet accetta, e assume per intero, la eredità politica radicalmente ugualitaria accumulata in Francia a partire dal 1789. Giudica misure utili le diverse leggi messe in vigore fino ai giorni nostri per ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche; e, inoltre, vuole mettere risolutamente in marcia la Francia attuale verso l’applicazione più radicale del discusso trinomio (8).

La frontiera tra il Partito Socialista da una parte, e il centro e la destra dall’altra, sta nel fatto che questi due ultimi – almeno nella loro maggioranza – accettano il trinomio, ma non nella interpretazione radicale che ne dà il Partito Socialista. Di modo che, invece di dichiararsi desiderosi di raggiungere la meta ugualitaria ultima, dicono, o lasciano intravedere, che desiderano fermarsi a una distanza indefinita da essa (9).

3. Partito Socialista e comunismo. La strategia della gradualità

Il Partito Socialista ha una frontiera definita che lo distingue dal comunismo, nella strategia verso la meta ultima, che è la uguaglianza totale? Sì: a. il Partito Socialista teme che una realizzazione immediata della uguaglianza totale risvegli reazioni di tale mole, che conviene assolutamente evitarle: b. per questa ragione assolutamente contingente, di opportunità e di strategia, secondo il Partito Socialista l’applicazione dei princìpi comunisti deve essere graduale, e le tappe di questa gradualità devono essere misurate in modo da evitare traumi eccessivi (10).

Una certa moderazione iniziale dei socialisti francesi, nella transizione verso la uguaglianza totale, non è dunque effetto di simpatia, di compassione oppure di indulgenza nei confronti dell’avversario vinto: è la trasposizione nella azione di un calcolo strettamente utilitaristico, e molto precedente la vittoria.

Bisogna tuttavia sottolineare che l’ugualitarismo radicale del Partito Socialista francese cerca di trarre vantaggio dalla esperienza socio-economica – che sappiamo dura e deludente – di tutti i paesi nei quali il comunismo è, oppure è stato, vigente. Perciò evita, in larga misura, le statalizzazioni, così caratteristiche del comunismo old style, e mira a instaurare nella totalità – o quasi – delle imprese fino a ora private, un’altra forma di ugualitarismo democratico radicale: l’autogestione (11).

4. Autogestione nella impresa: mini-rivoluzione socio-economica

L’autogestione costituisce, in miniatura, la instaurazione dei princìpi e della forma di governo della Rivoluzione del 1789 nella impresa (12).

Tutto il Projet sembra vedere nei rapporti padrone-salariato una immagine residuale dei rapporti re-popolo. Vuole «detronizzare» il «re», annientarne la «sovranità» nella impresa, e trasferire tutto il potere al livello della «plebe» aziendale, cioè dei salariati; più specificamente, ai lavoratori manuali. La Rivoluzione si è servita di diverse misure per evitare che si ricostituissero, sul piano politico, aristocrazie di diversa natura. Analogamente, il Projet si impegna a evitare che i dirigenti e i tecnici sopravvivano come aristocrazie nella impresa «repubblicanizzata». Nelle imprese «grandi» il proprietario individuale scompare subito. Lo stesso concetto tradizionale di impresa è allargato. Partecipano di un diritto reale su di essa, e su quanto produce, non soltanto coloro che vi lavorano, ma anche delegati di organizzazioni rappresentanti dei consumatori, dei fornitori, ecc.; ossia, tutta la società, specificata nei corpi o gruppi prossimamente attinenti alla impresa (vedi quadro IV, La impresa autogestionaria ideale proposta dai socialisti).

Come una repubblica democratica, ogni impresa, retta in suprema istanza dal suffragio universale dei lavoratori, avrà le sue assemblee di lavoratori per ricevere informazioni sul corso di tutte le cose che la riguardano, avrà le sue elezioni di «rappresentanti», ossia di «deputati», che costituiranno un comitato direttivo – più o meno un soviet -, e questo, a sua volta, avrà come semplici esecutori della sua volontà, i dipendenti-dirigenti.

Questo regime si definisce da sé stesso come autogestionario, e si afferma come logico sviluppo socio-economico della sovranità popolare in campo politico. Una repubblica sarebbe una nazione politicamente autogestionaria. Un regime autogestionario comporterebbe la «repubblicanizzazione» della struttura socio-economica (13); ossia la instaurazione di un regime aziendale nel quale la direzione degli specialisti e dei tecnici è soggetta ad assemblee e a organi, nei quali sono preponderanti membri del corpo sociale di minore sviluppo intellettuale.

5. L’autogestione deve abbracciare tutta la società e tutto l’uomo

Questa «repubblicanizzazione» deve abbracciare tutta la struttura sociale, e non soltanto la impresa. Infatti, secondo il Projet, la piena realizzazione dell’autogestione suppone una trasformazione profonda dell’uomo, e la instaurazione delle conseguenze più esacerbate del trinomio in tutti i settori dell’attività che, oltre alla impresa, formano la società: la famiglia, la cultura, l’insegnamento, lo stesso tempo libero (14).

6. Perché la riforma della impresa esige la riforma dell’uomo

La riforma dell’uomo: a tale riguardo il Projet si imbatte nelle stesse difficoltà del comunismo statalista.

I princìpi economici vigenti in Occidente, anche quando hanno dato adito ad abusi, emanano dalla stessa natura umana Essi si possono caratterizzare, riassuntivamente, attraverso l’affermazione della legittimità della proprietà individuale, così come della iniziativa e del profitto privati.

I socialisti, invece, si propongono di instaurare un altro sistema economico, orientato ad altre finalità e mosso da altri incentivi (15). All’idea che qualificano come di profitto soltanto per alcuni, si deve sostituire progressivamente il criterio della utilità sociale, determinata dalla volontà sovrana del popolo. Ossia, i socialisti, come i comunisti, affermano che l’individuo esiste per la società, e deve produrre direttamente non per il suo bene specifico, ma per la collettività alla quale appartiene.

In questo modo viene meno il migliore stimolo al lavoro, la produzione decade forzatamente, la indolenza e la miseria diventano generali in tutta la società.

Infatti, ogni uomo cerca, alla luce della ragione come anche attraverso un movimento istintivo continuo, potente e fecondo, di provvedere anzitutto alle sue necessità personali e a quelle della sua famiglia. Quando si tratta della propria conservazione, l’intelligenza umana lotta più facilmente contro le sue limitazioni, e cresce sia in acume che in agilità. La volontà vince con più facilità la pigrizia e affronta con maggiore vigore gli ostacoli e le lotte. Insomma, il lavoratore raggiunge il livello di produttività quantitativamente e qualitativamente corrispondente alle reali necessità e convenienze sociali. A partire da questo impulso iniziale – pieno di legittimo amore di sé e dei suoi – l’uomo produce le onde più vaste dell’amore del prossimo, che devono abbracciare, in ultima istanza, tutto il corpo sociale. E così la sua attività, lungi dal beneficiare solamente il suo piccolo gruppo familiare, assume ampiezza proporzionata alla società.

Il socialismo, abolendo questo primo stimolo naturale e potente al lavoro, e instaurando, al contrario, un regime salariale sempre più ugualitario, nel quale i più capaci non vedono compensato proporzionatamente il loro maggiore servizio, instilla lo scoraggiamento in ogni lavoratore.

Così, tutto il gettito della forza lavorativa nazionale cala, si indebolisce e diventa insufficiente, come accade, in modo così evidente, in Russia e nei paesi satelliti; come accade anche, benché in modo forse meno evidente, in Jugoslavia; e come accadrà, analogamente, nella Francia autogestionaria (16).

Importa sottolineare, a questo punto, la forza di stimolo della disuguaglianza e l’effetto depressivo della uguaglianza generale, così come delle disuguaglianze microscopiche.

In una società ugualitaria è inevitabile che il guadagno del lavoratore abbia un tetto, uguale per tutti, oppure tetti molto poco disuguali. Quanto in essa sia piccola questa disuguaglianza, si rende evidente se la paragoniamo alle disuguaglianze di tetti del regime socio-economico in vigore in Occidente.

Si deve osservare che, per la natura stessa delle cose, la capacità di lavoro varia enormemente da uomo a uomo, e che la produttività globale del lavoro di una nazione suppone il pieno stimolo di tutte le capacità, soprattutto di quelle dei super-capaci.

Nel regime socio-economico in vigore in Occidente, gli orizzonti per le legittime ambizioni dei super-capaci sono indefiniti. Messe in moto, stimolano da proche en proche tutta la gerarchia delle capacità necessariamente minori, che pure hanno davanti a sé possibilità di successo proporzionate. Una volta limitato lo slancio dei super-capaci o dei capaci, l’impeto della produzione del lavoro diminuisce. Inoltre, dove i super-capaci svolgono un lavoro minore rispetto alle loro forze, i capaci sono, a loro volta, disincentivati, e tutto il livello della produzione si abbassa.

L’egualitarismo porta così, e necessariamente, a una produzione inferiore alla somma delle capacità di lavoro di un paese. E tanto minore quanto questo ugualitarismo è più radicale.

Ora, non sembra che il tetto concesso dal Projet faccia più che soddisfare le modeste aspirazioni dei soggetti di media capacità.

7. La società autogestionaria e la famiglia

Da quanto si è visto, il Projet sembra immaginare che la famiglia, come oggetto immediato dell’amore dell’uomo e come passaggio intermedio tra lui e la società, non trasmetta moltiplicato ma, al contrario, vieti lo slancio dell’amore dell’uomo verso tutto il. corpo sociale. Perciò, senza vietarla – il che sarebbe immediatamente traumatizzante e poco gradualistico -, la dichiara velatamente di scarsa necessità per il bene comune, ponendola sullo stesso piano dell’amore libero e della unione omosessuale (17). La funzione procreativa, intrinseca alla famiglia, è svincolata, dal Projet, dal suo fine naturale, ed è considerata come pura realizzazione dell’individuo. La sterilità di questa funzione è permessa e facilitata in tutti i modi (18). La uguaglianza tra l’uomo e la donna deve essere la più completa possibile, non soltanto quanto all’accesso alle più diverse professioni, ma nell’adempimento delle faccende domestiche (19).

Instabile, sterile, nel socialismo autogestionario la famiglia perderà naturalmente la propria identità, e si confonderà con qualsiasi altra unione. Cadrà così uno dei bastioni che sostengono la personalità di ogni individuo. E, come si vedrà, la missione educativa, così naturalmente propria della famiglia, il Projet mira ad affidarla interamente, e fin dai primi anni, alla scuola, preferibilmente unica, laica e socialista.

Così, separato, svincolato dalla famiglia, per altro ridotta a semplice coppia, l’uomo ha come ambiente soltanto l’impresa autogestionaria, la quale si trova a essere nelle condizioni più favorevoli per assorbirlo completamente, proprio alla maniera socialista.

8. Il tempo libero

Attraverso questo assorbimento, il Partito Socialista – tanto totalitario a vantaggio della società autogestionaria, quanto lo è il comunismo a vantaggio del partito – si impegna anche a organizzare e a strumentalizzare il tempo libero dell’uomo.

Infatti, il Projet entra anche in questo campo che, se non fosse da esso regolamentato, sarebbe un rifugio ultimo della libertà umana nel mondo autogestionario. Poiché nel tempo libero l’uomo trova peculiari possibilità di conoscere sé stesso, di esprimersi, di stringere rapporti e amicizie.

Sempre gradualista, il Partito Socialista afferma di riconoscere il diritto dell’uomo al tempo libero. Il lettore medio, bene impressionato da questo fatto, non si rende così conto che il Partito Socialista – fondamentalmente organizzatore e dirigista in ciò che riguarda il lavoro – professa una nuova concezione del tempo libero… che toglie le frontiere tra questo e il lavoro, e stabilisce la pianificazione simultanea dell’uno e dell’altro. Il Partito Socialista non ha simpatia per il tempo libero individuale e personalizzante; desidera il tempo libero collettivo, e pianifica persino il tempo libero a casa, al fine di manipolare meglio gli uomini, preparandoli per le pesanti e sterili fatiche della vita autogestionaria (20).

9. La «padronanza dell’ambiente»

Nella società autogestionaria l’impresa organizza totalitariamente il lavoro-tempo libero. Chi organizza il tempo libero-lavoro? La costituzione di organismi dirigistici in questo campo si impone, anche perché il Partito Socialista mira a rendere anemica e, infine, a distruggere la famiglia, campo naturale, per eccellenza, del vero tempo libero. 

Il Partito Socialista stimola così la creazione di associazioni di quartiere e simili, dalle quali sembra aspettarsi una azione decisiva nella distribuzione degli alloggi, e nella ridistribuzione non-segregazionistica dei quartieri esistenti o da costruire. Ancora di più: dello stesso arredamento interno delle residenze.

Così, organismi collegati alla impresa assorbiranno, a favore del piano socialista, gli istanti, i resti di energia, gli stessi sorsi di vita che l’attività della impresa non abbia assorbito.

La vittima di tale assorbimento è l’individuo, irreggimentato, «inquadrato» negli «ambienti» autogestionari, e completamente assorbito dal tutto impresa-associazioni parallele (21).

Lo schema dell’argomentazione con cui il Partito Socialista cerca di giustificare questo gigantesco assorbimento è sempre lo stesso: a. proclamazione di un diritto individuale; b. affermazione di una funzione sociale di questo diritto; c. pianificazione dirigistica dell’esercizio di questo diritto, adducendo che deve svolgere la sua funzione sociale; d. conseguente assorbimento del diritto attraverso una legge pianificatrice.

10. La educazione

Resta ancora da trattare della formazione socialista e autogestionaria della infanzia e della gioventù.

Secondo il Projet, la educazione comincia al più tardi a due anni, quando è assolutamente desiderabile che il bambino sia affidato a una scuola di grado pre-elementare o materno. Tuttavia, la società deve essere pronta a ricevere, in modo assolutamente normale, i bambini le cui madri preferiscano affidarli alla educazione socialista in qualsiasi momento, anche neonati (2).

Come si combina tutto questo con la sterilità pianificata della famiglia autogestionaria!

In un periodo di transizione «gradualista» certe scuole potranno ancora restare in regime di insegnamento privato. Ma anche queste saranno collegate con la macchina d’insegnamento statale, che abbraccerà tutte le tappe, da quella pre-elementare fino a quella universitaria e post-universitaria. I suoi dirigenti, professori e funzionari, avranno così, nella scuola pubblica o in quella privata, una funzione molto analoga, benché non identica, a quella dei dirigenti e dei tecnici nella impresa autogestionaria. All’interno del principio della «pianificazione democratica», di essa parteciperanno ugualmente i padri e le madri, come gli altri interessati al processo educativo. La «plebe» scolastica, cioè il corpo discente, avrà nel regime dell’autogestione – in tutta la misura dell’immaginabile, e persino in molto dell’inimmaginabile – diritti analoghi a quelli dei lavoratori della impresa autogestionaria (23).

Ancora di più. Nella scuola come nella famiglia. La «plebe» infantile o giovanile sarà motivata e stimolata alla lotta di classe sistematica contro le autorità scolastiche o domestiche, avrà le sue assemblee, i suoi organi di appello e di giudizio, ecc. (24).

Nelle scuole statalizzate o autogestionarie il corso scolastico, l’insieme del personale docente, e il senso socialista e laico della formazione della intelligenza dovranno essere sotto l’autorità del potere pubblico (25).

Il Projet non è assolutamente chiaro per ciò che si riferisce alle scuole che sopravviveranno… o moriranno, in regime privato, nella misura in cui lo disponga la strategia gradualistica. Ma non è difficile congetturare che esse riusciranno a sottrarsi a questa influenza e a questo potere soltanto in scarsa misura e a titolo precario. Se potranno… (26)

Tale rete educativa non è totalitaria? Il Projet tenta di sottrarsi a questa domanda imbarazzante allegando il piano di direzione dell’insegnamento, da elaborare democraticamente, in modo che tutti e ciascuno possano esprimere la loro opinione. Così, tale piano rappresenterebbe la volontà di tutti.

I socialisti si fondano su questo sofisma per affermare che il sistema unificato di insegnamento non è un monopolio.

Come tacciare di monopolio – dicono – un sistema unico, è vero, ma al quale tutti sono invitati a partecipare?

Come si vede, il Projet realizza molto a modo suo il trinomio «liberté, égalité, fraternité»: al momento della decisione collettiva tutti sono uguali: il potere decisionale spetta alla maggioranza. Le spetta di decidere tutto, in materia di educazione. E alla minoranza tocca ubbidire. Quando si realizza, allora, la libertà individuale? Nel momento stesso in cui si vota: infatti, ciascuno è libero di discutere e di votare come vuole. E soltanto in questo momento…

11. Il diritto di proprietà nel regime autogestionario

Tutta la materia esposta fino a questo punto rende chiaro il senso socialista globale – e non soltanto aziendale, come immaginano alcuni – del regime autogestionario. E mette anche in evidenza il carattere gradualistico della strategia del Partito Socialista.

Bisogna ora analizzare in modo specifico la impresa autogestionaria.

Il lettore abituato alle imprese attuali forse immagina che l’applicazione dei modelli della democrazia politica alla vita economica e sociale delle imprese autogestionarie ha una portata più letteraria e demagogica che reale. Si sbaglia.

Come è già stato detto, il potere sovrano, al quale compete decidere su tutte le grandi questioni della impresa autogestionaria, è realmente l’assemblea dei lavoratori. Da questa assemblea emaneranno, attraverso votazioni – particolare importante: il Projet non parla di voto segreto… -, gli organi direttivi; da essa saranno eletti i componenti di questi organi. Perché questo «suffragio universale» faccia bene le sue scelte, il Projet prevede riunioni dei dipendenti di ogni impresa, nelle quali, a quanto pare, gli organi direttivi daranno informazioni concernenti la impresa, da dibattere fra i presenti. Si direbbe che ogni assemblea operaia tenterà di riprodurre, su una certa scala, la democrazia diretta delle antiche città greche…

Ben inteso, per una certa fascia di temi, le deliberazioni dovranno essere assunte insieme ai consumatori, agli utenti, e ai rappresentanti della collettività (vedi quadro IV, La impresa autogestionaria ideale proposta dai socialisti).

La proprietà” privata sussisterà nel regime concepito dal Projet? Stia in guardia il lettore! Infatti, secondo il linguaggio del Projet, potrà ricevere, da un socialista francese, risposte assolutamente tranquillizzanti… e nello stesso tempo assolutamente vuote.

Nel linguaggio corrente, si oppone la proprietà statale alla proprietà privata (27). In questo senso, la impresa auto-gestionaria può essere qualificata – sotto certi aspetti – come privata. Infatti la sua situazione di fronte allo Stato non si confonde con quella della impresa statalizzata.

Il Projet qualifica la impresa autogestionaria come «socializzata»; ossia non-statale (privata), certo, ma anche non appartenente a individui, poiché grosso modo le attribuzioni del proprietario individuale passano alla assemblea dei lavoratori.

La proprietà privata sopravviverà nel regime socialista? Soltanto per un lasso di tempo molto ridotto – risponde il Projet – per ciò che riguarda la grande impresa; e per quanto riguarda la impresa media e quella piccola, per una durata un poco maggiore, e condizionata da molteplici circostanze (28). A partire da quale livello una impresa cesserà di essere qualificata come piccola, e passerà a essere considerata come media? Analogamente, a partire da quale, livello la impresa media passerà a essere qualificata come grande? Secondo le nostre abitudini mentali, formate nel regime attuale, abbiamo a tale proposito nozioni generiche, ispirate al buon senso. Ma queste abitudini mentali non coincidono con quelle della società nuova, che ne genererà altre. Così, la fissazione di questi limiti, finirà per dipendere dalla legge. Il che aprirà, per il potere pubblico, la possibilità di venire appiattendo «gradualisticamente» i livelli delle proprietà (29), in modo tale che, in un certo numero di anni, vengano a sopportare le pesanti tassazioni di grande proprietà imprese ora considerate medie; e siano considerate come proprietà medie le imprese ora tenute come piccole: tutto perché il numero delle proprietà individuali piccole – favorite al momento sul piano fiscale – si restringa sempre di più.

Bene inteso, nella fisionomia generale del Projet, la proprietà privata, anche se ridotta a così esigue proporzioni, ha un aspetto contraddittorio. Infatti conserva il suo carattere individuale in seno a un ordine di cose completamente sociale. Ne deriva che il termine della gradualità socialista sarà la completa estinzione di ogni proprietà individuale (30).

Infatti, il Projet adotta la strategia gradualistica, che rifiuta la estinzione sommaria di tutte le proprietà e predispone le tappe per la graduale estinzione di esse. Secondo il Projet, il regime autogestionario comporterà, per un certo tempo, proprietà piccole, medie e persino grandi. Ma – almeno queste due ultime categorie – in stato agonico, come è stato detto or ora. Come affermare che, nella logica del suo ferreo ugualitarismo, lo Stato autogestionario non mira, dopo la estinzione delle proprietà medie e grandi, anche a quella delle piccole?

Inoltre, come potrà un lavoratore, nel regime autogestionario, accedere alla condizione di proprietario, con il semplice accumulo di quanto riceve per il suo sostentamento? Dopo quanto tempo di lavoro? Per fruire allora della sua proprietà solamente per pochi anni? Per lasciarla al figlio avuto da qualcuno dei suoi legami, affidato nella primissima infanzia allo Stato, e la cui mentalità sia stata modellata esclusivamente da esso, di modo che sia un estraneo per i suoi stessi genitori, per altro verosimilmente estranei l’uno all’altro, perché uniti da un legame instabile? Queste domande rendono assolutamente chiaro quanto la proprietà, anche piccola, sia incrostata in modo forzato nel contesto del mondo autogestionario. Ossia, sopravviva in esso solamente per ragioni di gradualismo (31).

12. La proprietà rurale nel Projet socialiste

Il Projet si lascia conoscere molto più nelle sue mete che nelle tappe, che ammette o tollera per necessità strategica. 

In questa prospettiva, qual è la situazione della proprietà rurale – cioè della proprietà piccola e di dimensioni familiari – nella società modellata dal Partito Socialista? La domanda suppone già eliminate le proprietà grandi e medie.

Il Projet – come anche la dichiarazione di politica generale del governo, fatta dal primo ministro Pierre Mauroy – è vago e ambiguo su questa materia.

Il Projet propone misure che, a prima vista, sarebbero di buon senso e di protezione dell’agricoltore: sviluppo della produzione, organizzazione dei mercati, rivalutazione della condizione dell’agricoltore e garanzia della terra. L’unica eccezione è un sistema di protezione dei prezzi dei prodotti agricoli, logicamente soltanto – o quasi soltanto – per i piccoli produttori: gli altri produttori, gradualisticamente tollerati, sopravvivano come possono, o vengano meno.

Ci si chiede quale sia la consistenza dei diritti del piccolo proprietario, dal momento che l’elemento principale delle proposte socialiste è la creazione «di uffici fondiari», che organizzeranno i mercati e, tra le altre cose, saranno «incaricati di assicurare una migliore ripartizione e utilizzazione del suolo».

Inoltre, questi «uffici fondiari» consisteranno nella autogestione collettiva dell’insieme dei piccoli proprietari e dei consumatori sull’insieme delle terre coltivabili. Il che sottoporrebbe in ogni momento ogni piccola proprietà a modifiche dei confini, divisioni o fusioni, in una condizione di riforma agraria permanente, e in una dittatura sui prezzi agricoli (32).

Visto così nell’insieme quanto il Projet dispone sulla società autogestionaria, si presentano due domande con cernenti il nocciolo del pensiero che lo ispira: è veramente liberale? Contiene qualcosa sulla religione? E quanto si passa a esporre.

Note:

(1) Nella lettera apostolica Notre Charge Apostolique, del 25 agosto 1910, nella quale condanna il movimento francese Le Sillon, di Marc Sangnier, san Pio X analizza in questo modo il celebre trinomio: «Il Sillon ha la nobile cura della dignità umana. Ma questa dignità egli la concepisce allo stesso modo di alcuni filosofi di cui la Chiesa non può vantarsi. Il primo elemento di questa dignità è la libertà, intesa nel senso che, tranne in materia di religione, ogni uomo è autonomo. Da questo principio fondamentale ne traggono le seguenti conclusioni: oggi il popolo è sotto la tutela di un’autorità distinta da lui, deve liberarsene: emancipazione politica. Dipende da padroni che detenendo i suoi strumenti di lavoro lo sfruttano, lo opprimono e lo umiliano; egli deve scuotere il loro giogo: emancipazione economica. Infine egli è dominato da una casta, chiamata dirigente, alla quale il suo sviluppo intellettuale offre una ingiusta preponderanza nella direzione degli affari: egli deve sottrarsi alla sua dominazione: emancipazione intellettuale. Il livellamento delle condizioni, sotto questo triplice punto di vista, stabilirà fra gli uomini l’uguaglianza e questa uguaglianza è la vera giustizia umana. Ecco ciò che essi chiamano democrazia: una organizzazione politica e sociale fondata su questa duplice base: libertà e uguaglianza (alle quali si aggiungerà ben presto la fratellanza). […].

«Innanzi tutto, nella politica, il Sillon non abolisce l’autorità; la ritiene al contrario necessaria; ma la vuol dividere o, per dir meglio, moltiplicare in modo tale che ogni cittadino divenga in un certo modo re. […].

«Fatte le debite proporzioni avverrà ugualmente nell’ordine economico. Tolto ad una classe particolare, il padronato sarà moltiplicato in modo che ogni operaio diventerà in un certo senso padrone. […].

«Ecco ora l’elemento capitale, l’elemento morale. […] Strappato dalla ristrettezza dei suoi interessi privati ed elevato agli interessi della sua professione e, più in su, fino a quelli di tutta la nazione, e, più in su ancora, fino a quelli dell’umanità (poiché l’orizzonte del Sillon non si limita alle frontiere della patria, ma si stende a tutti gli uomini fino ai confini del mondo), il cuore umano, ingrandito dall’amore al bene comune, abbraccerebbe tutti i compagni della stessa professione, tutti i compatrioti, tutti gli uomini. Ecco la grandezza e l’ideale nobiltà umana realizzata dalla nota trilogia: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. […]

«Questa è in breve la teoria, potremmo dire il sogno, del Sillon» (AAS, vol. II, pp. 613-615).

San Pio X si inserisce, quindi, sulla scia dei suoi predecessori, che, a partire da Pio VI, hanno condannato gli errori suggeriti dal motto della Rivoluzione francese.

Nella lettera decretale del 10 marzo 1791 al cardinale de la Rochefoucauld e all’arcivescovo di Aix-en-Provence, sui princìpi della costituzione civile del clero, Pio VI così si esprime: «Si decreta, dunque, in questa assemblea [l’Assemblea Nazionale francese], essere un diritto stabilito che l’uomo costituito in società goda di una totale libertà, in modo tale che non deve essere evidentemente disturbato relativamente alla religione, e che è in suo potere opinare, parlare, scrivere e persino pubblicare quanto vuole a proposito della stessa religione. Queste mostruosità affermano derivare ed emanare dalla uguaglianza degli uomini tra loro e dalla libertà della natura. Ma cosa si può escogitare di più insensato della istituzione di tale uguaglianza e libertà tra tutti, al punto che in nulla si tiene conto della ragione, con la quale la natura ha dotato in modo particolare il genere umano, e attraverso la quale esso si distingue dagli altri animali? Quando Dio ha creato l’uomo e lo ha posto nel paradiso di delizie, forse, nello stesso tempo, non ha emesso nei suoi confronti la pena di morte, se avesse mangiato dell’albero della scienza del bene e del male? Forse non gli ha limitato subito la libertà, con questo primo precetto? Forse, poi, quando l’uomo si è reso colpevole con la disubbidienza, non gli ha imposto un numero superiore di precetti, per mezzo di Mosé? E, benché “lo avesse lasciato in mano del suo arbitrio” perché potesse meritare bene o male, tuttavia “aggiunse i suoi comandamenti e i suoi precetti, affinché se li avesse osservati, essi lo salvassero” (Eccli. XV, 15-16).

«Dov’è, dunque, quella tale libertà di pensare e di agire che i decreti della Assemblea attribuiscono all’uomo costituito in società, come un diritto immutabile della sua stessa natura? […] Posto che l’uomo fin dall’inizio ha la necessità di assogettarsi ai suoi maggiori per essere da loro governato e istruito, e per poter ordinare la sua vita secondo la norma della ragione, della umanità e della religione, allora è certo che fin dalla nascita di ognuno è nulla e vana questa decantata uguaglianza e libertà tra gli uomini. “È necessario che siate sottomessi” (Rom. XIII, 5). Di conseguenza, perché .gli uomini potessero riunirsi in società civile, è stato necessario istituire una forma di governo, in virtù della quale i diritti della libertà fossero limitati dalle leggi e dal potere supremo dei governanti. Da ciò segue quanto sant’Agostino insegna con queste parole: “L’obbedire ai propri re è un patto che lega tutta quanta la società umana» (Confessioni, libro III, cap. VIII, op. ed. Maurin., p. 94). Ecco perché l’origine di questo potere deve essere cercata non tanto in un contratto sociale, quanto in Dio stesso, autore di ciò che è retto e giusto» (Pii VI Pont. Max. Acta, vol. I, pp. 70-71).

Pio VI ha condannato reiteratamente la falsa concezione della libertà e della uguaglianza. Nel concistoro segreto del 17 giugno 1793, confermando le parole della enciclica Inscrutabile Divinae Sapientiae, del 25 dicembre 1775, ha dichiarato quanto segue: «Questi perfidissimi filosofi attaccano anche questo: dissolvono tutti quei vincoli con i quali gli uomini si uniscono tra loro e ai loro superiori e si conservano nell’esercizio del loro dovere. E vanno gridando e proclamando fino alla nausea che l’uomo nasce libero e non è soggetto al potere di nessuno; e che, di conseguenza, la società non è altro che un insieme di uomini inetti, la cui stupidità si prosterna davanti ai sacerdoti (dai quali sono ingannati) e davanti ai re (dai quali sono oppressi); in modo tale che la concordia tra il sacerdozio e il potere non è altro che una mostruosa cospirazione contro la innata libertà dell’uomo (Enciclica Inscrutabile Divinae Sapientiae). A questa falsa e menzognera parola Libertà, questi tracotanti patroni del genere umano hanno aggiunto un’altra parola ugualmente fallace, la Uguaglianza. Cioè, come se tra gli uomini che si sono riuniti in società civile, per il fatto di essere soggetti a diverse disposizioni d’animo e di muoversi in modo diverso e incerto, ciascuno secondo l’impulso del suo desiderio, non vi dovesse essere nessuno che prevalga, obblighi e governi, con l’autorità e con la forza, e richiami ai doveri, anche quanti si comportano in modo sregolato, affinché la società stessa, per l’impeto così temerario e contraddittorio di innumerevoli passioni, non cada nella Anarchia e si dissolva completamente; come accade con l’armonia, che si compone della conformità di molti suoni, e che, se non consiste in una adeguata combinazione di corde e di voci, svanisce in rumori disordinati e completamente dissonanti» (Pii VI Pont. Max. Acta, vol. II, pp. 26-27).

(2) Oltre che di là dalle cortine di ferro e di bambù, il comunismo si è instaurato nei seguenti paesi: Corea del Nord (1945), Vietnam del Nord (1945), Guinea (1958), Cuba (1959), Tanzania (1964), Yemen del Sud (1967), Congo (1968), Mali (1968), Guiana (1968), Etiopia (1974), Guinea Bissau (1974), Benin (1974), Cambogia (1975), Vietnam del Sud (1975), Capo Verde (1975), Sào Tomé. e Principe (1975), Mozambico (1975), Laos (1975), Angola (1975), Granada (1979), Nicaragua (1979).

Nell’Afghanistan, dal 1978 è al potere un governo di sinistra, che l’anno seguente ha permesso alle truppe russe di entrare nel paese. Tuttavia la guerriglia anticornunista controlla la maggior parte del territorio.

Oltre a questi, si devono tenere presenti i governi marxisti, più o meno travestiti, al potere in diverse parti del mondo.

(3) «Vi sono momenti privilegiati nella nostra storia, che restano incisi nella memoria collettiva: 1789, 1848, la Comune di Parigi, e più vicini a noi il Fronte popolare, la Liberazione e il Maggio 1968» (Projet, p. 157).

«Dalla esplosione del maggio 1968, esso [il Partito Socialista] ha raccolto una buona parte della energia e delle aspirazioni positive» (Projet, p. 23).

«Questa estrema sinistra diffusa (che è apparsa agli occhi della opinione pubblica soprattutto dopo il maggio ‘68) ha il merito di porre qualche domanda imbarazzante per tutti, il che è utile» (Documentation Socialiste, n. 5, p. 36).

«Così, una sensibilità nuova nel seno stesso della sinistra ha visto nella “rivoluzione culturale” nata in California nel corso degli anni Sessanta, e della quale una certa ideologia, che si rifà al maggio 1968, fu la traduzione francese, l’avvento di una “critica di sinistra del Progresso”» (Projet, pp. 30-31).

(4) «[…] la stessa uguaglianza, una delle esigenze più importanti del movimento operaio» (Projet, p. 127).

«L’idea di uguaglianza resta una idea nuova e forte» (Projet, pp. 113-114).

«È la ispirazione del socialismo francese, ma è anche quella di Marx che evoca la presa del potere da parte dei produttori immediati, la eliminazione della divisione del lavoro tra funzioni di direzione e funzioni di esecuzione, tra lavoro manuale e intellettuale e che, dopo la Comune di Parigi, evoca il venire meno dello Stato» (Quinze thèses, p. 6).

«Il rimettere in questione le gerarchie di remunerazione deve logicamente accompagnarsi a una rivalutazione del lavoro manuale e a uno sviluppo della rotazione delle funzioni» (Quinze thèses, p. 10),

« I teorici socialisti hanno mostrato come le disuguaglianze presentate come “naturali” dalle classi dirigenti avrebbero potuto essere progressivamente superate» (Quinze thèses, p. 10).

«La divisione attuale del lavoro si troverà progressivamente rimessa in questione con tutto quanto essa implica di sfruttamento e di alienazione. […] I valori gerarchici stabiliti dalla società capitalista concernono tutti i settori della vita sociale; anche i rapporti tra gli uomini e le donne, i giovani e gli adulti, gli insegnanti e i discenti, gli attivi e gli assistiti, ecc.» (Quinze thèses, p. 10).

«La si finirà con i pregiudizi: si aboliscano barriere e gerarchie tra le attività fisiche, ludiche, sportive […] e le altre attività dette “intellettuali”» (Projet, p. 302).

(5) «Le società dell’Est possono rivendicare tratti che a prima vista le avvicinano al “profilo socialista tradizionale” […]:

«– appropriazione giuridica dei mezzi essenziali di produzione da parte della collettività;

«– pianificazione dell’economia; […]

«Ma, di contro, quanti tratti rendono manifesto che le società dell’Est non hanno niente a che vedere con il socialismo.

«Queste società restano società disugualitarie. […] La divisione sociale del lavoro riveste forme che non sono sostanzialmente diverse da quelle esistenti nei paesi capitalisti. […]

«I dirigenti […] esercitano, in- nome del proletariato, una dittatura […] sul proletariato. Non solo, lo Stato non è venuto meno, ma è divenuto una macchina estremamente efficace di controllo sociale e poliziesco. […]

«Perciò, anche se i valori affermati sono quelli del socialismo (e questo non è, per altro, senza importanza) non possiamo considerare le società dell’Est come società “socialiste”.

«La esistenza di classi sociali differenziate e la conservazione di un apparato di Stato coercitivo […] sono inerenti ai rapporti di produzione stessi» (Projet, pp. 67-69, 71).

(6) «Mi si dirà: parlate di autogestione e trascurate di precisarne il funzionamento; la evocate come un obiettivo astratto, una via chimerica che porterebbe a un vago paradiso terrestre. È vero. Ma vi è una ragione per questo. Non vogliamo costruire una nuova utopia, tanto perfetta sulla carta quanto impossibile da realizzare. L’autogestione è un’opera permanente e mai compiuta. […] Dicendo questo, restiamo fedeli allo spirito del marxismo: Marx non ha mai preteso che la fine del capitalismo avrebbe portato con sé ipso facto la instituzione di un regime perfetto per l’eternità» (PIERRE MAUROY, Hèretiers de l’Avenir, Stock, Parigi 1977, pp. 278-279).

«La crisi dell’autorità è una delle dimensioni maggiori della crisi del capitalismo avanzato. Il maggio ‘68 ne fu in Francia la rivelazione più illuminante: il maestro elementare, il padrone, il padre, il marito, il capo, grande o piccolo, storico o aspirante a diventarlo, ecco ormai il nemico. Ogni potere è sempre più sentito come manipolazione. […] Il detentore della più piccola parte di autorità è per ciò stesso contestato, se non già screditato.

«Agli occhi del Partito socialista la esistenza di questa crisi è positiva […] A condizione che vada fino al suo termine: l’avvento di una democrazia nuova» (Projet, pp. 123-124).

«Una cosa è sicura: non si tornerà indietro, le forme tradizionali dell’autorità non saranno restaurate. E questo, in particolare, nella famiglia: la rivoluzione contraccettiva, per esempio, ha creato le condizioni di un nuovo equilibrio nella coppia» (Projet, p. 125).

(7) «Il Progetto socialista è un progetto globale e radicale di riorganizzazione della società, anche se deve essere graduale» (Projet, p. 121).

«Quale che sia il terreno considerato, la iniziativa autogestionaria ha senso soltanto se si inserisce in una prospettiva globale» (Projet, p. 234).

«Il Progetto socialista è fondamentalmente un progetto culturale. Due postulati devono essere presi in considerazione […]. a) La cultura è globale: essa […] concerne tutti i settori dell’attività umana» (Projet, p. 280).

(8) «Dichiariamo subito che consideriamo come nostra, per diritto di successione, la eredità della democrazia politica, che fu inaugurata dai borghesi di toga del tempo del re Luigi XVI» (Projet, p. 15).

«La prospettiva autogestionaria dà un senso alle lotte per il controllo, da parte dei lavoratori, del loro stesso lavoro […]: lotte talora confuse, moltiplicate dopo il maggio ‘68, ma che sono l’eco di una lunga tradizione e di una esigenza sia morale che materiale, che si è concretizzata una volta nella Comune. Infine, in essa sbocca la tradizione specificamente francese della accresciuta responsabilità dei cittadini, responsabilità di cui i rivoluzionari del 1789-1793 e del 1848 sono stati portatori. Il progetto autogestionario, come lo concepisce il PS, è inseparabile dalla piena espansione delle libertà individuali e collettive» (Documentation Socialiste, supplemento al n. 2, p. 43).

«Con tutte le sue azioni la- Francia ristabilirà i suoi legami con una storia che spiega, per una larga parte, la sua udienza nel mondo. Non vi è […] irraggiamento della Francia che sia separabile dalla sua cultura e dal suo passato. La Francia all’estero è anzitutto quella della rivoluzione del 1789, quella dell’audacia. […] Vogliamo che il nostro paese, rinsaldando i legami con la sua tradizione, porti in alto e lontano i valori dei diritti dell’uomo, della fraternità […]» (Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 9-7-1981, p. 55).

(9) La destra tradizionalista francese, non inclusa nei riferimenti generici alla destra fatti in questo studio, porta molto più avanti il rifiuto del trinomio.

(10) «I socialisti non accettano né le soluzioni volontariste dell’estremismo di sinistra, né la politica dei piccoli passi dei riformisti. né il mito della coalizione del populismo. […].

«L’estremismo di sinistra è quella forma particolare di volontarismo che si denomina massimalismo e che consiste nel volere bruciare le tappe per ottenere subito il massimo. Il massimalismo disprezza e rifiuta le misure di transizione per saltare immediatamente nel socialismo realizzato. Confonde l’obiettivo finale con le riforme intermedie» (Documentation Socialiste, n. 5, pp. 32-33).

«Rifiuto di entrare nel dibattito riforma o rivoluzione. Un dibattito puramente formale. Perché si è riformisti quando si accettano miglioramenti temporanei della situazione dei lavoratori e si è rivoluzionari quando si considera come necessario un cambiamento fondamentale della società. I sindacati e i grandi partiti operai francesi lo hanno sempre ammesso: essi ne fanno la base della loro politica quotidiana. Essi non applicano il gioco irresponsabile del “tutto o niente”» (PIERRE MAUROY, Héretiers de l’Avenir, Stock, Parigi 1977, p. 274).

«Il vero significato del maggio 1968 […] è che la trasformazione della società esige un programma il cui contenuto sfrutta il possibile. Cambiare la società […] significa rifiutare la illusione della rivoluzione, che sarebbe un rovesciamento istantaneo. Non vi è rovesciamento istantaneo, soluzione rapida e definitiva. Bisogna operare a lungo termine, seguendo una linea che chiamerei di “riformismo duro”.

«Per noi, la rivoluzione è il graduale cambiamento delle strutture del sistema vigente» (IDEM, ibid., pp. 295-296).

(11) «La nozione di autogestione […] si situa all’incrocio delle vie del socialismo scientifico e di quelle del socialismo utopistico (per il quale Marx e Engels, pur criticandolo, nutrivano qualcosa di più che rispetto)» (Documentation Socialiste, supplemento al n. 2, p. 42).

(12) «La [attuale] democrazia francese è ampiamente manipolata. Essa è anche accuratamente limitata. Si ferma sulla soglia della impresa» (Projet, p. 231).

«Siamo risoluti a promuovere un progresso decisivo della democrazia economica e sociale. Cittadini nei loro comuni, i francesi devono esserli anche sul loro luogo di lavoro, i dipendenti non devono né temere né contrastare questa evoluzione auspicabile e necessaria» (Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 9-7-1981, p. 49).

«Nelle nostre società occidentali la democrazia è più o meno tollerata ovunque. Meno che nella impresa. Il padrone, sia esso un industriale indipendente oppure un alto funzionario dello Stato, tiene nelle sue mani i poteri essenziali. A detrimento di tutti. […] La impresa è una monarchia a struttura piramidale. A ogni livello, il rappresentante della gerarchia è onnipotente: le sue decisioni sono senza appello. Il lavoratore di base diventa un uomo senza potere, che non ha diritto né alla parola né alla iniziativa» (PIERRE MAUROY, Héretiers de l’Avenir, Stock, Parigi 1977, p. 276).

(13) «Democrazia economica e politica sono inseparabili, il loro sviluppo congiunto implica che ogni lavoratore ogni cittadino abbia, a tutti i livelli, la possibilità e i mezzi di essere parte a pieno diritto nella elaborazione delle decisioni, nella scelta dei mezzi, nel controllo della esecuzione e dei risultati» (Programme commun. Propositions pour l’actualisation, p. 50).

«Democrazia economica e sociale costituiscono un tutto unico con la democrazia politica» (Documentation Socialiste, supplemento al n. 2, p. 145).

«I socialisti vogliono che i francesi cessino di essere sotto tutela. La decentralizzazione sarà al centro della esperienza del governo della sinistra che, nei tre mesi seguenti la sua andata al potere, procederà alla riforma più significativa di questi tempi incerti, restituendo il potere ai cittadini. La Repubblica si sarà finalmente liberata dalla monarchia» (PIERRE MAUROY, Héritiers de l’Avenir, Stock, Parigi 1977, p. 295).

«Oggi […] il socialismo si può sempre più difficilmente edificare su un modello centralizzato. Deve fissarsi altri fini. Il progetto autogestionario è, a partire dalla proprietà collettiva dei principali mezzi di produzione e di pianificazione, la inversione della logica che ha caratterizzato fino al momento presente la evoluzione delle società industriali» (Quinze thèses, p. 6).

«Questo progetto autogestionario dà un nuovo contenuto alla nozione di utilità sociale. Rompendo con una visione troppo “economicistica” del socialismo, non si limita alla sfera della produzione. Esso volge i propri interessi agli enormi problemi socio-culturali. […] Il progetto autogestionario lega la sua finalità ugualitaria […] all’intervento di meccanismi democratici che permetteranno di rimettere in causa […] la divisione sociale del lavoro» (Quinze thèses, p. 11).

(14) «Perché l’uomo sia liberato dalle alienazioni che gli impone il capitalismo, perché cessi di subire la condizione di oggetto […] bisogna che acceda alla responsabilità nelle imprese, nelle università, così come nelle collettività a tutti i livelli» (Statuti del Partito. Dichiarazione di Princìpi, in Documentation Socialiste, supplemento al n. 2, p. 48).

«Una strategia globale e decentralizzata dell’azione educativa e culturale […] è una dimensione decisiva della nostra battaglia per l’autogestione. In ciò sta una delle prime condizioni perché si possa produrre il cambiamento delle mentalità […] [L’autogestione] produrrà una modifica delle concezioni attuale della famiglia e del ruolo delle donne» (Quinze thèses, p. 21).

(15) Cfr. Projet, p. 173.

(16) Questo effetto psicologico negativo è intrinseco all’autogestione. Il che non comporta, tuttavia, che ogni e qualsiasi impresa autogestionaria, singolarmente considerata, porti al fallimento. Infatti, fattori contingenti, di natura psicologica o diversa, possono eccezionalmente – in qualche caso concreto – controbilanciare o attenuare questo effetto dell’autogestione.

Ma questo fatto, che può accadere soltanto sporadicamente, non è di portata tale da costituire fondamento stabile dell’insieme aziendale di tutta una nazione.

(17) «Se nelle possibilità di espansione della vita personale il partito socialista pensa che la famiglia abbia una parte molto importante, esso riconosce però che esistono altre forme di vita privata (celibato, unione libera, paternità o maternità celibatarie, comuni). Esso si pronuncia, infine contro la repressione o le discriminazioni che colpiscono gli omosessuali. I loro diritti e la loro dignità devono essere rispettati.

«Non compete a esso il legiferare sul modo in cui ciascuno intende regolare la propria vita» (Projet, pp. 151-152).

La radicale equivalenza tra il matrimonio e altre forme di relazione sessuale è affermata in modo implicito, ma traumatizzante, dall’attuale governo socialista. Anche prima che iniziasse il periodo legislativo, esso ha cominciato a soddisfare le promesse fatte durante la campagna elettorale ai gruppi di omosessuali, dai quali ha ricevuto l’appoggio:

a. Il ministero della Sanità ha deciso che la Francia smetterà di applicare la classificazione adottata dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, che qualifica la omosessualità come malattia mentale (cfr. Le Monde, 28/29-6-1981).

b. A richiesta degli omosessuali, il ministero dell’Interno ha emanato disposizioni nel senso della soppressione dei cosiddetti «gruppi di repressione» degli omosessuali, della polizia di Parigi (ispettori incaricati del controllo dei locali per omosessuali, specialmente di fare rispettare gli orari di chiusura), e degli schedari di omosessuali (la cui esistenza, per altro, la prefettura di polizia nega perentoriamente. Cfr. Le Monde, 28/29-6-1981).

(18) «La scarsa diffusione dei metodi contraccettivi, le condizioni restrittive della interruzione volontaria di gravidanza e la cattiva applicazione della legge Veil [sull’aborto] fanno sì che la maggioranza delle donne non hanno né il dominio della loro sessualità, né quello della loro maternità. […] Mettere termine a questa situazione significa l’educazione sessuale a partire dalla scuola e il libero accesso alla contraccezione, così come la sua gratuità» (Projet, p. 247).

(19) Il Projet afferma, citando un discorso di Mitterrand a Marsiglia, nel maggio 1979: «Non si può […] essere socialista senza essere femminista» (p. 45).

Ma il femminismo del Projet si oppone al riconoscimento e alla glorificazione dei predicati della donna in quanto tale. Infatti in ciò vede, «nascosta sotto un discorso modernista e con pretese liberali […] la vecchia nozione di “femminilità” che insiste sulle attitudini particolari delle donne, la forza del loro istinto, la ricchezza dei loro mondo interiore. […] In breve, si ritrova l’idea di una “natura femminile” diversa da quella degli uomini e che, sempre, è servita a giustificare la emarginazione delle donne e la loro dominazione» (pp. 50-51). Il Partito Socialista contesta precisamente questa differenza tanto naturale tra uomo e donna…

E perciò, secondo il Partito Socialista, «la scuola deve incoraggiare i due sessi ad avere le stesse ambizioni in materia di studi e di carriere professionali. È necessario che l’insegnamento diventi veramente misto, affinché si smetta di vedere, per esempio, lezioni pratiche in cui sono relegate le sole ragazze ad apprendere cucito o segretariato, mentre i ragazzi sono in maggioranza nelle sezioni tecniche, industriali e commerciali. L’obiettivo deve essere che tutte le scelte siano miste» (Projet, p. 249).

Infine, il Projet afferma che la partecipazione alle mansioni famigliari «deve cominciare molto presto perché il bambino le comprende molto presto e vi può prendere parte. Bisogna che questa partecipazione ottenuta da giovane non diminuisca per i ragazzi e non aumenti per le ragazze in età adulta. E in modo assolutamente naturale questa partecipazione si conserva durante la vecchiaia» (Projet, pp. 307).

(20) «In una vita, non vi è soltanto il lavoro. 

«La creazione del ministero del Tempo Libero corrisponde a una grande ambizione: fare in modo che il tempo libero sia il tempo di vivere, il tempo liberato. La società del tempo libero deve essere una società di cultura. […]

«La espansione culturale sarà uno dei compiti delle collettività locali» (PIERRE MAUROY, Dibattiti sulla Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 10-7-1981, pp. 82-83).

«L’attuale separazione del lavoro e del tempo libero sarà anch’essa messa in questione. […] La impresa socialista evolverà così verso forme di vita sempre più comunitarie nel suo seno […] così come alla sua periferia (servizi sociali, divertimenti, cultura, formazione, ecc.)» (Projet, p. 158).

«Citiamo, per esempio, la possibilità della utilizzazione in comune di certi apparecchi domestici o di certe attrezzature di svago. […] Allo stesso modo, sarà intrapreso uno sforzo sistematico per trasformare e animare l’ambiente urbano, renderlo più comunitario e migliorare le condizioni di alloggio collettivo. Sarà realizzato uno sforzo considerevole per rendere quest’ultimo così attraente […] come l’alloggio individuale di tipo appartamento singolo, grande consumatore di spazio e di energia» (Projet, p. 177).

«Il movimento associativo sarà il supporto privilegiato della nuova condizione di cittadino, in particolare attraverso la valorizzazione del tempo libero […] Dovremo particolarmente togliere le segregazioni sociali nel campo del tempo libero. Ci applicheremo a ciò […] sviluppando forme sociali di divertimento e di turismo» (Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 9-7-1981, p. 51).

«Vivere diversamente significa dunque:

« – anzitutto modificare seriamente il contenuto del lavoro, perché la distinzione tra lavoro e svago non abbia più lo stesso significato di oggi. Ma se è vero che questo obiettivo non può essere raggiunto, anzitutto e prima di tutto, soltanto attraverso la trasformazione del lavoro, i socialisti devono proporre anche, parallelamente, una trasformazione dello svago; […]

«Ma bisogna andare più a fondo nelle altre concezioni dello svago:

« – svago di fine giornata dopo il lavoro, vicino alla propria abitazione o nell’abitazione stessa, che permetta di realizzare progressivamente nuovi ritmi di vita, di cambiare la vita quotidiana e che necessita, per esempio, delle sviluppo di attrezzature collettive leggere, a molteplici usi. Questo svago è uno dei mezzi per avere una vita familiare, culturale, militante;

« – svago di fine settimana […]

« – svago in pensione […]

«Nessuno dubita che il contenuto del tempo libero sarà profondamento modificato dalle proposte avanzate in altri campi: scuola, formazione permanente, famiglia, decentralizzazione, vita associativa, sport, informazione, sanità, consumo. Esse permetteranno progressivamente di fare di questo tempo libero un tempo autogestito. In ogni modo vi dovrà essere posto, nel Progetto Socialista, per un tempo come quello che sfugge alle coazioni e permette a ciascuno di svilupparsi, sia attraverso lo sforzo individuale, sia attraverso la sua partecipazione ad attività collettive» (Projet, pp. 307-309).

«Una concezione globale della vita sociale, in cui il tempo per l’educazione, il tempo di lavoro, il tempo di svago non sono più considerati come momenti isolati della esistenza individuale e collettiva, ma come elementi di un tutto coerente» (Projet, p. 289). La «coerenza», ben inteso, non sarà quella del povero lavoratore «autogestionario», ma quella del Partito Socialista.

Questo il «paradiso» di libertà e di democrazia del regime socialista autogestionario.

(21) «L’ambiente di vita fa parte dei concetti nuovi apparsi negli anni 60, sbocciati nel maggio 1968. […] Questo vasto concetto che ingloba tante cose, dall’habitat ai trasporti, passando attraverso la urbanistica e l’architettura fino al tempo libero troppo spesso dimenticato, non è mai stato definito nella sua globalità. […]

«L’ambiente di vita non può essere isolato, separato dalle realtà economiche e sociali. Quale ambiente, per quale vita? Ci si rende ben conto che la risposta è politica e globale: si cambierà l’ambiente di vita cambiando la vita, specialmente sul lavoro» (FRANÇOIS MITTERRAND, Prefazione a JEAN GLAVANY e PHILIPPE MARTIN, Changer le cadre de vie, Club Socialiste du Livre, Parigi 1981, p. VII).

«Bisogna porre fine a una delle segregazioni più inammissibili: le città […] diventano sempre più le città dei più ricchi, mentre le periferie diventano le periferie dei più poveri. Bisogna fare in modo che la città sia, in una maniera esemplare, proprio il luogo in cui i diversi ambienti sociali vivono fianco a fianco» (PIERRE MAUROY, Dibattiti sulla Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 10-7-1981, p. 81).

«Rendere i francesi di nuovo padroni della loro vita quotidiana significa anche associarli alla edificazione e alla gestione del proprio ambiente di vita. […] Le collettività locali domineranno i mercati fondiari, il che significa la fine della speculazione, e potranno sviluppare una urbanistica volontaria. […] Renderemo agli abitanti i pieni poteri sul loro ambiente di vita […] L’habitat e l’ambiente di vita saranno terre di elezione del nuovo modo di essere cittadini» (Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 9-7-1981, p. 51).

(22) «Il governo prenderà le misure necessarie perché sia possibile l’accesso di tutti i bambini, dai due ai sei anni, alla scuola materna. […]

«Proverà a organizzare case dell’infanzia, che accolgano i bambini dalla nascita fino a sei anni» (Programme commun. Propositions pour l’actualisation, p. 30).

«Gli asili-nido […] saranno pietre fondamentali del sistema iniziale. La lotta contro le disuguaglianze e contro la segregazione sociale comincia a questo stadio» (Projet, p. 287).

«La lotta per la uguaglianza comincia nella [scuola] materna» (Projet, p. 311).

«Ma come, dunque, risvegliare il senso democratico oggi anestetizzato? Anzitutto attraverso la scuola, concepita come il luogo per eccellenza dell’apprendistato dell’autogestione» (Projet, p. 132).

(23) «La gestione tripartita (genitori e bambini, personale, collettività pubbliche) deve liberare le iniziative, permettere, dopo libera discussione, di definire e di valutare in comune pii, obiettivi e la responsabilità che ne deriva per ciascuno. […] Lo spirito di responsabilità esige […] la scomparsa del controllo gerarchico preventivo» (Projet, p. 286).

«Le libertà elementari nelle istituzioni scolastiche e universitarie e nell’esercito fanno ugualmente parte delle esigenze del Progetto socialista: libertà di espressione e di riunione nelle scuole medie, nei licei e nelle università; centri socio-educativi gestiti direttamente dai liceali e dagli studenti medi; partecipazione effettiva degli allievi alla vita e alla gestione del loro istituto scolastico; diritto dei delegati di classe di partecipare a ogni loro consiglio di classe, e degli studenti di assistervi; diritto degli allievi a partecipare alla amministrazione del loro liceo o della loro scuola media; […] controllo degli studenti sulla organizzazione della università, sul contenuto dei programmi […]; introduzione di un vero statuto dello studente» (Projet, p. 314).

«Intraprenderemo una trasformazione profonda del nostro sistema educativo. Tutti vi devono partecipare: genitori eletti, associazioni, rappresentanti di salariati e di datori di lavoro e, in primo luogo, gli insegnanti […]

«La unificazione del servizio pubblico scolastico sarà il risultato di una consultazione e di un negoziato» (Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 9-7-1981, p. 51).

(24) «Il Progetto socialista riconosce ai bambini la loro posizione a pieno titolo nella società: la uguaglianza, la libertà, la responsabilità non sono riservate agli adulti. Nella scuola devono essere riconosciuti il diritto alla espressione, alla attività creatrice, a prendere decisioni» (Projet, p. 311).

«La gioventù ha anche una posizione specifica: essa è [nella società attuale] sotto tutela. […] A qualunque classe sociale appartengono, i giovani non hanno alcuna responsabilità reale, poco potere sulla loro vita. Vi è un divario considerevole tra le loro possibilità e quanto hanno il diritto di fare nella società» (Projet, pp. 311-312).

«Niente è quindi più importante, oggi, del riconoscimento alla gioventù del diritto di essere se stessa.

«Nella famiglia, il diritto per i giovani di essere se stessi comporta: la possibilità di ricorso del giovane di fronte a una decisione che lo riguarda (orientamento scolastico o professionale, modo di vita…); la democratizzazione e lo sviluppo di centri di accoglienza di giovani in conflitto con la loro famiglia; […] facilitazioni di affitto di appartamenti per i giovani; […] il libero diritto alla contraccezione e la soppressione della autorizzazione dei genitori in materia di interruzione volontaria della gravidanza per le minori, uno sviluppo considerevole della educazione sessuale a scuola e la revisione degli atteggiamenti sistematicamente repressivi relativamente alla sessualità dei minori» (Projet, pp. 313-314).

(25) «[…] la concezione generosa e aggressiva dei socialisti per un grande servizio pubblico unificato e laico dell’insegnamento gestito democraticamente» (Projet, p. 284).

«Il governo definirà come obiettivo la costituzione di questo corpo unico di insegnanti in tutte le discipline, per il periodo di scolarità comprendente la scuola materna, il tronco comune, il secondo ciclo generale e professionale» (Programme commun. Propositions pour l’actualisation, p. 35).

«Tutti i genitori potranno far impartire ai loro figli, fuori dai locali scolastici e senza il contributo dei fondi pubblici, la educazione religiosa o filosofica di loro scelta» (Programme commun. Propositions pour l’actualisation, p. 32).

(26) «Tutti i settori dell’insegnamento iniziale e una parte importante della educazione permanente saranno riuniti in un servizio pubblico, nazionale e laico, dipendente soltanto dal ministero della Pubblica Istruzione.

«Fin dalla prima legislatura, la istituzione del servizio nazionale della Pubblica Istruzione sarà negoziato. […] Gli istituti privati – siano essi padronali, a fine di lucro o confessionali -, che ricevano fondi pubblici, saranno in via generale nazionalizzati. […]

«I necessari trasferimenti di locali escluderanno ogni spoliazione.

«La situazione dei locali o del personale degli istituti privati, che non ricevono fondi pubblici, potrà essere oggetto, su loro richiesta, di un esame in vista di una loro eventuale integrazione» (Programme commun. Propositions pour l’actualisation, pp. 31-32).

(27) Secondo la dottrina tradizionale della Chiesa, il diritto di proprietà deriva dall’ordine naturale creato da Dio. Gli esseri animali, vegetali e minerali esistono per essere usati dagli uomini. Ciascuno di questi ha, dunque, in virtù della sua stessa condizione umana, il diritto di sottomettere al suo dominio qualsiasi di quei beni. È la appropriazione. Questa ultima ha qualcosa di esclusivo, nel senso che il bene appropriato non può essere usato da altri che non sia il suo padrone. A questo riguardo, Pio XI, nella enciclica Quadragesimo anno, del 15 maggio 1931, dice: «Che La proprietà poi originariamente si acquisti e con l’occupazione di una cosa senza padrone (“res nullius”) e con l’industria e il lavoro, ossia con la specificazione come si suol dire, e chiaramente attestato sia dalla tradizione di tutti i tempi, sia dall’insegnamento del Pontefice Leone XIII, Nostro Predecessore. Non si reca infatti torto a nessuno, checché alcuni dicano in contrario, quando si prende possesso di una cosa che è in balìa del pubblico, ossia non è di nessuno; l’industria poi che da un uomo di eserciti in proprio nome e con la quale si aggiunga una nuova forma o un aumento di valore, basta da sola perché questi frutti si aggiudichino a chi vi ha lavorato attorno» (AAS, vol. XXXIII, p. 194).

La proprietà nasce anche dal lavoro. Naturalmente padrone di sé, l’uomo lo è anche del suo lavoro. Di conseguenza, gli spetta il diritto di ricevere una remunerazione per il servizio che presta. E così gli appartiene quanto acquisti, a titolo personale, con il frutto del suo lavoro. Questo è l’insegnamento di Leone XIII, nella enciclica Rerum novarum, del 15 maggio 1891: «Ed invero non è difficile a capire che lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l’artigiano, è la proprietà privata. Infatti se egli impiega le sue forze, la sua industria, a vantaggio altrui, lo fa per procacciarsi il necessario alla vita: e però col suo lavoro acquista vero e perfetto diritto non solo di esigere, ma di investir come vuole la dovuta mercede. Se dunque, con le sue economie venne a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, l’investì in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa, che la mercede medesima travestita di forma e conseguentemente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo appunto, come sa ognuno, consiste la proprietà: sia mobile, sia stabile. Con l’accumunare pertanto ogni proprietà particolare, i socialisti, togliendo all’operaio la libertà d’investire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di vantaggiare il patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione» (ASS, vol. XXIII, p. 642).

Infine, la proprietà può ancora essere acquisita per successione. I figli, continuazione naturale dei genitori, ne ereditano naturalmente i beni. Su questo carattere familiare della proprietà, Leone XIII, nella enciclica Rerum novarum, afferma: «Onde quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all’individuo, va applicato all’uomo come capo di famiglia: anzi, tal diritto in lui è tanto più forte, quanto più estesa e comprensiva è nel consorzio domestico la sua personalità. Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole: e per impulso della natura medesima, che gli fa scorgere nei figli un’immagine di sé, e quasi un’espansione e continuazione della sua persona, egli è -mosso a provvederli in modo, che nel difficile corso della vita possano onestamente far fronte ai propri bisogni: cosa non possibile ad ottenersi, se non mediante l’acquisto di beni fruttiferi, ch’egli poi trasmetta loro in retaggio» (ASS, vol. XXIII, p. 646).

La proprietà ha, come ogni diritto, una funzione sociale, ma non si riduce a una funzione sociale. È quanto insegna Pio XII nel suo radiomessaggio del 14 settembre 1952 al Katholikentag di Vienna: «Perciò la dottrina sociale della Chiesa si batte con tanta insistenza, tra le altre cose, per il diritto dell’individuo alla proprietà. Qui si devono cercare anche i motivi profondi, perché i Papi delle encicliche sociali e Noi stessi abbiamo negato che dalla natura del contratto di lavoro si possa far scaturire sia direttamente che indirettamente il diritto di comproprietà del lavoratore al capitale dell’impresa e conseguentemente il diritto di compartecipazione alla gestione. E dovevamo negarlo, perché dietro questo affiora l’altro problema più grave. Il diritto di proprietà è una conseguenza diretta dell’essere personale, un diritto spettante alla dignità della persona, un diritto al quale certamente sono connessi degli obblighi sociali, ma che non è soltanto una funzione sociale» (Discorsi e Radiomessaggi di Sua santità Pio XII, vol. XIV, p. 314).

In questa prospettiva si distingue la proprietà pubblica da quella privata.

La prima consiste normalmente nei beni che lo Stato possiede per la realizzazione della sua missione. Senza esorbitare dalla sua funzione specifica, anche lo Stato può possedere e amministrare qualche bene in vista del comune interesse. Per esempio, quando avoca a sé lo sfruttamento di qualche ricchezza del sottosuolo, per ridurre le tasse con le quali pesa sul cittadino, attraverso il lucro che gliene deriva. Questo deve fare solamente in modo ridotto e in circostanze particolari. O, ancora, quando un certo genere di ricchezza è tale che l’individuo che la possedesse si troverebbe nella condizione di dominare lo Stato.

Gli altri beni sono di dominio privato, e non di dominio pubblico. E il proprietario privato può essere un proprietario individuale, un gruppo oppure una associazione di proprietari individuali.

Naturalmente, questa dottrina e questa terminologia, presenti in modo esplicito o implicito nel linguaggio corrente; non sono quelli del Projet.

Questo non proclama il diritto naturale di proprietà, dato da Dio all’uomo. Ipertrofizza la proprietà collettiva dei gruppi sociali, trasformando ciascuno di questi, rispetto ai suoi componenti, in un mini-Stato totalitario. E qualifica come privata la proprietà autogestionaria, benché essa sia istituita – in larga misura, imposta – e persino regolata discrezionalmente dallo Stato.

* * *

Questo messaggio stava per essere completamente redatto quando è stata pubblicata, alla metà di settembre la enciclica Laborem exercens, di Giovanni Paolo II. I più importanti strumenti di comunicazione sociale dell’Occidente l’hanno accolta con una eco pubblicitaria vasta e favorevole.

Indubbiamente, la enciclica presenta insegnamenti nuovi, neppure tutti sviluppati fino alle loro ultime conseguenze, dottrinali e pratiche.

Questo ha fatto sì che, il più delle volte, la eco propagandistica data al documento diffondesse la impressione che, secondo Giovanni Paolo II:

a. non è un imperativo della natura delle cose che la proprietà privata (e quindi non statale) sia normalmente individuale;

b. in via di principio (e soprattutto nelle moderne condizioni della vita economica) è legittimo e persino preferibile che, normalmente, il diritto di proprietà sia esercitato non da proprietari individuali, ma da gruppi di persone. Perché in questo modo la proprietà realizzerebbe meglio la sua finalità sociale. In questo consisterebbe la «socializzazione» della proprietà.

Accettando questa interpretazione del documento di Giovanni Paolo II, sarebbe necessario concludere che:

a. Tale «socializzazione» sarebbe in grave contrasto con i princìpi del Magistero pontificio tradizionale, sopra ricordati, e che insegnano che la proprietà individuale è una conseguenza logica della natura personale dell’uomo e dell’ordine naturale delle cose;

b. In questo modo, il regime socializzato, propugnato dal Partito Socialista francese, troverebbe nella Laborem exercens un importante sostegno.

Al cattolico zelante sarebbe penoso caricarsi sulle spalle la responsabilità di fare queste due affermazioni, a proposito della enciclica di Giovanni Paolo II, poiché avrebbero una portata incalcolabile sul piano religioso e socio-economico.

Infatti, ammettendosi una simile opposizione tra il recente documento pontificio e i documenti tradizionali del supremo Magistero della Chiesa, ne deriverebbero innumerevoli conseguenze teologiche, morali e canoniche.

Come si vede nel cap. II di questo messaggio, il Partito Socialista francese afferma la logica connessione tra la riforma autogestionaria della impresa, da esso preconizzata, e quella della economia in generale, quella dell’insegnamento, quella della famiglia e quella dell’uomo stesso. Queste molteplici riforme sono soltanto, per i socialisti francesi, aspetti di una unica riforma globale.

E hanno ragione: «Abyssus abyssum invocat», «un vortice chiama l’altro» (Sal. 41, 8). Non si vede la possibilità che un Pontefice Romano, aprendo le porte alla autogestione preconizzata dal socialismo francese, appoggi implicitamente o esplicitamente questa riforma globale.

(28) «I socialisti sono favorevoli al principio della socializzazione dei mezzi di produzione in tutti i settori in cui la socializzazione delle forze produttrici è già divenuta realtà. Questo significa dire, d’altra parte, che le imprese private piccole e medie sopravviveranno in un quadro certo profondamente modificato e con obblighi nuovi» (Projet, pp. 153-154).

(29) Secondo i socialisti, uno degli obiettivi della «pianificazione democratica» consiste nel determinare «come e fino a quale punto si opera la riduzione delle disuguaglianze» (Quinze thèses, p. 15). Ossia, i Piani di governo, che dovranno essere elaborati a livello nazionale, regionale e locale, avranno già di mira la prospettiva dell’appiattimento gradualistico.

(30) In questa affermazione non si intende includere la proprietà del lavoratore (per esempio, dell’artigiano) sul suo strumento di lavoro, oppure sugli oggetti durevoli acquisiti con il frutto del suo guadagno personale. Ma per gli eventuali eredi del lavoratore, questo modesto patrimonio individuale avrà poco o nessun significato, di fronte alle limitazioni stabilite dal Projet sulle eredità: «Il problema della eredità […] sarà trattato con lo stesso spirito: forte progressività sulle grandi fortune, ma abbattimento elevato alla base per le successioni in linea diretta, in modo da permettere la trasmissione del patrimonio affettivo (casa di famiglia) oppure lo sfruttamento agricolo o artigianale» (Projet, p. 154).

(31) «Non si può essere autogestione in un regime capitalista: una impresa privata non può essere autogestita» (Documentation Socialiste, n. 5, p. 57).

«Credetemi, fra non molto tempo la proprietà privata dei mezzi della economia nazionale sembrerà ai nostri discendenti una curiosità tanto aberrante quanto sembra a noi oggi il regime feudale» (affermazione del deputato socialista Jean Poperen, durante i dibattiti sulla Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 10-7-1981, p. 77).

«Significa che ripudiamo la proprietà privata? Assolutamente. Sappiamo molto bene che una forma di società non si sostituisce a un’altra in un giorno e neppure nello spazio di una generazione. Sono stati necessari secoli al capitalismo per emergere dal girone della società feudale. E il socialismo stesso è in cammino nei paesi capitalisti più avanzati soltanto dalla metà del secolo scorso. […]

«Si può pensare che la conservazione della proprietà privata individuale risponde a certe esigenze – soprattutto psicologiche – di sicurezza.

«Ma noi intendiamo anche sviluppare progressivamente altre pratiche (locazione della terra agli agricoltori, indicizzazione del risparmio, sviluppo dell’alloggio in affitto, incremento del turismo familiare in campagna, ecc.)» (Projet, pp. 153-154).

«Il Partito Socialista non solo non mette in questione il diritto per ciascuno di possedere i propri beni durevoli acquistati con il frutto del suo lavoro oppure strumenti della sua attività, ma ne garantisce l’esercizio. Di contro, propone di sostituire progressivamente alla proprietà capitalista una proprietà sociale che può rivestire forme molteplici e alla cui gestione i lavoratori devono prepararsi» (Statuti del Partito. Dichiarazione di principio, in Documentation Socialiste, supplemento al n. 2, p. 48).

(32) «Il dominio e la garanzia della terra. Strumento di lavoro, la terra sarà protetta contro la speculazione fondiaria attraverso la messa in opera di una politica fondata sulla creazione di uffici fondiari incaricati di assicurare una migliore ripartizione e utilizzazione del suolo. Questo sarà anche protetto contro la usura e la perdita della fertilità che derivano dallo sfruttamento intensivo e dall’abuso di tecniche nocive alla natura e all’ambiente» (Projet, p. 208).

«Il mercato sarà organizzato attorno a uffici. Questi assicureranno agli agricoltori la giusta remunerazione del loro lavoro grazie a prezzi garantiti, tenendo conto dei costi di produzione, nei limiti di un quantum» (Projet, p. 206).

«Gestiti dai rappresentanti degli agricoltori, dei salariati agricoli e delle collettività locali [gli uffici fondiari] […] svolgeranno, principalmente, le seguenti funzioni:

« – Interverranno […] nelle locazioni. […]

« – Disporranno di un diritto permanente di prelazione in occasione di ogni vendita. Potranno sia rivendere sia affittare agli agricoltori che ne hanno bisogno le terre così acquistate» (Pour una agriculture avec les socialistes, in Les cahiers de documentation socialiste, n. 2, aprile 1981, p. 20).

Mitterrand descrive il funzionamento di questi «uffici fondiari» nel modo seguente: «Contrariamente a quanto vogliono fare credere certuni, questi uffici non istituiranno né il collettivismo né la costrizione! Vi può essere una buona politica fondiaria soltanto se discussa, concordata e accettata dalle diverse parti aventi diritto, agricoltori, collettività locali, amministrazione. 

«Gli agricoltori stessi saranno, dunque, gli amministratori degli uffici cantonali e avranno la funzione di coordinare la politica fondiaria, di discuterne insieme, di prendere decisioni di ripartizione e di suddivisione in zone dei terreni, auspicabili per la conservazione della popolazione agricola attiva e per il massimo di insediamenti» (apud CL. MANCERON e B. PINGAUD, François Mitterrand. L’homme, les idées, le programme, Flammarion, Parigi 1981, pp. 107-108).

 


QUADRO QUARTO

LA IMPRESA AUTOGESTIONARIA IDEALE PROPOSTA DEI SOCIALISTI

I. Lineamenti del progetto autogestionario 

• Il progetto autogestionario mira a che:

a. «i lavoratori organizzino essi stessi il controllo della produzione e la ripartizione dei frutti del loro lavoro»;

b. «e, più in generale, a che i cittadini decidano in tutti i campi tutto quanto riguarda la loro vita» (Documentation Socialiste, n. 5, p. 57).

• Il progetto autogestionario si basa su questi tre punti:

a. «socializzazione dei principali mezzi di produzione»;

b. «la pianificazione democratica»;

c. «la trasformazione dello Stato» (Quinze thèses, p. 11).

II. Socializzazione dei mezzi di produzione

• Il Projet socialiste prevede la «nazionalizzazione» di determinate categorie di imprese, che saranno allora poste progressivamente in regime autogestionario.

• A questo scopo, «sono concepibili molte opzioni»:

a. gestione tripartita: «rappresentanti eletti dai lavoratori, rappresentanti dello Stato (o delle regioni), rappresentanti di certe categorie di utenti»;

b. «un consiglio di gestione eletto completamente dai lavoratori della impresa»;

c. «la coesistenza di un consiglio di gestione eletto dai lavoratori e di un consiglio dl sorveglianza nel quale siederebbero i rappresentanti dello Stato […] e di determinate categorie di utenti» (Quinze thèses, p. 12).

• Il Partito Socialista pretende che la «nazionalizzazione» così concepita non è sinonimo di «statalizzazione» (cfr. Quinze thèses, p. 12), né si risolve in «collettivismo» che schiacci la libertà umana, perché «lavoratori e utenti sono […] chiamati a sedere nel consiglio delle imprese nazionalizzate», di modo che «le società nazionali […] disporranno di tutta l’autonomia di gestione di cui avranno bisogno» (PIERRE MAUROY, Dibattiti sulla Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 10-7-1981, p. 81).

III. Pianificazione democratica

• Secondo la concezione del Partito Socialista, la società autogestionaria non comporta la coazione della libertà – piuttosto il contrario -, perché postula la partecipazione di tutti alla elaborazione della pianificazione, in tutte le sfere della vita sociale:

– «Ciò che rende compatibile la pianificazione con l’autogestione è un procedimento di elaborazione democratica e decentralizzata, che suppone una vasta partecipazione popolare prima della scelta definitiva delle istanze politiche elette a suffragio universale» (Quinze thèses, p. 16).

– «La nuova società avrà valore solamente per il rigore del suo principio: tendiamo a realizzare la unanimità: non pretendiamo di partire da essa…» (Projet, p. 139).

• La finalità della impresa non sarà più il profitto, né i «riflessi egoisti» dei lavoratori, ma gli «obiettivi sociali» fissati dalla «pianificazione democratica»:

– «La ricerca del profitto non deve più decidere sovranamente circa l’investimento né dei beni, Deve cedere il passo alla razionalità dei cittadini che affermano democraticamente i loro bisogni, attraverso la pianificazione e il mercato» (Projet, p. 172).

– «L’autogestione non è […] un semplice metodo di gestione destinato a sostituire il lavoro al capitale come agente di direzione delle imprese e a utilizzare i riflessi egoisti delle unità di base e dei loro lavoratori, perpetuando i meccanismi e i moventi economici del capitalismo. Le unità di produzione devono tenere conto degli obiettivi sociali fissati dai piani nazionali, regionali e locali» (Quinze thèses, p. 15).

• Attraverso la «pianificazione democratica» i lavoratori determineranno il modello di sviluppo: come, perché e per chi produrre:

– «Produrre, lavorare, si! ma per chi? perché e come? Dal tipo di risposta che i lavoratori riceveranno a queste domande, o piuttosto che daranno a esse, dipende il successo della impresa. Prima di ogni altra cosa, il modello di sviluppo deve divenire il problema degli stessi lavoratori» (Projet, p. 176).

• Anche i consumatori diranno la loro e manifesteranno le loro esigenze:

– «L’adattamento della produzione ai desideri dei consumatori […] si farà […] a partire da un dialogo organizzato e costante tra i produttori, che indicano le loro limitazioni tecniche e finanziarie, e i consumatori, che manifestano le loro esigenze di qualità e di prezzo» (Projet, p. 177).

• Il Piano che risulta da questo ampio dialogo democratico è così il grande regolatore della economia:

– «I socialisti […] sottolineano che investimenti che sono regolati sui prezzi e sui profitti a un determinato momento amplificano le ripercussioni congiunturale e sono inopportune per la preparazione dell’avvenire. Deve dunque decidere il piano, in funzione dell’interesse generale e delle previsioni a termine, l’orientamento dei grandi investimenti. […] Lasciando al mercato l’aggiustamento puntuale tra l’offerta e la domanda, il piano è agli occhi dei socialisti il regolatore globale dell’economia» (Projet, pp. 185-186).

• Cosa resta, dunque, di libertà alla impresa? Il Projet risponde:

– «In breve, si pianificano gli orientamenti, ma non il dettaglio della esecuzione. Dove si arresta l’intervento del piano, la iniziativa degli operatori economici industriali, lo spirito imprenditoriale riprendono i loro diritti, il ruolo del mercato la sua utilità» (Projet, p. 188).

IV. La trasformazione dello Stato

• Il mito marxista della scomparsa dello Stato ritorna nel progetto autogestionario e si manifesta nella speranza che «compaiano nuove forme di potere», e che così «siano trasformate la funzione e la natura di questo Stato» (Quinze thèses, p. 19).

• A questo scopo si prevede «la riduzione delle competenze del potere centrale»:

– «Certi settori che oggi dipendono direttamente dal governo […] dovranno essere trasferiti a servizi o a uffici nazionali autonomi. Ma il massimo di responsabilità dovrà ritornare alle collettività locali, dipartimentali e regionali» (Quinze thèses, p. 22).

• Persino gli «organismi di quartiere» riceveranno parti del potere dello Stato, che così si sbriciola (cfr. Quinze thèses, p. 22).

V. Funzionamento anarchico

• Nella impresa autogestionaria non vi saranno gerarchia né vera autorità:

– «Deve essere ben chiaro che la nuova legittimità è fondata su un potere delegato e responsabile dei suoi atti davanti ai lavoratori»;

– «Il rapporto mandanti-mandatari può ricreare, almeno parzialmente, il rapporto dirigenti-diretti. Gli jugoslavi lo hanno apertamente constatato dopo più di 20 anni di esperienza. […] Perciò il controllo deve esercitarsi in un modo autonomo attraverso i comitati di impresa» (Quinze thèses, p. 131).

• Per evitare il ristabilimento di gerarchie sono proposte alcune misure pratiche:

– «rotazione delle funzioni»;

– «revocabilità dei responsabili eletti in carica» (Quinze thèses, p. 10).

• Nella impresa autogestionaria tutto è deciso da tutti e portato a conoscenza di tutti:

– «Per la prima volta un dibattito sulla politica generale della impresa, i suoi investimenti, la sua organizzazione, la sua condotta sociale, dibattito sanzionato dalla designazione di rappresentanti che hanno il potere di decisione, si svolgerà davanti a tutti i salariati» (Projet, p. 239).

– «Si deve porre il principio del libero accesso di rappresentanti dei lavoratori e degli esperti da cui potrebbero farsi assistere, a tutte le fonti di informazione esistenti nella impresa. […] Il muro del segreto in verità non è altro che il bastione del potere. Deve essere abbattuto» (Projet, pp. 241-242).

• Come si può constatare, queste proposte stabiliscono una completa subordinazione degli specialisti e dei tecnici ad assemblee e a organismi nei quali le maggioranze che decidono sono moralmente costituite da membri del corpo sociale di minore sviluppo intellettuale.

VI. Gradualismo strategico

• Tuttavia la instaurazione della società autogestionaria non si farà da un momento all’altro. Il Partito Socialista adotterà una strategia gradualistica:

– «Per condurre a buon fine questo compito tremendo e grandioso [di trasformare la società], esso [il Partito Socialista] non dovrà prestare ascolto a quanti […] preconizzano la liberazione selvaggia di tutti i desideri: “tutto, subito, sempre e ovunque: la esaltazione permanente e generalizzata” e ancora meno, bene inteso, a quanti blandiscono questi impulsi solamente per distogliere meglio le energie e le volontà dagli obiettivi della trasformazione sociale» (Projet, p. 33).

– «Spetta a noi andare verso l’ideale e capire il reale» (Déclaration de politique générale, in Journal Officiel, 9-7-1981, p. 46).

– «Il rigore richiede certamente la prudenza. Queste riforme saranno lente, ma la nostra determinazione è grande» (ibid., p. 48).

VII. Periodo di transizione al socialismo

• La strategia gradualistica presuppone un «periodo iniziale di transizione al socialismo» (Quinze thèses, p. 14), durante il quale i lavoratori verranno a poco a poco impadronendosi delle imprese, che restano ancora nella sfera privata.

• Questo accadrà attraverso un aumento graduale del potere e della importanza dei «comitati di impresa».

– «I comitati […] saranno obbligatoriamente consultati prima di ogni misura relativa alla assunzione, al licenziamento, alla destinazione ai posti di lavoro, agli spostamenti, alla classificazione dei lavoratori, alla determinazione dei ritmi di lavoro, e, più in generale, all’insieme delle condizioni di lavoro» (Programme commun. Propositions pour l’actualisation, p. 53).

– «I comitati di impresa […] riceveranno una informazione completa sui principali aspetti e sui risultati della gestione delle imprese» (ibid., p. 53). 

– «I comitati di impresa saranno informati preventivamente e consultati su tutti i progetti economici e finanziari, sui programmi di investimento e di finanziamento, sui piani della impresa, sulla politica di remunerazione, di formazione e di promozione del personale» (ibid., p. 53).

– «Per sottoporre le informazioni alla discussione di tutti i lavoratori, i comitati di impresa […] in particolare potranno riunire il personale sul luogo di lavoro […] un’ora al mese, ricavata dal tempo di lavoro» (ibid., p. 53).

• In questo «periodo di transizione al socialismo», l’intervento dello Stato consisterà specialmente nell’assicurare la continuità del processo per mezzo di leggi:

– «Per i socialisti questa è una responsabilità essenziale dello Stato: intervenire attraverso la legge per combattere tutto ciò che, nei rapporti giuridici di lavoro, indebolisce la sicurezza del posto di lavoro individuale così come la organizzazione collettiva dei lavoratori nella impresa» (Projet, p. 227).

• L’intervento dello Stato, già in questa fase del processo, imporrà una serie di misure presuntivamente a favore dei lavoratori, come per esempio:

– «Contratto a durata indeterminata come base di rapporti normali di lavoro» (Projet, p. 227).

– Proibizione «delle imprese di lavoro a tempo» (Projet, p. 227).

– «Unità della collettività di lavoro […] di fronte ai detentori del capitale» (Projet, p. 227).

– Proibizione di «ogni chiusura parziale o totale di una impresa da parte dell’imprenditore come mezzo di pressione o di sanzione» (Programme commun. Propositions pour l’actualisation, pp. 52-53).

– Proibizione di «registrare, in uno schedario, […] informazioni dati o valutazioni, di carattere non professionale, suscettibili di nuocere al lavoratore» (ibid., p. 53).

– Diritto di veto sulle «decisioni di assunzione e di licenziamento, su quelle relative alla organizzazione del lavoro, al piano di formazione della impresa» (Projet, p. 242).

– Diritto di «controllo su tutti i carichi della impresa legati ai salari, ai contributi previdenziali, al bilancio per la formazione dei lavoratori, ai sussidi per la casa, ecc.» (Projet, p. 242).

– Le innovazioni tecnologiche non devono comportare il licenziamento del lavoratore, ma la riduzione della giornata lavorativa: «Il progresso tecnico si imporrà in Francia solamente con i lavoratori e non contro i lavoratori. Essi ne dovranno essere i beneficiari e non le vittime» (Projet, p. 174).

– «Il licenziamento cesserà di esser un diritto a discrezione dell’imprenditore. A questo proposito, la legge ristabilirà la necessità della domanda di autorizzazione preventiva all’ispettore del lavoro in tutti i casi, sotto pena di sanzioni penali e civili» (Programme commun. Propositions pour l’actualisation, p. 51).

VIII. Obiettivo finale: libertà, uguaglianza, fraternità

• La società autogestionaria è una realizzazione esacerbata del motto della Rivoluzione francese: «liberté, égalité, fraternité»:

– «Non vi è altra libertà che quella del socialismo» (Projet, p. 10).

– «L’autogestione estesa a tutta la società significa la fine dello sfruttamento, la scomparsa delle classi antagoniste, la realizzazione della democrazia» (Documentation Socialiste, n. 5, p. 57).

– «L’autogestione è la democrazia generalizzata a tutti i livelli, è la democrazia realizzata attraverso e nel socialismo» (ibid., p. 57).

• Chiediamo a ogni proprietario, a ogni autorità alta, media o piccola all’interno di una impresa, se trova che essa possa funzionare in queste condizioni. La stessa domanda rivolgiamo a ogni operaio di buon senso e con esperienza.

• Per dare una risposta a questa domanda immagini la impresa della quale è proprietario o in cui lavora, organizzata domani secondo questo schema. Potrà funzionare? Certamente no !…

 

Categorie:
  Articoli e note firmate, Cristianità
Autore

 Plinio Corrêa de Oliveira

  (48 Articoli)