Pubblichiamo un testo tratto dal libro di Guido Verna: L’Oro di Santiago (Cicles, 2024), diario del suo viaggio a Santiago di Compostela, «Un viaggio che è un pellegrinaggio. Una ricerca dell’origine e della meta, senza trascurare la preziosità di quel che si scopre durante il cammino. Uno spaccato dell’anima profonda dell’Europa, della sua bellezza».
di Guido Verna
Ci sono tanti modi in cui si può riconoscere il carattere distintivo di una civiltà: il più semplice – forse perché per me il più evidente e il meno faticoso – è quello che passa attraverso l’architettura. Se la storia è la biografia dell’umanità, l’architettura è il suo supporto fisico, la sua conferma materiale. Quando arriviamo a Burgos e vediamo la mole imponente della cattedrale che domina il panorama, ci rendiamo subito conto che quel tempo, il tempo delle cattedrali, era una civiltà cristiana.
Chi arriva a Manhattan, vede altri domini ed ha subito la sensazione di un altro tempo, di un’altra civiltà. Mi tornano in mente quelle dolcissime Madonne medioevali che sotto il loro manto raccolgono e proteggono una umanità – l’umanità – minima e sottodimensionata. L’impoverito uomo di oggi – oh, se siamo poveri! – commenta, con una punta di disprezzo, sulla mancanza degli artisti di allora di senso delle proporzioni, di prospettiva, eccetera eccetera. Ah, il Rinascimento, finalmente l’equilibrio e l’armonia! Ma non sa più leggere il simbolo! La gerarchia e la scala di valori – che sono la qualità del tempo delle cattedrali – sono invece visibili e comprensibili proprio lì, nella sottolineata sproporzione dei rapporti.
Sul grande rosone con al centro il sigillo di Salomone, poggia col suo gotico delizioso e pieno di armonie – noblesse oblige – il balcone degli otto re. Sono di guardia all’ingresso della cattedrale dedicata all’Assunzione della Madonna: ancora, di più, infinitamente di più, noblesse oblige.
Prego, accomodatevi.
Grazie, signori re.
La cattedrale è grande, piena di brusii, ma anche di silenzi. Il coro centrale – così spagnolo – ne spezza la profondità e muove lo sguardo verso le cappelle laterali.
Ho sempre avuto una certa ritrosia per le ridondanze, ma il tabernacolo maggiore della Cappella di Santa Tecla è così traboccante di ori e di ricami che finisce per affascinarmi. Leggo sulla guida: è opera di Alberto Churriguera, è un «vero paradigma dello stile Churrigueresco»[1]. Non c’è pezzettino di materia che non sia stato lavorato e organizzato con amore pedante. Anche la luce fa fatica a muoversi su di esso; sull’oro che sembra armoniosamente liquefarsi, si adagia soltanto, non si esalta né si spegne, diventa luminosità dorata e tremula, come la fede autentica e cosciente. Prego, entrate pure: l’arcidiacono Fernando Diaz di Fuentepelayo, accomodato nel suo splendido sepolcro gotico, da tanti anni controlla l’ingresso alla cappella di Sant’Anna.
Un altro tabernacolo, ma di tre secoli prima; e ancora oro, ma vario e intrigante, verticale e sinuoso, ricamato e colorato, e non fine a sé stesso, ma trama e sostegno di tante statue, di tante scene scolpite.
Mi inginocchio e ancora una volta rimango colpito dalla straordinaria intensità dell’arte medievale: la bellezza, che pure è struggente, diventa secondaria rispetto al senso che da essa promana e che ogni occhio ingenuo e perciò limpido può facilmente percepire e trasferire all’anima.
Guardo e ricordo; oppure guardo e imparo; in ogni caso guardo e medito. Biblia pauperum.
Pedagogia dell’immagine.
Come oggi … ma allora le immagini servivano ad aiutare l’uomo a pensarsi e a salire, oggi a dimenticarsi e sprofondare.
Jesse dorme tranquillamente con una mano sotto il capo; dal suo cuore, come arterie generosamente fuoriuscite, partono le radici di un albero i cui rami fanno da cornice e abbracciano San Gioacchino e Sant’Anna sorpresi in atteggiamento di grande dolcezza; e salgono, con lo stesso andamento delle salite degli uomini; pieni di inviluppi e di nodi, tortuosamente, con fatica, ma infine salgono, vanno su, e portano statue come frutti (o le statue proteggono i frutti?), fino al frutto massimo e più maturo, lassù, in cima, la Madonna in trono con il Bambino sulle gambe.
Il Bambino non è solo dolce, ma ha un che di orgoglioso e di fiero: guarda diritto davanti a sé, forse perché ha in mano il Suo scettro: una lunga croce, il Suo (nostro) destino di gloria.
Ora il destino è compiuto.
Il Bambino è diventato Uomo e le Sue mani non stringono più lo scettro, ma sono chiodate su di esso.
Comincio a capire perché il Cristo di Burgos è così famoso. Mentre lo guardo intensamente – perché solo così si lascia guardare – colgo infatti non solo la tragicità della Sua passione, ma anche il moto – modesto, infinitesimo, ma pur autentico e avvertito – della mia com-passione. Dalla testa reclinata dolorosamente sulla spalla destra cadono capelli umani, fissati dalla corona di spine. Anche la barba è umana, e così le unghie (come leggo dalla guida).
Il mito antico del «Dio che muore» diventa finalmente storia nell’Incarnazione. «La storia di Cristo è il “supremo mito”, perché qui il mito è diventato realtà»[2].
E allora penso a chi ha realizzato questa sorta di fisica incarnazione al contrario e mi viene da leggerla così: ci crediamo tanto a questa realtà e Te ne ringraziamo tanto, Signore, che sul Tuo Corpo innestiamo i nostri capelli e le nostre unghie – indegnamente ma sono le parti marginali e ci perdonerai – per soffrire insieme a Te.
Sabato, 20 dicembre 2025
[1] Julian Perez Lopez, La cattedrale di Burgos, Burgos 1996, pag. 31.
[2] Christoph Schönborn, Il mistero dell’Incarnazione, Piemme Milano, 1989, pag. 21.

