La catastrofe di Chernobyl e le sue conseguenze

Pierre Faillant de Villemarest 34 anni fa
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Pierre Faillant de Villemarest, Cristianità n. 134-135 (1986)

 

La corsa agli armamenti da parte del governo dell’URSS, del disprezzo di ogni norma di sicurezza, all’origine di un gravissimo incidente che ha prodotto tragici effetti e che è destinato a produrne altri, in misura imprevedibile.

 

In termini umani, economici e politici

La catastrofe di Chernobyl e le sue conseguenze

 

Quanti i morti? Perché? Quali le conseguenze umane, economiche e politiche? Queste sono le domande principali che si pongono a proposito della catastrofe improvvisamente verificatasi nella notte fra il 25 e il 26 aprile 1986 a Chernobyl, in Ucraina.

Una semplice analisi di routine svedese ha scoperto, lunedì 28 aprile, la radioattività proveniente dall’URSS e ha rivelato al mondo quanto Mosca non nascondeva solamente all’estero, ma anche a popolazioni situate a più di trenta chilometri dal luogo dell’esplosione, cioè oltre un perimetro poi vietato a chiunque, a eccezione di qualche specialista.

Le notizie, in un regime totalitario, corrono spesso amplificate e deformate, anche se basate su qualche cosa di vero, dunque tanto più pericolose. A ottanta chilometri dal luogo, a Kiev, una città con più di due milioni e cinquecentomila abitanti, correvano voci dal 27 aprile; lo stesso accadeva a Chernigov, una città di trecentomila abitanti, situata a sessanta chilometri a nord-ovest di Chernobyl: tutte provenivano da una decina di piccole città e villaggi vicini a Pripyat, il centro amministrativo dei lavori della centrale.

Si trattava di una centrale con quattro reattori operativi, più altri due in via di costruzione. Ebbene, dal 27 marzo, Liubova Kowaleska segnalava sull’organo degli scrittori ucraini, Literaturna Ukraina, fatti «inammissibili». La stampa sovietica, quando la si legge con attenzione, decifrando il suo linguaggio doppio, è molto istruttiva. Ma questa volta la descrizione era chiara: «Assenza di organizzazione e di coordinamento delle brigate di lavoro … nessuna disciplina … nessuna morale … irresponsabilità». Manchevolezze erano state rilevate al momento della costruzione del reattore n. 1, poi anche per il n. 2, e così via.

Ma i pianificatori, furiosi per il tempo perduto nelle realizzazioni, avevano preteso che si riducesse da tre a due anni il ritardo accumulato nelle costruzioni. Si consegnavano materiali con ritardo, senza controllo della qualità, come «trecentoventisei tonnellate di prodotti nucleari, in contenitori difettosi …».

In questo modo Liubova Kowaleska mirava certamente a ricordare ai «lavoratori» le consegne di produttività e di qualità ormai pretese da Mikhail Gorbaciov, ma il suo articolo era premonitore; ed è stata una straordinaria fortuna che i «difetti» dei reattori n. 1 e n. 2 non abbiano scatenato in quelli n. 3 e n. 4 un dramma il cui effetto sarebbe stato, in questo caso, di una dimensione difficile da valutare.

 

Voci e vittime dei primi momenti

Se sul posto vi sono stati meno morti di quanti si immagina, questo è dovuto al fatto che la catastrofe si è verificata di notte, mentre era presente soltanto il dieci per cento del numero dei lavoratori ivi impiegati di giorno. Ma affermare – come ha fatto Mosca, dopo che il dramma è stato rivelato da Stoccolma – che vi erano solamente «due morti» equivaleva a una battuta di cattivo gusto. Malgrado tutti i provvedimenti di repressione messi in atto nell’URSS nei confronti dei radioamatori illegali, diversi hanno segnalato – e non uno solo, ricordato dalla stampa occidentale – ottanta morti nel settore Chernobyl/Pripyat, come conseguenza immediata dell’esplosione. Hanno inoltre rivelato che, tra il mattino del 26 aprile e la sera del 30 aprile, erano stati «evacuati» quindicimila dei trentamila abitanti di Pripyat, dei quali duemila erano stati colpiti da radiazioni e l’ottanta per cento di essi è morto «subito», cioè per gli effetti delle radiazioni entro i primi quattro giorni.

Sull’argomento Boris Yeltsin, delegato dell’URSS al congresso del partito comunista della Repubblica Democratica Tedesca tenuto ad Amburgo, doveva portare lui stesso a novantaduemila il numero delle persone «evacuate» da un certo perimetro attorno alla centrale, perimetro che ho precisato avere un raggio di trenta chilometri.

Il 7 maggio non si sapeva ancora quanti di questi evacuati subivano le conseguenze delle radiazioni oppure erano a loro volta deceduti.

Per quanto riguarda altri bisognerà attendere uno, due, tre, forse dieci anni per scoprire quali «effetti» li hanno contaminati, sia a causa dell’acqua che di alimenti inquinati.

Ma se l’URSS avesse rispettato le norme di sicurezza in vigore nei paesi occidentali – e in essi rispettate – non vi sarebbero state tante vittime dirette o indirette.

 

I reattori RBMK-1000 a doppio uso

La centrale di Chernobyl è alimentata da reattori del tipo detto RBMK-1000. Di questo genere nell’URSS ne esistono venti su trentanove operative e quarantaquattro in corso di completamento oppure previste per il 1996 o per il 2000. Queste venti sono state chiuse dopo il 26 aprile per essere sottoposte a ispezione.

Ebbene, i reattori RBMK-1000, diversamente da quelli delle altre diciannove centrali sovietiche, non producono solamente elettricità, ma anche plutonio destinato all’armamento nucleare. Questa è la ragione per cui Mosca ha sempre rifiutato ogni ispezione internazionale, violando così i suoi impegni in quanto membro dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, che ha sede a Vienna.

Ancora nel marzo del 1986 l’edizione americana de La Vita Sovietica parlava di Chernobyl, in un servizio di otto pagine, presentando questa centrale «come un modello di efficacia e di sicurezza», a firma di uno specialista che invoca a sostegno delle sue affermazioni Vitali Sklydarov, ministro dell’Energia e dell’Elettrificazione dell’Ucraina, Nikolai Fomin, ingegnere capo della centrale, e il sindaco di Pripyat, Vladimir Voloshko: tutti assicuravano che non vi era nessuna ragione per non costruire abitazioni in prossimità di Chernobyl.

Dal canto loro, i fisici tedesco-orientali Karl Lanius, direttore del più importante istituto di questa disciplina nella Repubblica Democratica Tedesca, e Günther Flach – entrambi formati all’istituto sovietico di Dubno – hanno assicurato che a Chernobyl non si svolgeva nessuna produzione relativa all’armamento nucleare; e questa è soltanto una manovra di disinformazione per tutti coloro che non conoscono i reattori RBMK-1000.

 

Conseguenze economiche disastrose

Comunque, resta il fatto che, dalla notte dal 29 al 30 aprile, avvertito dai suoi amici dell’ambasciata dell’URSS negli Stati Uniti, il ben noto uomo d’affari Armand Hammer prendeva discretamente contatto con l’équipe medica americana specializzata del dottor R. P. Gale, che doveva prendere poco dopo il volo per Mosca e studiare le misure da adottare con i suoi corrispondenti sovietici. Il Politburo aveva appena designato come responsabile di una commissione d’inchiesta l’ucraino Boris Chtcherbina, di sessantasei anni, nominato nel marzo del 1986 alla direzione di un nuovo ufficio, quello degli affari energetici dell’URSS presso la segreteria del partito. In origine ingegnere delle ferrovie, nel 1951 è stato responsabile dell’espansione petrolifera a Irkutsk poi a Tyumen nel 1961; quindi è diventato ministro della costruzione per lo sviluppo del petrolio e del gas dell’URSS, nel 1974; e nel 1984 è divenuto uno dei vicepresidenti del consiglio dei ministri dell’Unione Sovietica. Nessuno ha dubbi che vi siano stati trasferimenti di vertice e che ve ne saranno ancora nelle prossime settimane, dal momento che le conseguenze della catastrofe non sono soltanto umane oppure relative alla produzione di elettricità e di plutonio: esse sono anche economiche, e a misura dell’URSS.

Questa perde, da due anni, dai cinque ai sette miliardi di dollari di rimesse in valute estere a causa del calo della sua produzione petrolifera esportabile. A questo deficit si aggiunge la necessità di aumentare i suoi acquisti di cereali all’estero. Nel 1985, Mosca aveva dovuto comperarne – e si tratta di dati tutti confermati all’inizio di aprile del 1986 – cinquantacinque milioni di tonnellate. Nel primo trimestre del 1986, aveva già acquistato trentuno milioni di tonnellate. Ora, l’inquinamento inevitabile dei cereali dell’Ucraina e della Bielorussia, da dopo l’esplosione, va ad aumentare le sue necessità e quindi a obbligarla a fare uscire ancora più valuta che nel 1985; senza parlare dell’inquinamento degli altri prodotti alimentari della regione, e anche dei prodotti di questo genere fomiti da diversi paesi del COMECON, dei quali si sa che sono stati colpiti dalle ricadute della nube radioattiva.

Le conseguenze di Chernobyl toccano dunque l’insieme del «sistema» sovietico anche sul piano politico. La «caccia alle streghe» è in corso, per punire responsabili nazionali e locali, ma colpisce nello stesso tempo altissimi personaggi, la maggioranza dei quali non è della linea di Mikhail Gorbaciov.

Tra poco, in seno al Politburo, alla segreteria del partito e all’apparato governativo dell’URSS, vi saranno «tensioni» che non potranno meravigliare nessuno.

Pierre Faillant de Villemarest

 

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