[La “buona battaglia” di Alleanza Cattolica]
Per la proprietà privata presidio di libertà

Paride Casini 37 anni fa
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Per la proprietà privata presidio di libertà

Paride Casini, Cristianità n. 100 (1983)

 

Il processo rivoluzionario, teso a rendere schiavo l’uomo liberato dalla verità naturale e cristiana, tenta di privarlo, tra l’altro, di un mezzo che rafforza e rende concreta la sua libertà, e cioè del possibile e reale esercizio del diritto di proprietà privata. Traendo spunto dagli abusi, l’azione anti-proprietaristica procede con gradualità e inoculano «germi di socialismo» nell’ordinamento giuridico, inesorabilmente stringendo in una morsa sempre più opprimente il singolo e la famiglia, e così di fatto ostacolando lo sviluppo della personalità in tutte le sue facoltà. La lotta per la difesa del diritto di proprietà, nonostante e contro gli abusi, e per la diffusione concreta di tale diritto.

 

Contro ogni indebita ingerenza dello Stato e della società

Per la proprietà privata presidio di libertà

 

Una base materiale della libertà

Nel Manifesto del partito comunista Marx ed Engels, dopo avere indicato nella eliminazione della famiglia, della proprietà privata e dello Stato l’obiettivo della rivoluzione comunistica, così concludono: «I comunisti possono riassumere la loro dottrina in quest’unica espressione: abolizione della proprietà privata» (1).

Da quando furono scritte queste parole sono trascorsi 135 anni nel corso dei quali l’avanzata del socialcomunismo nelle sue molteplici modalità ed espressioni, da quelle violente a quelle legali, da quelle «reali» a quelle riformistiche o liberalsocialistiche, sta a testimoniare, veramente ad abundantiam, che non furono parole in libertà, ma piuttosto che descrivono un punto nodale della metodologia di conquista della società da parte del socialcomunismo, tanto più efficace quanto chi intende a esso opporsi non coglie la portata dell’obiettivo anti-proprietaristico. 

L’abolizione della proprietà privata riassume tutta la dottrina dei comunisti nel senso che essa non è solo un punto di arrivo, ma anche il mezzo con cui è possibile infrangere ogni resistenza, porre le premesse per la conquista del potere e per garantirsene poi la conservazione.

Alla rivoluzione non sfuggono, infatti, «i legami di dipendenza che spesso uniscono il più al meno, lo spirituale al materiale, rapporti o legami di dipendenza che non sono assolutamente di causalità, ma condizionamenti» (2), legami e rapporti di interazione di cui non tengono debito conto tanti credenti e anticomunisti abbagliati da prospettive angelistiche originate da una visione non integrale della natura dell’uomo e della vita sociale: se è vero che anche i santi mangiano, si può dire che l’abolizione della proprietà privata, con la conseguente appropriazione di tutti i beni da parte dello Stato – o, per meglio dire, da parte della setta comunista che se ne è impadronita -, si identifica di fatto con l’abolizione reale, anche se non dichiarata, di ogni libertà, cioè con il più grave condizionamento che si possa porre alla vita dell’uomo e all’intera società (3).

La proprietà privata risponde, inoltre, così pienamente alla intera verità sull’uomo che la sua abolizione pone non solo la persona in uno stato di schiavitù, ma ne impedisce lo sviluppo di facoltà naturali connesse alla sua capacità-dovere di prevedere i possibili bisogni futuri e di porre in essere attività e condizioni atte a provvedervi. Anche in questo senso la proprietà, con i corollari del risparmio e della libera intrapresa economica, è una figura esclusivamente propria della natura umana, avendo l’animale un’attività tesa a procurarsi unicamente quanto serve per i bisogni del momento o, comunque, predeterminati dall’istinto.

D’altra parte, l’assicurare un «diritto al lavoro» che consista unicamente nel procurare i beni di consumo, lasciando in mano allo Stato i mezzi di produzione e, quindi, la proprietà del lavoro stesso, significa presentare la caricatura di un diritto, sostenuta sostanzialmente dall’interesse al mantenimento in vita dello schiavo, il quale, morto o anche deperito oltre un certo limite, non servirebbe più a niente. Il lavoro che non dia la possibilità di assicurare alla persona l’accesso alla proprietà nelle sue diverse espressioni – ivi compresa quella, certo non secondaria, espressa nell’aforisma medioevale «métier vaut baronnie», del possesso e libero esercizio di una professione o di un mestiere – resta pura fatica, pura necessità, senza mai poter essere autenticamente umano: «è necessario non dimenticare che la proprietà sta dalla parte della libertà, mentre il lavoro sta dalla parte della necessità» (4).

I rapporti e i legami, cui precedentemente si è fatto accenno, tra il più e il meno, tra il materiale e lo spirituale, diretta conseguenza dell’unità nel principio e nel fine del reale, portano a porre uno strettissimo rapporto tra proprietà privata, libertà religiosa e vita spirituale. Attraverso l’abolizione della proprietà privata e la trasformazione della società in senso socialistico passa, infatti, la lotta anti-religiosa della Rivoluzione, che giustamente vede nella proprietà una radice sociale della religione da estirpare (5), sempre che con «radice sociale» si intenda non la causa, ma una condizione propizia e anche necessaria: infatti, attraverso il collettivismo socialistico si perviene non solo alle note limitazioni oggettive, sia strettamente legali che pratiche, della libertà religiosa, ma altresì alla mortificazione e diseducazione dallo stesso spirito di libertà che la fede, massima espressione di libertà, presuppone oltre a rendere impossibile il necessario adempimento dei doveri e delle responsabilità che dalla fede derivano. Dunque, la inconciliabilità tra religione e collettivismo non si misura unicamente sulla base delle restrizioni alle pratiche e al ministero religiosi, ma si fonda sulla natura stessa del collettivismo, quale espressione «scientifica», istituzionale e pedagogica insieme, di ateismo (6).

La difesa del diritto di proprietà non è solo la difesa di un diritto della persona uti singulus, ma è nello stesso tempo la difesa di un bene della società nel suo insieme: la proprietà privata svolge, infatti, una indispensabile funzione sociale nel provvedere, all’interno di famiglie o di corpi intermedi, a bisogni che altrimenti ricadrebbero sulla collettività; nel consentire alle famiglie e agli altri corpi sociali di perseguire le proprie finalità contenendo l’intervento dello Stato nei limiti fissati dal principio di sussidiarietà (7); nello stimolare la laboriosità, la inventiva e la intrapresa economica, che, direttamente o indirettamente, tornano a profitto della intera società e di ogni suo membro, anche di chi è senza proprietà o di chi liberamente vi rinuncia (8).

Che poi la propaganda socialcomunistica si avvalga delle possibili degenerazioni nell’uso del diritto di proprietà non può fare perdere di vista che prospettare l’abolizione del diritto per rimediare alle sue degenerazioni sarebbe come proporre la morte per evitare il rischio della malattia oppure come terapia di una malattia in atto. Il diritto di proprietà privata, né più né meno di ogni altro diritto, è tale in quanto risponde funzionalmente alla natura e al fine dell’uomo e da tale funzionalità è legittimato, ordinato e limitato: in questo senso, nessun diritto può essere considerato assoluto, ab-solutus, cioè sciolto da un fine e dalla normatività morale, di cui la normatività giuridica deve raccogliere le istanze con rilevanza nei rapporti interpersonali.

Le degenerazioni della proprietà, poi, si sviluppano secondo due direttrici, che possono considerarsi la proiezione sociale dei vizi della prodigalità e dell’avarizia: da una parte, il consumismo quale dispersione irresponsabile ed edonistica di beni; dall’altra, un certo capitalismo in cui il profitto e la produzione assurgono, da mezzi per l’uomo, a livello di fini. Tali degenerazioni si pongono esse stesse in opposizione, sia morale che pratica, alla proprietà privata e, perciò, non solo fungono come pretesto per la lotta anti-proprietaristica del socialcomunismo, ma da quest’ultimo vengono favorite e privilegiate rispetto a una integra espressione del diritto di proprietà (9).

Il gradualismo anti-proprietaristico

Se poi si considera di quali forme concretamente si avvalga la lotta anti-proprietaristica con riferimento alla nostra nazione non si può non notare come trovi applicazione anche quella indicazione di Friedrich Engels secondo cui l’abolizione della proprietà privata non potrà essere effettuata in un colpo solo, ma «solo gradualmente» (10) solo la gradualità consente alla rivoluzione socialcomunistica di pervenire a risultati il cui carattere e la cui finalità oppressive apparirebbero evidenti se attuati in breve tempo. Al contrario la gradualità consente di farli passare attraverso le forme della legalità e quasi della routine e attraverso i molteplici pretesti offerti da vere o presunte crisi energetiche, congiunturali, interne o esterne, nonché da emergenze, riforme … non escluse le calamità naturali. La volontarietà e la intenzionalità rivoluzionarie della trasformazione economica e sociale che anche la nostra nazione sta subendo e degli interventi legislativi che talora si sarebbe portati a ritenere come naturali o almeno inevitabili appaiono ancora più evidenti se si considera che questa trasformazione e questi interventi non sono altro che l’attuazione di un programma già da tempo steso per una «graduale» abolizione della proprietà.

Tale programma gradualistico prevede, sempre secondo Engels, «limitazione della proprietà privata per mezzo di imposte progressive, imposte sull’eredità […]: graduale espropriazione della proprietà fondiaria, dei proprietari di fabbriche […].

«Accentramento del credito nelle mani dello Stato […]. 

«Concentrazione dei mezzi di trasporto sotto il controllo dello Stato.

«Queste misure non possono naturalmente, essere adottate tutte in una volta. Ma l’una trarrà con sé l’altra» (11).

Come non ravvisare nella politica sociale ed economico-fiscale, in modo particolare di questi ultimi decenni, la metodica realizzazione del programma socialistico? E questa graduale attuazione è favorita e coperta dal fatto che la titolarità del potere politico è lasciata alla classe dirigente democristiana finché è parso necessario o finché non apparirà nuovamente necessario: fino al punto in cui, cioè, tale classe dirigente non avrà essa stessa preparate del tutto, secondo la previsione di Gramsci, le condizioni sociali e politiche del proprio suicidio a favore del socialcomunismo (12).

Gli esiti di decenni di ingiustificato e pregiudiziale vincolismo delle locazioni immobiliari a uso abitativo sono sotto gli occhi di tutti: crisi del settore della edilizia, carenze di alloggi, conflittualità permanente tra inquilini e proprietari, coabitazione forzata con deterioramento dei rapporti all’interno delle famiglie, gravi ostacoli alla formazione di nuove famiglie e a un’autentica libertà di generazione, con le negative conseguenze morali e sociali che trovano occasione da tali ostacoli (13).

La proprietà agricola ha subito non meno duri attacchi, tra l’altro, dalla mancata tutela legislativa della minima unità colturale, dalla soppressione dei contratti associativi e dalla imposizione all’affitto di fondi rustici di un «equo canone» tale da fare venire meno ogni interesse ad apportare migliorie al fondo e alla stessa concessione in affitto (14).

La spoliazione del diritto di edificare sul proprio terreno con la introduzione del regime concessorio e il carattere sostanzialmente confiscatorio della espropriazione per pubblica utilità costituiscono altri significativi esempi della lotta alla proprietà fondiaria (15).

La proprietà e l’attività imprenditoriali, formalmente libere, si trovano di fatto sottoposte, a causa dell’imprescindibile ricorso al credito e dei relativi tassi, a un’autentica usura legale. Tale situazione, a sua volta, non è determinata dagli istituti bancari, quanto piuttosto dallo Stato – e quindi da chi lo domina -, autentico padrone della moneta e quindi del credito, sicché si può dire che l’economia italiana, anche sotto questo riguardo, si trova in un regime di collettivismo non dichiarato, che fa dell’imprenditore un operatore economico per conto e nell’interesse dello Stato attraverso la dipendenza dal credito e che della libertà e proprietà imprenditoriali lascia sopravvivere quell’apparenza necessaria a suscitare energie da sfruttare. 

Altro elemento perturbatore dell’attività economica è rappresentato dalla sempre più estesa occupazione da parte dello Stato di spazi e di compiti che non gli competono. Tale invadenza, oltre a rappresentare una espropriazione a danno di private iniziative, genera normalmente forti passività che gravano sulla intera economia e gravi squilibri in danno delle attività private, necessariamente sottoposte a regole e a condizioni, sia legali che prettamente economiche, alle quali l’attività pubblica può facilmente sottrarsi.

La lotta contro il risparmio, la proprietà e la libera intrapresa economica si sviluppa anche attraverso altre modalità non meno efficaci di quelle considerate: in particolare, la imposizione fiscale, da legittima richiesta di concorso alle spese per il perseguimento delle finalità statuali, è stata caricata di finalità non proprie, facendola diventare un mezzo di espropriazione e, attraverso una progressività delle aliquote con evidente carattere confiscatorio, un mezzo di livellamento sociale. Le conseguenze di questa autentica «persecuzione fiscale» (16), penalizzando chi più lavora, chi più produce -e chi più investe, sono quelle di mortificare ogni iniziativa, eliminando con ciò fonti di ricchezza e di lavoro.

Quello che poi merita rilevare è che la enorme quantità di reddito raccolta attraverso questa «persecuzione fiscale» serve prevalentemente a coprire le ampie falle della gestione pubblica di attività che non spettano allo Stato in quanto tale e le spese di un’amministrazione ipertrofizzata, oltre a incrementare un interventismo perturbatore. A tutto questo non si possono non aggiungere gli effetti di una svalutazione monetaria, che funge da vera imposta occulta e che rende praticamente impossibile o comunque non allettante, il risparmio soprattutto nei ceti medio-bassi.

In tale contesto socio-economico anche la libertà di informazione e la stessa libertà di educazionè e di insegnamento subiscono pesantemente la pressione e il controllo statalistici, rimanendo sempre più semplici libertà formali che il socialcomunismo può permettersi di fare sopravvivere sulla carta, perché nessuno ha la concreta possibilità di avvalersene.

Infine, la lotta anti-proprietaristica è all’origine di sempre più numerosi e nuovi bisogni sociali, non avendo la famiglia o altri corpi intermedi la possibilità o l’interesse a provvedervi: l’elefantiasi del sistema previdenziale e assistenziale (17) e il relativo enorme deficit ne rappresentano il triste e noto esito. 

Di fronte a ciò le forze socialcomunistiche, non intendendo rompere con la progressiva invasione statalistica sulla società, devono sempre più appropriarsi della residua ricchezza e fonti di ricchezza presenti nella società in un processo di esaltazione del circolo vizioso: spesa pubblica – imposizione fiscale – bisogni sociali – spesa pubblica …, i cui connotati sono facilmente ravvisabili nella complessa crisi in cui si dibatte la nostra nazione.

Sotto l’incalzare di questa pressione socialistica la vita della persona diventa sempre più frenetica, assillata e difficile a causa dei sacrifici e degli sforzi sempre maggiori tesi a conquistare e a conservare spazi di libertà e di sicurezza per sé e i propri cari, e i frequenti insuccessi lasciano al lavoro solamente l’amaro gusto della pura necessità. Intanto, un crescente numero di persone abbandona o rinuncia al campo di un impegno personale e positivo, lasciandosi trasportare in modo inerte dalla massa o lasciandosi andare nelle diverse forme di evasione con la rinuncia preventiva a ogni progetto e all’assunzione di responsabilità, come se la vita non gli appartenesse, come se appartenesse ad altri, esattamente come per lo schiavo. L’intera vita sociale assume così, via via, quei caratteri di tristezza, di abulia, di miseria morale e materiale che costituiscono l’esito verificabile del trionfo di ogni tipo di socialismo, «reale» o no (18).

Contro la inoculazione di «germi di socialismo»

Alleanza Cattolica si fa merito di avere posto, nel suo primo quindicennio di impegno contro-rivoluzionario, fra i suoi obiettivi la difesa della proprietà privata in una situazione di sempre più grave crisi generata non da oggettive cause economiche, ma dalla progressiva trasformazione in senso socialcomunistico della società italiana.

Tale carattere ideologico della crisi ha imposto e impone che la battaglia in difesa della proprietà privata sia collocata in primo luogo a livello di battaglia delle idee, denunciando il contenuto oppressivo, ingiusto e vessatorio dei provvedimenti legislativi relativamente ai diritti patrimoniali e alla libertà della persona e della famiglia, e mettendo in evidenza il loro carattere non naturale, non tecnico, non necessario, ma determinato da una precisa volontà politica tesa a insinuare nella società italiana sempre più numerosi «germi di socialismo» (19).

Tale impegno ha avuto in Cristianità uno strumento privilegiato, con la pubblicazione di numerosi articoli e studi sul tema; esso poi si è sviluppato attraverso gli incontri di «amici di Cristianità», conferenze, comunicati e interventi sulla stampa, manifesti e volantini e un’ampia opera di chiarificazione condotta ad personam.

Alla battaglia delle idee Alleanza Cattolica ha associato un’attività di sostegno di varia natura alla spontanea reazione sociale di fronte agli attacchi espropriatori e persecutori, favorendo la costituzione e il “funzionamento, ovunque è stato possibile, di «comitati per la difesa della proprietà privata e del risparmio» (20) e offrendo la propria consulenza ad associazioni di categoria e professionali.

Per la libertà nella verità

Che fare per bloccare questo «processo di trasformazione della società italiana in senso socialista»?

La presa di coscienza di questo processo è la prima grande conquista, la premessa indispensabile per smascherare chi si presenta come medico e invece ha come scopo quello di infettare il corpo sociale con «germi di socialismo».

L’aperta, coraggiosa e documentata denuncia deve poi accompagnarsi a un’opera di organizzazione delle molte volontà reattive disperse, aiutandole a superare il senso di scoramento e la delusione che sono prodotti dal comportamento di rappresentanze politiche e sociali proditorie ancora prima e più che imbelli.

Per sostenere questa lotta, e per sostenerla bene e con costanza, è necessario avere presente il rapporto tra la proprietà e la libertà e, quindi, tra la proprietà e qualsiasi altro bene o valore che scaturisce dalla libertà dell’uomo. Ma anche questo non basterebbe se non trovasse risposta la domanda: «A che serve questa libertà?» (21) o, peggio, se approdasse alle caricature della libertà rappresentate dal relativismo filosofico e morale, dall’individualismo, dal «fare quel che pare».

Occorre, invece, cogliere nella libertà quella facoltà, quella divina chiamata a rispondere consapevolmente, pienamente e con amore alla nostra natura, alla nostra vocazione, al nostro fine, in una parola, alla intera verità sull’uomo.

Su questa base la difesa della proprietà, la difesa della libertà diventa per tutti, ancora prima che la difesa di un diritto, l’adempimento di un dovere irrinunciabile, come è irrinunciabile il fine della vita, come è irrinunciabile la vita stessa.

Paride Casini

 

Note:

(1) KARL MARX e FRIEDRICH ENGELS, Manifesto del partito comunista, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1971, p. 78.

(2) GIOVANNI CANTONI, Sulla famiglia e sulla proprietà, in Cristianità, anno I, n. 2, novembre-dicembre 1973. Cfr. PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, Tradizione, famiglia e proprietà, ibid., anno VI, n. 34-35, febbraio-marzo 1978.

(3) Tale dipendenza radicale che viene a costituirsi nei confronti del totalitarismo dello Stato socialcomunistico è efficacemente espressa dallo stesso Leone Trotsky: «In un paese dove il solo imprenditore è lo Stato, opposizione significa morte per inanizione. Il vecchio principio: “chi non lavora non mangia” è sostituito da un principio nuovo: “chi non ubbidisce non mangia”», citato in F. A. HAYEK, Verso la schiavitù, trad. it., Rizzoli, Milano-Roma 1948, p. 106.

(4) G. CANTONI, Sulla famiglia e sulla proprietà, cit.. Cfr. anche IDEM, Dottrina sociale e lavorò umano nel messaggio della «Laborem exercens», in Cristianità, anno IX, n. 78-79, ottobre-novembre 1981.

(5) «Noi dobbiamo lottare contro la religione: questo è l’abbicì di tutto il materialismo, e quindi del marxismo. Ma il marxismo non è un materialismo che si limiti all’abbicì. Il marxismo va oltre. Esso dice: bisogna saper lottare contro la religione […]. Non si può limitare, non si può ridurre la lotta contro la religione ad una predicazione ideologica astratta; bisogna legare questa lotta alla prassi concreta del movimento di classe, tendente a far scomparire le radici sociali della religione» (LENIN, Sulla religione, 2ª ed., Edizioni Rinascita, Roma 1950, p. 24).

(6) Cfr. P. CORRÊA DE OLIVEIRA, La libertà della Chiesa nello Stato comunista, in Cristianità, anno III, n. 11-12, maggio-agosto 1975, edito in opuscolo da Cristianità, Piacenza 1978, con il medesimo titolo e con sottotitolo: La Chiesa, il decalogo e il diritto di proprietà.

(7) Cfr. HUGO TAGLE MARTÍNEZ, Il principio di sussidiarietà, in Cristianità, anno X, n. 81, gennaio 1982.

(8) Cfr. G. CANTONI, Per la proprietà, senza proprietà, ibid., anno XI, n. 93, gennaio 1983.

(9) Cfr. IDEM, Piccola proprietà e grande capitale, ibid., anno II, n. 8, novembre-dicembre 1974; e ROBERTO DE MATTEI, Rivoluzione d’Ottobre e supercapitalismo, ibid., anno V, n. 24, aprile 1977.

(10) F. ENGELS, Il catechismo dei comunisti, trad. it., Edizioni del Maquis, Milano 1970, p. 24. L’economista del Partito Comunista Luciano Barca ha espresso il medesimo concetto ricordando che «occorre concepire la Rivoluzione come processo», «porsi l’obiettivo storicamente conseguibile di fuoriuscire dal capitalismo con un processo e non con un atto istantaneo», con il metodo di «sviluppare via via elementi di socialismo», in Rinascita, anno 34, n. 5, 4-2-1977, pp. 5-7.

(11) F. ENGELS, op. cit., pp. 24-26. L’aggiornamento di questo programma, con la indicazione di ulteriori mete nella stessa direzione della graduale e occulta trasformazione in senso socialistico della società, può essere trovato in queste parole di Enrico Berlinguer: «Vogliamo proporre la necessità di interventi trasformatori in alcuni settori. Alludiamo a settori come quello dei trasporti, dell’istruzione, della sanità, della casa […] perché un impegno in [tale] direzione […] obbliga a porre in modo più evidente il nesso tra l’intervento economico […] e l’operazione – non più cero solo economica – volta a creare gradualmente le condizioni per un mutamento profondo nel modo di vivere della società» (Il PCI e la crisi italiana, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 43).

(12) «Il cattolicesimo democratico fa ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida» (ANTONIO GRAMSCI, Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 256). Cfr. G. CANTONI, La funzione della Democrazia Cristiana nella strategia comunista, in Cristianità, anno II, n. 3, gennaio-febbraio 1974; IDEM, La questione democristiana, ibid., anno III, n. 10, marzo 1975; e, in generale, IDEM, La «lezione italiana», Cristianità, Piacenza 1980.

(13) Cfr. MICHELE VIETTI, La «nuova disciplina delle locazioni», in Cristianità, anno VII, n. 46, febbraio 1979; e IDEM, La legge Nicolazzi «conferma» la crisi degli alloggi, ibid., anno X, n. 88-89, agosto-settembre 1982.

(14) Basti rilevare che l’art. 3 della legge 10-12-1973, n. 814, così modificato dalla legge 3-5-1982, n. 203, art. 9, determina l’«equo canone agrario» sulla base di coefficienti di moltiplicazione del reddito dominicale, cioè del reddito del puro proprietario o usufruttuario, risultante dagli estimi catastali del 1939 compresi fra un minimo di 50 e un massimo di 150 volte, mentre un adeguamento di tale reddito sulla base degli indici di svalutazione monetaria comporterebbe la moltiplicazione di tale reddito per almeno 550 volte! Tutto ciò senza considerare la maggior produttività dell’agricoltura odierna e i maggiori investimenti richiesti.

(15) Cfr. M. VIETTI, Il «nuovo regime dei suoli», in Cristianità, anno VI, n. 43, novembre 1978.

(16) Cfr. ALLEANZA CATTOLICA, Basta con la «persecuzione fiscale»!, manifesto del gennaio 1983, ibid., anno XI, n. 93, gennaio 1983: in tale documento, Alleanza Cattolica, premesso che «si calcola che in Italia, per varie categorie, le tasse siano equivalenti al 50%. [E che] questo significa che si lavora solo sei mesi per sé e gli altri sei per lo Stato, anche a prescindere dalle numerose firme di tassazione indiretta», ricorda che «dalla crisi non si esce con la tassazione selvaggia, ma piuttosto riducendo drasticamente la spesa pubblica, togliendo allo Stato compiti che non sono suoi, istituendo autonomia e fiducia ai privati, secondo una felice formula della dottrina sociale cristiana: “tanta libertà quanto è possibile, tanto Stato quanto è necessario”». Cfr. pure G. CANTONI, Meditazione sul «flagello fiscale», ibid, anno XI, n. 94, febbraio 1983; e MASSIMO INTROVIGNE, Un po’ meno Stato, un po’ più solidali, in Avvenire, 20-1-1983.

(17) Cfr. LUIZ MENDONÇA DE FREITAS, La previdenza sociale, ibid., anno II, n. 3, gennaio-febbraio 1974.

(18) Recenti indagini demografiche hanno evidenziato che nei paesi a socialismo «reale» la stessa vita fisica si è accorciata rispetto a venti anni fa: dai quattro anni nell’URSS ai tre anni in Ungheria, ai due anni in Cecoslovacchia e in Polonia. Secondo il direttore dell’Istituto per gli studi demografici, J. C. Chesnais, «un calo così allarmante in tempi di pace è qualcosa che non ha confronti in tutta la storia», e le ragioni sarebbero «le insufficienze della pianificazione centralizzata per i servizi medici, la caduta del livello di vita, l’alcoolismo, le morti violente e il tabagismo. Si spende meno per la sanità, mentre la priorità viene data alle importazioni e agli armamenti» (il Giornale, 26-9-1983).

(19) La espressione, degna di un trattato di «patologia sociale», è particolarmente significativa in quanto di conio «cattolico»-comunistico: cfr. FRANCO RODANO, Sulla politica dei comunisti, Boringhieri, Torino 1975, p. 102.

(20) Cfr. Manifestazioni pubbliche in difesa della proprietà e del risparmio, in Cristianità, anno II, n. 9, gennaio-febbraio 1975.

(21) È il titolo di uno scritto raccolto in GEORGES BERNANOS, Lo spirito europeo e il mondo delle macchine, trad. it., Rusconi, Milano 1972, pp. 215 ss. Cfr. P. CORRÊA DE OLIVEIRA, «Lo stupido è il cavallo del diavolo», in Cristianità, anno IV, n. 16, marzo-aprile 1976.

 

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