Il socialismo autogestionario: rispetto al comunismo una barriera o una testa di ponte?

III. La sostanza dottrinale del «Projet socialiste»: laicità, «liberté, égalité, fraternité»
Plinio Corrêa de Oliveira 38 anni fa
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Plinio Corrêa de Oliveira, Cristianità n. 82-83 (1982)

 

Il socialismo autogestionario afferma di garantire la libertà di culto. Ma chi usufruirà ancora di questa libertà – peraltro insufficiente e, quindi, inaccettabile per ogni vero cattolico – in una società completamente laicizzata, dove i bambini vengono educati nelle scuole dello Stato dall’età di due anni, dove la famiglia è equiparata al concubinato e all’unione omosessuale?

 

Il socialismo autogestionario: rispetto al comunismo una barriera o una testa di ponte?

III. La sostanza dottrinale del «Projet socialiste»: laicità, «liberté, égalité, fraternité»

 

1. Diritti dell’uomo nella società autogestionaria: informarsi, dialogare e votare

Si è già visto che il Partito Socialista si appresta a educare il cittadino dalla nascita fino alla morte, modellandogli l’anima nel lavoro e nel tempo libero, con la cultura e con l’arte, e influendo anche sull’arredamento della sua dimora. Che riflesso ha questa tendenza sulla libertà individuale?

Trova conferma, a questo punto, quanto è stato detto all’inizio sui rapporti tra libertà e uguaglianza, nel trinomio della Rivoluzione francese. Se per libertà si intende il non avere sopra di sé nulla, né nessuno, e di conseguenza il fare assolutamente quello che si vuole – poiché questo è il significato radicale e anarchico del termine -, il cittadino autogestionario sarà libero soltanto in apparenza; ma, di fatto, non lo sarà in nessun momento della sua vita.

Il cittadino autogestionario vedrà restringersi sempre di più la sfera di sua scelta puramente individuale, nella quale esternare il carattere unico e inconfondibile della sua personalità. Infatti nel lavoro, come nel tempo libero, avrà la libertà di essere informato, di dialogare e di votare. Ma, ordinariamente, la decisione spetterà alla collettività. La sua libertà si limiterà al dire ciò che pensa nei dibattiti pubblici, e al votare come vuole. Come elettore al momento delle scelte di nomi, e come votante al momento delle assemblee deliberanti, egli è libero. Come individuo, è spinto dal Projet fino ai limiti del non essere (1). Non immediatamente a vantaggio del potere pubblico, ma di un tessuto o di un meccanismo sociale composto da gruppi autogestionari aziendali e non aziendali.

Il grafico reale del potere nella società autogestionaria, a partire dalle assemblee, passando attraverso i comitati e gli altri organi della società, dovrà avere alla estremità opposta lo Stato. Chiaramente, finché l’autogestione non si diriga verso la disintegrazione finale dello Stato e la disseminazione dei poteri di questo in piccole comunità autocefale (2). Nell’ottica del lavoratore, questo grafico potrebbe avere la forma di un rombo. In un angolo vi sarebbe la sua impresa, all’interno della quale egli è una molecola parlante e votante. Nell’angolo opposto vi sarebbe lo Stato. 

Ma questo ultimo si situerebbe al vertice superiore del rombo, e l’assemblea dei lavoratori al vertice inferiore. Non che, una volta instaurata l’autogestione, questa sia pura facciata dietro la quale lo Stato manipoli tutto. Questo può succedere. Ma non si prendono in considerazione in questa sede le deformazioni che la società autogestionaria può in pratica subire. Si tiene solamente presente il miraggio: socialista, nel caso fosse messo in pratica nella sua completa autenticità.

Cosi, viene a proposito sottolineare che, nella logica del Projet:

a. instaurata la società autogestionaria, i poteri dello Stato verranno diminuendo «gradualisticamente»;

b. però, al momento della sua instaurazione per legge, esso è onnipotente. E finché tale legge serva di fondamento e di norma a questa società, essa vivrà in forza della onnipotenza dell’atto statale che l’ha costituita e che l’ha organizzata. Atto statale che il potere pubblico sarà autorizzato ad abrogare oppure a estendere come e quando vuole… almeno finché esiste;

c. lo Stato non esercita poteri tanto vasti nelle società dell’Occidente. Gli Stati dell’Oriente e dell’Occidente hanno adottato, in tesi, il principio della sovranità del suffragio universale. Ma questa sovranità è autolimitata nell’Occidente dal riconoscimento di libertà individuali più o meno vaste, mentre nell’Oriente questo principio non ha valore effettivo. E, come si vede, non lo avrà nella società autogestionaria, nella quale la libertà dell’individuo consiste solamente nel poter prendere la parola e nel votare nelle assemblee.

Così lo Stato può tutto sulla società autogestionaria. Esso annienta la famiglia, e la sostituisce. Esso concede alle molecole autogestionarie quei brandelli di diritti che resteranno loro nella società; esso ha il potere illimitato di legiferare sull’autogestione aziendale, scolastica o di qualsiasi altro tipo. Esso insegna. Esso forma, esso livella, esso occupa i tempi liberi. Insomma, esso si installa nella mente dell’individuo. A questo resta solamente la condizione di automa, i cui segni di vita propria sono soltanto informarsi, dialogare e votare. Questo trinomio sarebbe la realizzazione concreta dell’altro: «Libertà, uguaglianza, fraternità».

In una parola, la società autogestionaria ha una morale e una filosofia propria (3) che il lavoratore automa ispirerà persino con l’aria stessa che respira.

2. La religione e le religioni nel Projet

La società autogestionaria non si limita a eliminare oppure a togliere le libertà dell’individuo, ma, come si è visto, cerca di formare persino la sua stessa coscienza.

Queste considerazioni portano naturalmente ad analizzare fino a che punto sono mutilati dal Projet i diritti della religione.

a. Quest’ultimo è laico in ognuna delle sue parole, si potrebbe dire in ognuna delle sue lettere. Esso non pensa a Dio. Per esso la fonte di tutti i diritti non è Dio, ma l’uomo, la società. Il Projet ignora completamente l’altra vita, la rivelazione, la Chiesa come corpo mistico di Cristo (4).

b. La religione, per il Projet le religioni – poiché esso non riconosce il carattere soprannaturale di nessuna – sono soltanto fatti sociali che sono sempre esistiti, e esistono ancora, fatti estrinseci alla società autogestionaria, e diametralmente discrepanti dalla sua laicità.

Questo induce a prevedere che la società autogestionaria, che tende a distruggere tutto quanto è a essa estrinseco e contradditorio, lavorerà per estinguere «gradualisticamente» le religioni.

È certo che a esse il Projet garantisce la libertà di culto. Ma costretta entro un limite veramente minimo, e a vivere in una società nella quale tutto sarà concepito e realizzato in senso opposto a quello della Chiesa: l’economia, la organizzazione sociale, il totalitarismo politico, la perpetuazione della specie umana, la famiglia e persino l’uomo stesso (5).

Il Projet comporta una visione a tale punto globale della società da avere necessariamente – benché in modo implicito – come presupposto una visione ugualmente globale dell’universo. Infatti quest’ultimo è, in un certo senso, il contesto della società. Una società globale, laica e chiusa in sé stessa, corrisponde a un universo analogamente globale, laico e chiuso in sé stesso.

A sua volta, una visione dell’universo implica l’affermazione oppure la negazione di Dio. Negazione assolutamente reale, anche se la sua forma di espressione sia il mutismo (6). Pertanto il Projet è «a-teo», senza Dio: ateo.

Il suo silenzio riguardo a Dio – è lecito chiedere – non è semplice tappa «gradualistica» verso qualche panteismo, verosimilmente evoluzionistico?

Il riferimento a questo eventuale panteismo corrisponde alla funzione per così dire redentrice che il Projet attribuisce alla collettività nella quale l’individuo si riscatta dal naufragio in cui lo pone la sua stessa condizione individuale. È la via per la soluzione di tutti i problemi (7).

A sua volta, il riferimento all’evoluzionismo è in relazione con il carattere arbitrario, antinaturale e artificiale, del riformismo socialista. E, più ancora, del relativismo di fondo che professa (8). A partire da concezioni filosofiche molto oscure, ma la cui influenza lo percorre da un capo all’altro, il Projet nega i principi più fondamentali dell’ordine naturale, come la differenziazione tra la missione dell’uomo e quella della donna, la famiglia, l’autorità maritale, la patria potestà, il principio dell’autorità a tutti i livelli e in tutti i campi, la proprietà individuale, la successione ereditaria. Il Projet mira a ricostruire – proprio polemicamente verso l’opera del Creatore – una società umana a rovescio rispetto alla natura che Dio ha creato per l’uomo. 

Tutto questo, presuppone che la natura, postulata dal Partito Socialista come indefinitamente malleabile, possa essere modellata dall’uomo come voglia. Il che fa pensare al sistema evoluzionistico.

3. L’episcopato francese di fronte al Partito Socialista

Di fronte a queste considerazioni, come cattolici non possiamo tacere il nostro spavento – che, passata la attuale confusione degli spiriti, sarà quello di tutte le nazioni del mondo fino alla fine dei tempi – davanti al fatto che, in presenza di elezioni tali da aprire la strada del potere ai mentori e ai propulsori del Partito Socialista, la conferenza episcopale francese non abbia avuto una sola parola di avvertimento sul pericolo che il paese in questo modo correva. E con esso la Chiesa, così come i resti ancora vivi della Cristianità. Al contrario, nelle due dichiarazioni divulgate in tali occasioni, quella del 10 febbraio 1981 e quella del 1° giugno dello stesso anno, il consiglio permanente dell’episcopato francese ha manifestato la sua neutralità davanti ai diversi candidati, affermando di non «volere pesare sulle decisioni personali» dei cattolici francesi e rivolgendo un appello perché la campagna elettorale fosse vissuta «nel rispetto degli uomini e dei gruppi, ivi compresi gli avversari» (9).

Nella dichiarazione del giorno 1° giugno, «in occasione delle elezioni legislative», i vescovi segnalano che «è proprio di una società democratica» scegliere tra progetti e programmi che «vengono proclamati e si oppongono». Così, la Chiesa cattolica, presentando «la propria riflessione sull’avvenire prossimo della nostra società», lo faceva «non per sostenere un gruppo od opporsi a qualcuno, ma per attirare l’attenzione sui valori essenziali della vita personale e comunitaria degli uomini». Con tale comportamento, i vescovi intendevano contribuire «alla dignità e alla generosità del dibattito» (10).

Tale atteggiamento è coerente con il documento Pour une pratique chrétienne de la politique, approvato dalla quasi unanimità dei vescovi a Lourdes, nel 1972 (11). In questo documento i prelati constatano che «i cattolici francesi coprono oggi tutto il ventaglio dello scacchiere [sic] politico» (12), ossia anche il Partito Socialista e il Partito Comunista. Di fronte a questo fatto enorme, i vescovi affermano semplicemente la legittimità del pluralismo e commentano con evidente simpatia l’impegno di «numerosi cristiani» nel «movimento collettivo di liberazione» animato dalla lotta di classe di ispirazione marxista, che non condannano in termini precisi (13).

Di fronte a questi precedenti, non causa più straordinaria meraviglia il fatto – di per sé anche spaventoso – che la dottrina socialista, da circa dieci anni, stia, impunemente penetrando nel gregge affidato dallo Spirito Santo allo zelo e alla vigilanza dei Pastori francesi. In tale modo il volto dei cattolici sparsi nell’elettorato socialista ha collaborato notevolmente alla vittoria autogestionaria nelle ultime elezioni (14).

Considerando questi fatti – e ve ne sono tanti altri nel mondo contemporaneo – si comprende meglio come sia vero che la santa Chiesa si trova oggi, come constatò Paolo VI, in un misterioso processo di «autodemolizione» (15) e che in essa sia penetrato, secondo lo stesso Pontefice, il «fumo di Satana» (16).

NOTE

(1) «Il riconoscimento dei piccoli collettivi sociali e, di conseguenza, di interessi collettivi molto vicini all’individuo e facili da cogliere (famiglia, bottega, classe scolastica, associazione, quartiere, ecc.), è uno dei fondamenti della società socialista autogestionaria. Ma bisogna che le decisioni si possano prendere: la esistenza di un interesse collettivo deve tradursi, in definitiva, in una procedura. Perciò i socialisti […] sostengono che la legittimità dovrà sempre procedere, in ultima istanza, dal suffragio universale, domani come oggi. L’interesse generale e la democrazia non sono in guerra. Molto semplicemente, l’interesse generale può essere definito solamente attraverso la democrazia» (Projet, p. 131).

(2) Come i socialisti francesi, i comunisti hanno come meta finale la autogestione della società. Nel preambolo della Costituzione russa si legge che «l’obiettivo supremo dello Stato sovietico è edificare la società comunista senza classi, nella quale si svilupperà la autogestione sociale comunista» (Constitución. Ley Fundamental de la Unión de Repúblicas Socialistas Sovieticas, del 7 ottobre 1977, trad. spagnola, Editorial Progreso, Mosca 1980, p. 5).

Su questo punto non vi sono, dunque, divergenze dottrinali tra comunisti e socialisti Esse appaiono solamente nel modo in cui gli uni e gli altri concepiscono la scomparsa dello Stato.

L’Istituto di Filosofia della Accademia delle Scienze della Russia sovietica definisce così la funzione dello Stato nel periodo di transizione verso la società autogestionaria: «Lo sviluppo della democrazia socialista rafforza il potere dello Stato e, nello stesso tempo, prepara le condizioni della sua estinzione e, con essa, il passaggio a un regime sociale nel quale la società possa dirigersi senza bisogno di un apparato politico, senza la coercizione statale. […] 

«Ebbene, esortare alla più rapida scomparsa dello Stato con il pretesto di combattere il burocratismo e proclamare, a sua volta, la necessità di rinunciare al potere statale, equivale, nelle condizioni del socialismo, quando esiste ancora il mondo capitalistico (e, il che è ancora più grave, nel periodo di transizione al socialismo), a disarmare i lavoratori di fronte al loro nemico di classe.

«Il processo di estinzione dello Stato non può essere accelerato con nessun tipo di misure artificiali. Lo Stato non sarà abolito da nessuno, ma si verrà estinguendo lentamente, quando il potere politico cessi di essere necessario. Ciò sarà possibile quando lo Stato socialista avrà compiuto la sua missione storica, ma questa esige, a sua volta, il rafforzamento del potere politico. Da ciò il fatto che non si possono contrapporre, da una parte, l’impegno di rafforzare lo Stato socialista e, dall’altra, le prospettive della sua estinzione; entrambe le cose sono le due facce di una stessa medaglia.

«Il problema della estinzione dello Stato, concepito dialetticamente, è il problema della trasformazione dello Stato socialista nella autogestione comunista della società. Nel comunismo sussisteranno alcune funzioni sociali analoghe a quelle svolte oggi dallo Stato, ma le loro caratteristiche e il loro esercizio non saranno gli stessi che nella attuale tappa di sviluppo. 

«La estinzione dello Stato significa: 1. la scomparsa della necessità della coercizione statale, così come degli organi che se ne servono; 2. la trasformazione delle funzioni organizzative, economiche ed educativo-culturali, che ora svolge lo Stato, in funzioni sociali; 3. la assunzione da parte di tutti i cittadini delle funzioni direttive degli affari pubblici e la scomparsa della necessità di organi di potere politico.

«Quando scomparirà ogni genere di segno della divisione della società in classi, quando il comunismo trionferà definitivamente e usciranno dalla scena le forze del mondo vecchio che si oppongono al comunismo, scomparirà anche la necessità dello Stato. La società non avrà più bisogno di formazioni speciali di uomini armati per garantire l’ordine sociale e la disciplina. Allora, come ha detto Engels, la macchina dello Stato potrà essere depositata nel museo delle antichità insieme alla conocchia e all’ascia di bronzo» (ACCADEMIA DELLE SCIENZE DELL’URSS. ISTITUTO DI FILOSOFIA, FUNDAMENTOS DE LA FILOSOFIA MARXISTA, redazione generale di F. V. Konstantinov, trad. spagnola, 2ª ed., Editorial Grijalbo, Città del Messico 1965, pp. 538-539).

(3) «Non si aderisce al socialismo senza una certa visione dell’uomo, di ciò che vuole, di ciò che può, di ciò che deve, dei suoi diritti e dei suoi bisogni» (Projet, p. 10).

(4) «Il Partito Socialista non mira all’autosoddisfacimento né a testimoniare per un aldilà, ma a trasformare le strutture della società» (Projet, p. 33).

«La spiegazione della società […] è una cosa, il destino ultimo dell’uomo è un’altra», afferma il Projet. Come se qualche cosa potesse spiegarsi facendo astrazione dal suo fine. 

E aggiunge astutamente, come per dare un premio di consolazione: «Nella misura in cui il clericalismo scompare, l’anticlericalismo perde la sua ragione di essere. È un arricchimento della laicità e una acquisizione preziosa della lotta socialista di questi ultimi anni» (Projet, p. 29). In realtà, chi così «scompare», nel Projet, oltre il clericalismo, è il clero, è la Chiesa.

(5) Accade spesso che il cattolico sia più sensibile alle trasgressioni della legge di Dio relativamente all’istituto della famiglia che all’istituto della proprietà. Così, è possibile che qualche lettore cattolico, più o meno condiscendente verso la impresa autogestionaria, si sforzi di immaginare una applicazione del Projet strettamente limitata al campo imprenditoriale, senza riflessi nel campo dell’uomo, della famiglia e della educazione.

Illusione. La naturale correlazione tra la famiglia e la proprietà rende impossibile questa separazione di campi. E la semplice lettura di questo studio rende chiaro che l’autogestione della impresa – così come è descritta nel Projet – è inseparabile dalle concezioni filosofiche e morali sulle quali si fonda. Queste, una volta accettate, hanno ripercussioni obbligate in tutti i settori.

(6) La costituzione pastorale Gaudium et spes, del Concilio Vaticano II: presenta una descrizione molto sintetica e articolata dell’ateismo moderno. È, a questo titolo, utile citarla: «Con il termine “ateismo” vengono designati fenomeni assai diversi tra loro. Alcuni negano esplicitamente Dio; altri ritengono che l’uomo non possa dir niente di lui; altri poi prendono in esame il problema relativo a Dio con un metodo tale per cui il problema sembra privo di senso. Molti, oltrepassando indebitamente i confini delle scienze positive, o pretendono di spiegare tutto solo da questo punto di vista scientifico, oppure al contrario non ammettono ormai più alcuna verità assoluta. Alcuni tanto esaltano l’uomo, che la fede in Dio ne risulta quasi snervata, inclini come sono, così pare, ad affermare l’uomo più che a negare Dio. […] Altri nemmeno si pongono il problema di Dio, in quanto non sembrano sentire alcuna inquietudine religiosa né riescono a capire perché dovrebbero interessarsi di religione» (n. 19).

(7) «Vogliamo dire che collettivo è sinonimo di grandezza, di bellezza, di profondità, di gioia di vivere» (Projet, p. 153). Il che equivale a dire che grandezza, bellezza, profondità e gioia di vivere sono sinonimi di collettivo.

(8) «Tutto il movimento della scienza […] è compreso in un permanente rimettere in questione i postulati della fase precedente» (Projet, p. 135).

«Non potrebbe esistere ai nostri occhi un sapere fissato una volta per tutte. La conoscenza, poiché implica una rettificazione e anche una ricostruzione permanente della realtà come ce la rappresentiamo, non può mai dirsi compiuta e deve essere costantemente rimessa in questione» (Projet, pp. 136-137).

(9) Questa posizione di neutralità schiva di fronte alle elezioni è stata enfaticamente riaffermata da mons. Jean-Marie Lustigier, nuovo arcivescovo di Parigi, a proposito di una lettera aperta della JEC al prelato, pubblicata in Le Monde (10 e 11-5-1981), nella quale tale organismo della Azione Cattolica gli chiedeva di confermare oppure di smentire le versioni che circolavano, secondo le quali egli avrebbe preso personalmente posizione a favore del presidente uscente. Nelle sue dichiarazioni, l’arcivescovo manifesta la sua sorpresa di fronte alla notizia, che smentisce in modo formale, e si dichiara solidale con la posizione collettiva dell’episcopato (cfr. La Croix, 12-5-1981).

Nel contesto di queste dichiarazioni, suonano come insufficienti vaghe promesse di azione combattiva fatte da mons. Jean Honoré, vescovo di Evreux e presidente della commissione episcopale per il mondo della scuola, nel senso che la scuola cattolica non costituisce per la Chiesa «la priorità delle priorità». I vescovi intendono riservare la loro parola «per il giorno in cui la scuola cattolica sarà in pericolo» (Informations Catholiques Internationales, n. 563, giugno 1981).

(10) Per non allungare il presente studio, non riproduciamo i citati pronunciamenti dell’episcopato francese sulle recenti elezioni presidenziali e legislative. Rimandiamo i lettori che desiderino vederli ai testi integrali comparsi in La Documentation Catholique, n. 1803, 1-3-1981, p. 248, e in Le Monde, 3-6-1981.

(11) Cfr. «Politique, Eglise et Foi», in Le Centurion, Lourdes 1972, pp. 75-110.

(12) Ibid., p. 80.

(13) Nel documento citato i vescovi francesi dicono: «Il nostro ministero pastorale ci fa testimoni dell’imperativo evangelico che anima numerosi cristiani, in tutti gli ambienti sociali, e della speranza che li conduce quando partecipano a questo movimento collettivo di liberazione, con coloro di cui sono o si sentono solidali nella loro vita quotidiana. I vescovi della commissione per il mondo operaio, tra altri, lo hanno espresso nel documento di lavoro in cui ci informano della prima fase di loro incontri con gli operai che hanno fatto la opzione socialista» (op. cit., p. 88).

«Oggi, un fatto nuovo irrompe nell’attualità. Cristiani di diversi ambienti – operai, contadini, intellettuali – esprimono quanto vivono con un vocabolario di “lotta di classe”. […]

«È evidente che questa analisi in termini di “lotta di classe” ha aiutato molti militanti a discernere più precisamente i meccanismi strutturali delle ingiustizie e delle disuguaglianze. Bisogna anche constatare che, così facendo, fanno più o meno riferimento a strumenti della analisi marxista della lotta di classe.

«Perché la loro ambizione di realizzare una società più giusta e più fraterna non si degradi strada facendo, perché tragga vantaggio lungo la via degli impulsi positivi del senso evangelico dell’uomo, si impone uno sforzo di lucidità e di discernimento» (op. cit., p. 89).

(14) Così lo sostiene la nota rivista «cattolico-progressista» Informations Catholiques Internationales (n. 53, giugno 1981): «Tutti concordano: i cattolici definiti come praticanti si sono divisi in ragione di un quarto in favore di F. Mitterrand e di tre quarti per V. Giscard. […] Che un cattolico considerato praticante su quattro abbia votato per F. Mitterrand è di una importanza politica decisiva: molto più di un milione di voti sono venuti a ingrossare il campo della sinistra: ora […] sarebbe bastato che la metà di questi cattolici avesse votato per il presidente uscente, perché questi fosse rieletto. François Mitterrand deve, tra le altre cause, il suo successo al movimento che ha portato a sinistra una parte dei cattolici».

Noti il lettore che la rivista mette in risalto solamente i «cattolici praticanti». Bisognerebbe chiedersi quanti battezzati non praticanti, ma che si considerano cattolici, avrebbero potuto essere influenzati da una parola ferma e chiarificatrice dell’episcopato, e rifiutare così il loro voto al candidato socialista.

Nell’indicare le ragioni della vittoria di Mitterrand, insospettabili e prestigiosi organi di stampa notano che il progresso più significativo della sinistra si è verificato nelle province cattoliche dell’Ovest, dell’Est e del Massiccio centrale (cfr. La Croix, organo ufficioso dell’archidiocesi di Parigi, 12-5-1981: L’Express, 5/11-5-1981 e 12/15-5-1981 e L’Humanité stessa, organo ufficiale del Partito Comunista, 15-5-1981).

Inoltre, i cattolici non si limitano a votare il Partito Socialista, ma giungono a iscriversi al partito – a quanto sembra, senza enormi problemi di coscienza -, come registra con gioia il Projet: «Il Partito socialista ha sempre inteso raccogliere senza distinzione di credenza filosofica o religiosa tutti i lavoratori che fanno loro gli ideali e i princìpi del socialismo. Sono dunque sempre più numerosi i cristiani che non soltanto raggiungono il Partito ma adottano le stesse analisi socialiste, senza pertanto rinnegare la loro fede, al contrario anzi» (Projet, p. 29).

Il che, per altro, in Francia è pubblico e notorio.

Ma perché non vi sia dubbio circa il senso del verbo «raggiungono» nella citazione precedente, Mitterrand, nelle sue Conversations avec Guy Claisse, trasformate in libro, così chiarisce: «Nel Partito socialista, i cattolici militanti non ci servono da alibi. Sono a casa loro. Il loro numero è rilevante. […]

«- Tra i militanti di base?

« – Sì Ma anche nella direzione nazionale e negli esecutivi locali» (FRANÇOIS MITTERRAND, Ici et maintenant. Conversations avec Guy Claisse, Fayard, Parigi 1980, p. 12).

Stando così le cose, la omissione dell’episcopato nella chiarificazione di questi cattolici è assolutamente incomprensibile. 

Bisogna, infine, osservare che questa permeabilità di elementi cattolici al socialismo non data da oggi, ma dalla metà del secolo scorso, come si compiace di narrare lo stesso Mitterrand, nel libro citato: «Il mio impegno, dal primo giorno, è stato a che i cattolici, fedeli alla loro fede, si riconoscessero nel nostro Partito, nel quale fluiscono come verso lo stesso fiume le molteplici fonti del socialismo. A metà del secolo XIX, fatta eccezione per l’avanguardia dei Lamennais, Ozanam, Lacordaire, Arnaud, i cattolici di Francia appartenevano al campo conservatore. La Chiesa, scossa dalla prima rivoluzione francese, preoccupata dai progressi dello spirito volterriano, si era schierata a fianco del potere della borghesia, potere di una classe sociale, gretta, egoista, feroce quando era necessario. […]

«Oscurato il Cristo, la Chiesa complice, non vi era via di uscita che nella lotta, condotta da uomo, per la conquista, qui e ora, di uno Stato che vi avrebbe liberati dalla schiavitù, dalla miseria e dalla umiliazione. Lungo un naturale pendio, i socialisti hanno raggiunto, nella loro maggioranza, le teorie che respingevano la spiegazione cristiana. […]

«Il radicamento razionalistico e la espansione del marxismo hanno accentuato nel proletariato il rifiuto della Chiesa e del suo insegnamento. Il socialismo, che si era fatto senza di essa, ha cominciato a farsi contro di essa. Ma, anche, che silenzio del cristianesimo! che lungo silenzio! […] Tuttavia, alla fine del secolo, Leone XIII a Roma e da noi il Sillon avviarono la svolta. La prima guerra mondiale, affrettò la evoluzione. Le fraternità nate al fronte, la morte dappertutto, per tutti, la patria in pericolo aprirono ciascuno a riconoscere nell’altro i valori cui faceva riferimento, anche se la traduzione laica o religiosa rimaneva diversa se non antagonistica. Dal fondo della Chiesa e del mondo cristiano rinasceva il richiamo iniziale. Il personalismo di Emmanuel Mounier completò l’apporto al socialismo cristiano del suo titolo di nobiltà» (op. cit., pp. 14-15).

Di fronte a questo panorama storico – descritto, per altro, alla maniera e con il gusto dei socialisti, ma al quale non mancano, purtroppo, numerosi elementi di verità – ci si sarebbe aspettato che l’episcopato francese imitasse la tempra e il coraggio di un san Pio X, che nella lettera apostolica Notre Charge Apostolique, del 25 agosto 1910, condannò con forza il movimento Sillon (vedi cap. II, nota 1), obiettivo di così riverente ricordo da parte di Mitterrand.

(15) PAOLO VI, Discorso al Pontificio Seminario Lombardo, del 7-12-1968, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. VI, p. 1188.

(16) IDEM, Omelia per il nono anniversario della incoronazione, del 29-6-1972, ibid., vol. X, p. 707.

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