La lingua nella liturgia di Rito Romano: latino e lingua volgare

Alleanza Cattolica 13 anni fa
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Card. Francis Arinze, Cristianità n. 339 (2007)

 

Dal 9 all’11 novembre 2006, negli Stati Uniti d’America, si è tenuta l’annuale Gateway Liturgical Conference, organizzata dall’arcidiocesi di St. Louis, nel Missouri, sul tema Celebrating God’s Love, conclusa l’11 da S. Em. il card. Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, con un discorso dal titolo Language in the Roman Rite Liturgy: Latin and Vernacular. Per gentile concessione del presule, ne viene pubblicata una traduzione redazionale integrale e con il titolo originale. Gl’interventi redazionali sono relativi esclusivamente alle note, uniformate secondo gli standard della rivista.

 

1. La dignità superiore della preghiera liturgica

La Chiesa fondata dal nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo si sforza di riunire insieme uomini e donne di ogni tribù, lingua, popolo e nazione (cfr. Ap. 5, 9), cosi che […] ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil. 2, 11). Nel giorno di Pentecoste vi erano uomini e donne […] di ogni nazione che è sotto il cielo” (At. 2, 5) ad ascoltare gli Apostoli che narravano le prodigiose opere di Dio.

Questa Chiesa, questo nuovo popolo di Dio, questo corpo mistico di Cristo, prega. La sua preghiera pubblica è la voce di Cristo e della Chiesa sua sposa. Capo e membra. La liturgia è un esercizio del magistero sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, il culto pubblico viene compiuto dall’intera Chiesa, ossia, da Cristo che associa a sé i suoi membri. “Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo Sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado” (1). Dalla sacra sorgente della liturgia tutti noi, che abbiamo sete delle grazie della Redenzione, attingiamo acqua viva (cfr. Gv. 4, 10).

La consapevolezza che Gesù Cristo è il Sommo Sacerdote in ogni atto liturgico dovrebbe instillare in noi una grande reverenza. Come afferma sant’Agostino d’Ippona (354-430), “prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo, dunque, in lui la nostra voce, e in noi la sua voce” (2).

2. Diversi Riti nella Chiesa

Nella sacra liturgia la Chiesa celebra i misteri di Cristo per mezzo di segni, simboli, gesti, movimenti, elementi materiali e parole. Nella nostra riflessione ci concentreremo sulle parole usate nel culto divino di Rito Romano o Latino. Gli elementi chiave della sacra liturgia, i sette sacramenti, ci vengono da nostro Signore Gesù Cristo stesso. Man mano che la Chiesa si diffondeva e cresceva fra popoli e culture diverse, vennero sviluppati diversi modi per celebrare i misteri di Cristo. Possiamo individuare quattro Riti originali: Antiocheno, Alessandrino, Romano e Gallicano. Essi diedero vita a nove Riti principali nell’attuale Chiesa Cattolica: nella Chiesa Latina domina il Rito Romano e fra le Chiese Orientali troviamo il Rito Bizantino, Armeno, Caldeo, Copto, Etiopico, Malabarese, Maronita e Siriaco. Ogni Rito rappresenta una miscela di liturgia, di teologia, di spiritualità e di diritto canonico. Le caratteristiche fondamentali di ogni Rito risalgono ai primi secoli, i tratti essenziali all’era apostolica, se non addirittura all’epoca di nostro Signore.

Il Rito Romano, che è oggetto della nostra riflessione, nella sua epoca moderna, come abbiamo detto, è l’espressione liturgica predominante della cultura ecclesiastica da noi chiamata Rito Latino. Come saprete, all’interno dell’arcidiocesi di Milano è in uso un “rito gemello” che prende il nome da sant’Ambrogio (339-397), il grande vescovo di Milano: il Rito Ambrosiano. In alcuni luoghi e in alcune occasioni speciali in Spagna la liturgia è celebrata secondo un antico Rito Ispanico o Mozarabico, Queste rappresentano due venerabili eccezioni di cui non ci occuperemo in questa sede.

La Chiesa di Roma utilizzò il greco fin dal principio. Solo gradualmente fu introdotto il latino fin quando, nel secolo IV, la Chiesa di Roma fu definitivamente latinizzata (3).

Il Rito Romano si diffuse ampiamente in quella che oggi chiamiamo Europa Occidentale e nei continenti evangelizzati per lo più da missionari europei: in Asia, in Africa, in America e in Oceania. Oggi, con la più facile circolazione delle persone, vi sono cattolici di altri Riti — generalmente chiamate Chiese Orientali — in tutti questi continenti.

La maggior parte di tali Riti possiede una lingua originale, che dà anche a ogni Rito la propria identità storica. Il Rito Romano ha il latino come lingua ufficiale. Le edizioni tipiche dei suoi libri liturgici fino a oggi sono state sempre pubblicate in latino.

È un fenomeno importante il fatto che molte religioni del mondo, o le loro ramificazioni principali, abbiano una lingua che è a esse cara. Non possiamo pensare alla religione ebraica senza pensare alla lingua ebraica. L’islam ha l’arabo come lingua sacra nel Corano. L’induismo classico considera il sanscrito come lingua ufficiale, il buddhismo ha i propri testi sacri in pali.

Sarebbe superficiale da parte nostra considerare questa tendenza come qualcosa di esoterico, strano o fuori moda, vecchio o medioevale. Vorrebbe dire ignorare un fine elemento della psicologia umana. Nelle questioni religiose, le persone tendono a conservare quanto hanno ricevuto dalle origini, il modo in cui i loro antenati hanno articolato la propria religione e pregato. Le parole e le formule usate dalle prime generazioni sono care a quanti oggi le ereditano. Se è vero che non si può certo identificare una religione con una lingua, il modo in cui essa viene compresa può avere un legame affettivo con la particolare espressione linguistica in uso nel periodo classico del suo primo sviluppo.

3. Vantaggi del latino nella liturgia romana

Come già detto, nel secolo IV il latino aveva ormai sostituito il greco come lingua ufficiale della Chiesa di Roma. Fra i Padri latini più importanti della Chiesa, che scrissero molto e bene in latino, figurano sant’Ambrogio, sant’Agostino, Papa san Leone Magno (440-461) e Papa san Gregorio Magno (590-604). Papa Gregorio, in particolare, portò il latino ai massimi splendori nella sacra liturgia, nei suoi sermoni e nell’uso generale della Chiesa.

La Chiesa di Rito Romano mostrò un eccezionale dinamismo missionario. Questo spiega perché gran parte del mondo fu evangelizzata dagli araldi del Rito Latino. Molte lingue europee, che oggi consideriamo moderne, affondano le proprie radici nella lingua latina, alcune più di altre. Esempi sono l’italiano, lo spagnolo, il rumeno, il portoghese e il francese. Ma anche l’inglese e il tedesco possiedono molti elementi di latino.

I Papi e la Chiesa romana trovarono il latino molto adatto per molte ragioni. È la lingua giusta per una Chiesa che è universale, una Chiesa in cui tutti i popoli, tutte le lingue e tutte le culture dovrebbero sentirsi a casa e nessuno viene considerato straniero. Inoltre, la lingua latina ha una certa stabilità che non possono avere le lingue parlate quotidianamente, in cui le parole spesso cambiano di sfumature di significato. Un esempio è la traduzione del latino propagare. La Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, quando fu fondata nel 1627 fu chiamata Sacra Congregatio de Propaganda Fide. Ma all’epoca del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) molte lingue moderne usavano il termine “propaganda” nel senso in cui noi intendiamo la “propaganda politica”. Perciò nella Chiesa oggi si preferisce evitare l’espressione “de propaganda fide”, a favore di “evangelizzazione dei popoli”. Il latino ha la caratteristica di possedere parole ed espressioni che mantengono il loro significato di generazione in generazione. Questo è un vantaggio quando si tratta di articolare la nostra fede cattolica e di preparare documenti papali o altri testi della Chiesa. Anche le moderne università apprezzano questa caratteristica e alcuni dei loro titoli accademici solenni sono in latino.

Il beato Papa Giovanni XXIII (1958-1963), nella Costituzione Apostolica “Veterum sapientia” pubblicata il 22 febbraio 1962, dà queste due ragioni e ne fornisce una terza: la lingua latina ha una nobiltà e una dignità non trascurabili (4). Possiamo aggiungere che il latino è conciso, preciso e poeticamente misurato.

Non è straordinario che persone, specialmente chierici, se ben formati, possano incontrarsi a riunioni internazionali ed essere capaci di comunicare fra loro almeno in latino? Ma vi è di più: è forse cosa da poco che oltre un milione di giovani si siano potuti incontrare in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a Roma nel 2000, a Toronto nel 2002 e a Colonia nel 2005, e cantare parti della Messa, e specialmente il Credo, in latino? I teologi possono studiare i testi originali dei primi Padri latini e degli scolastici senza troppe difficoltà perché questi testi sono stati scritti in latino.

È vero che vi è la tendenza, sia all’interno della Chiesa che nel mondo in generale, a prestare più attenzione alle lingue moderne, come l’inglese, il francese e lo spagnolo, che possono aiutarci a trovare un lavoro più velocemente nel moderno mercato del lavoro o al ministero degli Affari Esteri di un paese. Ma l’esortazione di Papa Benedetto XVI ai docenti e agli studenti della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche della Pontificia Università Salesiana di Roma, alla fine dell’udienza generale di mercoledì 22 febbraio 2006, mantiene la sua validità e rilevanza. E la pronunciò in latino! Ve ne do qui una libera traduzione: “A giusto titolo i Nostri Predecessori hanno insistito sullo studio della grande lingua latina in modo che si possa imparare meglio la dottrina salvifica che si trova nelle discipline ecclesiastiche e umanistiche. Allo stesso modo vi invitiamo a coltivare questa attività in modo che il maggior numero di persone possibile possa avere accesso a questo tesoro e apprezzare la sua importanza” (5).

4. Il Canto gregoriano

“L’azione liturgica assume una forma più nobile quando i divini uffici sono celebrati solennemente in canto” (6). Vi è un vecchio detto: bis orat qui bene cantat, che vuol dire, “chi canta bene prega due volte”. Questo perché l’intensità che la preghiera acquista quando viene cantata, aumenta il suo ardore e moltiplica la sua efficacia (7).

La buona musica aiuta a promuovere la preghiera, a elevare gli animi dei fedeli a Dio e a dare alle persone un assaggio della bontà di Dio.

Nel Rito Latino il cosiddetto canto gregoriano è sempre stato tradizionale. Un canto liturgico caratteristico esisteva invero a Roma prima di san Gregorio Magno. Ma è stato questo grande Pontefice a dare a tale canto la più grande rilevanza. Dopo san Gregorio questa tradizione del canto continuò a svilupparsi e a essere arricchita fino agli sconvolgimenti che posero fine al Medioevo. I monasteri, specialmente quelli dell’ordine benedettino, hanno fatto molto per preservare questa eredità.

Il canto gregoriano è caratterizzato da una cadenza meditativa emozionante. Tocca le profondità dell’animo. Mostra gioia, dispiacere, pentimento, petizione, speranza, lode o ringraziamento, come può indicare una festa particolare, una parte della Messa o un’altra preghiera. Rende più vivi i Salmi. Possiede un fascino universale che lo rende adatto a tutte le culture e a tutti i popoli. È apprezzato a Roma, a Solesmes, a Lagos, a Toronto e a Caracas. Risuona nella cattedrali, nei seminari, nei santuari, nei centri di pellegrinaggio e nelle parrocchie tradizionali.

Il santo Papa Pio X celebrò il canto gregoriano nel 1904 (8). Il Concilio Ecumenico Vaticano II lo lodò nel 1963: “La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale” (9). Il servo di Dio Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) ripeté questa lode nel 2003 (10). In occasione dell’incontro a Roma alla fine del 2005, Papa Benedetto XVI ha incoraggiato l’associazione internazionale dei Pueri Cantores, che attribuisce un posto privilegiato al canto gregoriano (11). A Roma e in tutto il mondo la Chiesa è benedetta da molti cori importanti, sia professionisti che amatoriali, che interpretano in modo molto bello il canto e comunicano il loro entusiasmo per esso.

Non è vero che i fedeli laici non vogliono cantare il canto gregoriano. Chiedono che i sacerdoti, i monaci e le religiose condividano questo tesoro con loro. I compact disc prodotti dai monaci benedettini di Silos, dalla loro casa madre a Solesmes e da molte altre comunità sono molto venduti fra i giovani. I monasteri vengono visitati da persone che vogliono cantare lodi e specialmente vespri. Nel corso di una cerimonia per l’ordinazione di undici sacerdoti, che ho celebrato in Nigeria lo scorso luglio, circa centocinquanta sacerdoti hanno cantato la prima preghiera eucaristica in latino. È stato molto bello. I fedeli presenti, anche se non erano studiosi di latino, l’hanno molto apprezzata. Dovrebbe essere normale che nelle parrocchie, dove la domenica vi sono quattro o cinque Messe, una di queste fosse cantata in latino.

5. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha scoraggiato l’uso del latino?

Alcuni pensano, o hanno l’impressione che il Concilio Ecumenico Vaticano II abbia scoraggiato l’uso del latino nella liturgia. Non è così.

Appena prima di aprire il Concilio, il beato Papa Giovanni XXIII nel 1962 scrisse una Costituzione Apostolica per insistere sull’uso del latino nella Chiesa. Il Concilio Ecumenico Vaticano II, sebbene abbia ammesso una certa introduzione della lingua volgare, insistette sul posto del latino: “L’uso della lingua latina, salvo il diritto particolare, sia conservato nei Riti Latini” (12). Il Concilio richiese anche ai seminaristi di […] acquistarsi quella conoscenza della lingua latina che è necessaria per comprendere le fonti di tante scienze e i documenti della Chiesa e per potersene servire” (13). Il Codice di Diritto Canonico, pubblicato nel 1983, decreta: “La celebrazione eucaristica venga compiuta in lingua latina o in altra lingua, purché i testi liturgici siano stati legittimamente approvati” (14).

Quindi sbagliano quanti vogliono dare l’impressione che la Chiesa abbia voluto togliere il latino dalla liturgia. Una manifestazione dell’accettazione della liturgia latina ben celebrata da parte delle persone si è avuta a livello mondiale nell’aprile del 2005, quando milioni di persone seguirono in televisione le esequie del servo di Dio Papa Giovanni Paolo II e, due settimane dopo, la Messa d’insediamento di Papa Benedetto XVI.

È importante il fatto che i giovani accettino volentieri la Messa celebrata a volte in latino. Certo i problemi non mancano. Vi sono anche malintesi o approcci sbagliati da parte dei sacerdoti sull’uso del latino. Ma per meglio centrare la questione, è necessario prima esaminare l’uso del volgare oggi nella liturgia di Rito Romano.

6. La lingua volgare. Introduzione, diffusione, condizioni

L’introduzione delle lingue locali nella sacra liturgia di Rito Latino non fu un fenomeno che si sviluppò in modo improvviso. Dopo la parziale esperienza acquisita in alcuni paesi negli anni precedenti, già il 5 e 6 dicembre 1962, dopo lunghi dibattiti a volte molto accesi, i Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II adottarono il principio secondo il quale l’uso della madrelingua, nella Messa o in altre parti della liturgia, poteva essere spesso vantaggioso per le persone. L’anno seguente il Concilio votò l’applicazione di questo principio alla Messa, al Rituale e alla Liturgia delle Ore (15).

Seguì poi un uso più esteso del volgare. Ma come se i Padri del Concilio avessero previsto la possibilità che il latino perdesse sempre più terreno, insistettero perché il latino fosse mantenuto.

L’articolo 36 della Costituzione sulla sacra Liturgia, già citato, comincia con il decretare che “l’uso della lingua latina, salvo il diritto particolare, sia conservato nei Riti Latini”. Gli articoli 54 e 101dettavano i passi da seguire: “Si abbia cura […] che i fedeli sappiano recitare o cantare insieme, anche in latino, le parti dell’Ordinario della Messa che spettano ad essi” (16); e “Secondo la secolare tradizione del Rito Latino, per i chierici sia conservata nell’Ufficio Divino la lingua latina” (17).

Ma, pur stabilendo dei limiti, i Padri del Concilio anticiparono la possibilità di un uso più esteso del volgare. L’articolo 54, infatti, aggiunge: “Se poi in qualche luogo sembrasse opportuno un uso più ampio della lingua nazionale nella Messa, si osservi quanto prescrive l’articolo 40 di questa Costituzione” (18). L’articolo 40 dà direttive sul ruolo delle Conferenze Episcopali e della Sede Apostolica su una materia così delicata. Il volgare era stato introdotto. Il resto è storia. Gli sviluppi furono così rapidi che alcuni chierici, religiosi e fedeli laici oggi non sono consapevoli del fatto che il Concilio Ecumenico Vaticano II non introdusse la lingua volgare in tutte le parti della liturgia.

Richieste ed estensioni dell’uso del volgare non si fecero attendere. Su urgente richiesta di alcune Conferenze Episcopali, Papa Paolo VI prima autorizzò la celebrazione del Prefazio della Messa in volgare (19), poi dell’intero Canone e delle Preghiere di Ordinazione nel 1967. Infine, il 14 giugno 1971, la Congregazione per il Culto Divino mandò una comunicazione in cui si affermava che le Conferenze Episcopali potevano autorizzare l’uso del volgare in tutti i testi della Messa, e ogni ordinario poteva dare la stessa autorizzazione per la celebrazione corale o privata della Liturgia delle Ore (20).

Le ragioni dell’introduzione della madrelingua non sono difficili da ricercare. Essa promuove una miglior comprensione di quel che la Chiesa prega, poiché “la Madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura della stessa liturgia e alla quale il popolo cristiano […] ha diritto e dovere in forza del battesimo” (21).

Nello stesso tempo non è difficile immaginare quanto sia complicato e delicato il lavoro di traduzione. Ancora più difficile è la questione dell’adattamento e dell’inculturazione, specialmente quando pensiamo alla sacralità della liturgia, alla tradizione secolare del Rito Latino e allo stretto legame fra fede e culto riscontrabile nell’antica formula: lex orandi lex credendi.

Passiamo ora alla questione spinosa delle traduzioni in volgare della liturgia.

7. Le traduzioni in volgare

La traduzione di testi liturgici dall’originale latino nelle varie lingue volgari è un elemento molto importante nella vita di preghiera della Chiesa. Non è una questione di preghiera privata, ma di preghiera pubblica offerta dalla santa Madre Chiesa, che ha il suo Capo in Cristo. I testi latini sono stati preparati con grande cura per la dottrina, per un’esatta formulazione, […] immuni da qualsiasi pregiudizio ideologico e del resto ricchi di quelle caratteristiche mediante le quali vengono trasmessi con efficacia nell’orazione attraverso il linguaggio i sacri misteri della salvezza e l’indefettibile fede della Chiesa ed è reso a Dio Altissimo un culto degno” (22). Le parole usate nella sacra liturgia manifestano la fede della Chiesa e sono guidate da essa. La Chiesa pertanto necessita di una gran cura nel dirigere, preparare e approvare le traduzioni, in modo che neanche una parola inappropriata possa essere inserita nella liturgia da un individuo che abbia uno scopo personale o che semplicemente non sia consapevole della serietà dei riti.

Pertanto le traduzioni dovrebbero essere fedeli al testo originale latino. Non dovrebbero essere libere composizioni. Come ribadisce l’Instructio “Liturgiam authenticam”, il principale documento della Santa Sede che fornisce direttive sulle traduzioni, […] la traduzione dei testi liturgici della liturgia romana non sia un’opera di innovazione creativa quanto piuttosto la trasposizione fedele e accurata dei testi originali in lingua vernacola” (23).

Il genio del Rito Latino dovrebbe essere rispettato. La triplice ripetizione è una delle sue caratteristiche. Alcuni esempi sono: “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”; “Kyrie Eleison, Christe eleison, Kyrie eleison”, “Agnus Dei qui tollis…”, tre volte. Un attento studio del Gloria in Excelsis Deo mostra anch’esso una triplice ripetizione. Le traduzioni non dovrebbero eliminare o appiattire tale caratteristica.

La liturgia latina esprime non solo fatti ma anche sentimenti, sensazioni, per esempio di fronte alla trascendenza di Dio, alla sua maestà, alla sua misericordia e al suo amore infinito (24). Espressioni come “Te igitur, clementissime Pater”, “Supplices te rogamus”, “Propitius esto”, “veneremur cernui”, “Omnipotens et misericors Dominus”, “nos servi tui”, non dovrebbero essere sgonfiate o democratizzate da una traduzione iconoclasta. Alcune di queste espressioni latine sono difficili da tradurre. Sono necessari i migliori esperti di liturgia, di lingue classiche, di patrologia, di teologia, di spiritualità, di musica e di letteratura in modo da elaborare traduzioni che risultino belle sulle labbra della santa Madre Chiesa. Le traduzioni dovrebbero riflettere reverenza, gratitudine e adorazione davanti alla maestà trascendente di Dio e alla fame dell’uomo di Dio, che sono molto chiare nei testi latini. Papa Benedetto XVI, nel suo Messaggio alla riunione del Comitato Vox Clara per la traduzione dei testi latini in inglese del 9 novembre 2005, parla di traduzioni che […] riusciranno a trasmettere i tesori della fede e la tradizione liturgica nel contesto specifico di una celebrazione eucaristica devota e riverente” (25).

Molti testi liturgici sono ricchi di espressioni bibliche, segni e simboli. Essi possiedono modelli di preghiera che risalgono ai Salmi. Il traduttore non lo può ignorare.

Una lingua parlata oggi da milioni di persone avrà senza dubbio molte sfumature e variazioni. Vi è una differenza fra l’inglese usato nella Costituzione di un paese, quello parlato dal presidente di una Repubblica, la lingua convenzionale dei lavoratori del porto o quella degli studenti o la conversazione fra genitori e bambini. Il modo di esprimersi non può essere lo stesso in tutte queste situazioni, anche se tutti usano l’inglese. Quale forma dovrebbero adottare le traduzioni liturgiche? Senza dubbio il volgare liturgico dovrebbe essere intelligibile e facile da proclamare e da capire. Allo stesso tempo dovrebbe essere dignitoso, sobrio, stabile e non soggetto a cambiamenti frequenti. Non si dovrebbe esitare a usare alcune parole non generalmente usate nel linguaggio quotidiano, o parole che sono associate alla fede e al culto cattolico. Pertanto si dovrebbe dire “calice” e non semplicemente “coppa”, “patena” e non “piatto”, “ciborio e non “recipiente”, “sacerdote” e non “celebrante”, “ostia sacra” e non “pane consacrato”, “abito” e non “vestito”. Pertanto l’Instructio “Liturgiam authenticam” afferma: “Poiché conviene che la traduzione trasmetta il tesoro perenne di orazioni tramite un linguaggio comprensibile nel contesto culturale a cui è destinata, […] non c’è da meravigliarsi se può differire alquanto dal linguaggio ordinario” (26).

L’intelligibilità non dovrebbe voler dire che ogni parola dev’essere capita da tutti immediatamente. Guardiamo attentamente al Credo. È un “simbolo”, una dichiarazione solenne che riassume la nostra fede. La Chiesa ha dovuto convocare alcuni Concili Generali per un’esatta formulazione di alcuni articoli della nostra fede. Non tutti i cattolici a Messa capiscono immediatamente e appieno alcune espressioni liturgiche cattoliche quali Incarnazione, Creazione, Passione, Risurrezione, “consustanziale”, “che procede dal Padre e dal Figlio”, Transustanziazione, Presenza Reale e “Dio onnipotente”. Questa non è una questione d’inglese, di francese, d’italiano, di hindi o di swahili. I traduttori non dovrebbero diventare iconoclasti che distruggono o danneggiano man mano che traducono. Non tutto può essere spiegato durante la liturgia. La liturgia non esaurisce l’intera azione della Chiesa (27). Vi è bisogno anche di teologia, di catechesi e di predicazione. E, anche quando si offre una buona catechesi, un mistero della nostra fede rimane un mistero.

In realtà possiamo dire che la cosa più importante nel culto divino non è quella di capire ogni parola o concetto. No. La considerazione più importante è che ci troviamo in un atteggiamento di reverenza e di timore di fronte a Dio, che adoriamo, lodiamo e ringraziamo. Il sacro, le cose di Dio, vanno affrontate senza idee preconcette.

Nella preghiera la lingua è prima di tutto un contatto con Dio. Senza dubbio la lingua serve anche per una comunicazione intelligibile fra esseri umani. Ma il contatto con Dio ha la priorità. Nella mistica tale contatto con Dio si avvicina all’ineffabile e a volte lo raggiunge: allora si dà il silenzio mistico dove cessa il linguaggio.

Non sorprende dunque che il linguaggio liturgico differisca in qualche modo dal nostro linguaggio quotidiano. Il linguaggio liturgico cerca di esprimere la preghiera cristiana nella quale si celebrano i misteri di Cristo.

Allo scopo di riunire i vari elementi necessari per produrre buone traduzioni liturgiche, permettetemi di citare il discorso del servo di Dio Papa Giovanni Paolo II ai vescovi americani provenienti dalla California, dal Nevada e dalle Hawaii durante la loro visita a Roma nel 1993. Il Papa chiedeva a loro di preservare tutta l’integrità dottrinale e la bellezza dei testi originali. “Una delle vostre responsabilità a questo proposito […] è quella di fornire traduzioni esatte e appropriate dei testi liturgici ufficiali cosicché, subendo la necessaria revisione e ottenendo l’approvazione della Santa Sede, possano essere strumento e garanzia di un’autentica condivisione del mistero di Cristo e della Chiesa: lex orandi, lex credendi. Il difficile compito della traduzione deve tutelare la piena integrità dottrinale e, secondo lo spirito di ogni lingua, la bellezza dei testi originali. Poiché tante persone hanno sete del Dio vivente — la cui maestà e misericordia sono al centro della preghiera liturgica — la Chiesa deve rispondere con un linguaggio di lode e di culto che promuova il rispetto e la gratitudine per la grandezza, la compassione e la potenza di Dio. Quando i fedeli si riuniscono per celebrare l’opera della nostra Redenzione, il linguaggio della loro preghiera — libero da ambiguità dottrinali e influenze teologiche — dovrebbe promuovere la dignità e la bellezza della celebrazione stessa, esprimendo fedelmente la fede e l’unità della Chiesa “ (28).

Da queste considerazioni consegue che la Chiesa deve esercitare un’attenta sorveglianza sulle traduzioni liturgiche. La responsabilità per la traduzione dei testi spetta alla Conferenza Episcopale, che sottopone le traduzioni alla Santa Sede per la necessaria recognitio, “revisione” (29).

Ne consegue che nessun individuo, nemmeno un sacerdote o un diacono, ha l’autorità di cambiare la dizione approvata nella sacra liturgia. Questo è anche buon senso. Ma a volte notiamo che il buon senso non è molto diffuso. Perciò l’Istruzione “Redemptionis sacramentum” ha dovuto dire espressamente: “Si ponga fine al riprovevole uso con il quale i Sacerdoti, i Diaconi o anche i fedeli mutano e alterano a proprio arbitrio qua e là i testi della sacra Liturgia da essi pronunciati. Così facendo, infatti, rendono instabile la celebrazione della sacra Liturgia e non di rado ne alterano il senso autentico” (30).

8. Che cosa ci si aspetta da noi?

Per concludere queste riflessioni, possiamo chiederci cosa ci si aspetta da noi.

Dovremmo fare del nostro meglio per apprezzare la lingua che la Chiesa usa nella liturgia e unire i nostri cuori e le nostre voci, seguendo le indicazioni di ogni Rito liturgico. Non tutti sanno il latino, ma i fedeli laici possono almeno imparare le risposte più semplici in latino. I sacerdoti dovrebbero prestare più attenzione al latino, celebrando una Messa in latino di tanto in tanto. Nelle grandi chiese dove si celebrano molte Messe la domenica o nei giorni festivi, perché non celebrare una di queste Messe in latino? Nelle parrocchie rurali una Messa latina dovrebbe essere possibile, diciamo una volta al mese. Nelle assemblee internazionali, il latino diventa ancora più urgente. Ne consegue che i seminari dovrebbero prestare attenzione a preparare e a formare i sacerdoti anche all’uso del latino (31).

Tutti i responsabili delle traduzioni in lingua volgare dovrebbero sforzarsi di fornire il meglio, seguendo la guida dei documenti della Chiesa, specialmente l’Instructio “Liturgiam authenticam”. L’esperienza insegna che non è superfluo osservare che i sacerdoti, i diaconi e quanti proclamano i testi liturgici, dovrebbero leggerli con chiarezza e con la dovuta reverenza.

La lingua non è tutto. Ma è uno degli elementi più importanti che necessitano di attenzione per buone celebrazioni, che siano belle e ricche di fede.

È un onore per noi diventare parte della voce della Chiesa nella preghiera pubblica. La beata Vergine Maria, Madre del Verbo fatto carne, i cui misteri celebriamo nella sacra liturgia, ottenga per tutti noi la grazia di fare la nostra parte per partecipare con il canto alle lodi del Signore sia in latino che in volgare.

+ Francis Card. Arinze

Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

 

 

Note:

(1) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, del 4-12-1963, n. 7.

(2) Sant’Aurelio Agostino, Esposizione sul salmo 85, 1, in Idem, Enarrationes in Psalmos. Esposizione sui Salmi, testo latino dell’Edizione Maurina ripresa sostanzialmente dal Corpus Christianorum, traduzione, revisione e note illustrative a cura di Vincenzo Tarulli, vol. II, Città Nuova, Roma 1970, pp. 1242-1289 (p. 1243).

(3) Cfr. monsignor Aimé-Georges Marti-mort (1911-2000) (a cura di), La Chiesa in preghiera. Introduzione alla Liturgia, vol. I, Principi della liturgia, trad. it., Queriniana, Brescia 1987, pp. 182-188.

(4) Cfr. beato Giovanni XXIII, Costitutio Apostolica de Latinitatis studio provehendo “Veterum Sapientia”, del 22-2-1962, nn. 5, 6 e 7, in Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. IV, pp. 965-973 (pp. 971-973).

(5) Benedetto XVI, Saluto ai docenti e agli studenti della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche della Pontificia Università Salesiana, del 22-2-2006, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 23-2-2006.

(6) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, cit., n. 113.

(7) Cfr. Paolo VI, Discorso alle “Scholae Cantorum” dell’Associazione Italiana Santa Cecilia per la Musica Sacra, del 25-9-1977, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. XV, pp. 866-868.

(8) Cfr. san Pio X, Motu proprio “Tra le sollecitudini” sulla musica sacra, del 22-11-1903, n. 3, in Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740. 250 anni di storia visti dalla Santa Sede, a cura di Ugo Bellocchi, vol. VII, Pio X (1903-1914), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1999, pp. 49-56 (p. 51).

(9) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, cit., n. 116.

(10) Cfr. servo di Dio Giovanni Paolo II, Chirografo “Mosso dal vivo desiderio” per il centenario del Motu proprio “Tra la sollecitudini” sulla musica sacra, del 22-11-2003, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XXVI, 2, nn. 4-7; e Idem, Lettera Apostolica “Lo Spirito” nel XL anniversario della Costituzione “Sacrosanctum Concilium” sulla Sacra Liturgia, del 4-12-2003, n. 4, ibid., pp. 871-880 (pp.873-874).

(11) Cfr. Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Congresso Internazionale dei “Pueri Cantores”, del 30-12-2005, in Insegnamenti di Benedetto XVI, vol. I, pp. 1136-1137.

(12) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, cit., n. 36 § 1.

(13) Idem, Decreto sulla formazione sacerdotale “Optatam totius”, del 28-10-1965, n. 13.

(14) Codice di Diritto Canonico, can. 928, Testo ufficiale e versione italiana sotto il patrocinio della Pontificia Università Lateranense e della Pontificia Università Salesiana, Unione Editori Cattolici Italiani, terza edizione riveduta, corretta e aumentata, Roma 1997, p. 681.

(15) Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, cit., nn. 36, 54, 63, 76, 78 e 101.

(16) Ibid., n. 54.

(17) Ibid., n. 101 § 1.

(18) Ibid., n. 54.

(19) Cfr. De praefatione in Missa [lettera del card. segretario di Stato Amleto Giovanni Cicognani (1883-1973) al card. Giacomo Lercaro (1891-1976)], 27-4-1965, in don Reiner Kaczynski (a cura di), Enchiridion Documentorum Instaurationis Liturgicae, vol. I, (1963-1973), Marietti, Torino 1976, ristampa a cura delle C.L.V. Edizioni Liturgiche, Roma 1990, n. 30, p. 129.

(20) Cfr. l’intero sviluppo, in monsignor A. G. Martimort, op. cit., pp.186-188.

(21) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, cit., n. 14.

(22) Congregatio de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, De usu linguarum popularum in libris liturgiae romanae edendis Instructio Quinta “Ad executionem Constitutionis Concilii Vaticani Secundi de Sacra Liturgia recte ordinanda” (Ad Const. art. 36) “Liturgiam authenticam”, del 28-3-2001, n. 3, in Enchiridion Vaticanum. Documenti ufficiali della Santa Sede, vol. 20, 2001, EDB. Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2004, pp. 276-371 (p. 279).

(23) Ibid., n. 20, p. 293.

(24) Cfr. ibid., n. 25, p. 297.

(25) Benedetto XVI, Message on occasion of the recent meeting of the “Vox Clara Committee”, del 9-11-2005, in Notitiae. Congregatio de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, n. 471-472, Città del Vaticano novembre-dicembre 2005, pp. 557-558 (p. 557).

(26) Congregatio de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, De usu linguarum popularum in libris liturgiae romanae edendis Instructio Quinta “Ad executionem Constitutionis Concilii Vaticani Secundi de Sacra Liturgia recte ordinanda” (Ad Const. art. 36) “Liturgiam authenticam”, cit., n. 47, p. 315.

(27) Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, cit., n. 9.

(28) Servo di Dio Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi statunitensi della California, del Nevada e delle Hawaii in visita “ad limina”, del 4-12-1993, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XVI, 2, pp. 1397-1403 (pp. 1399-1400).

(29) Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, cit., n. 36 §§ 3-4; Codice di Diritto Canonico, can. 838, ed. cit., pp. 627 e 629; e Congregatio de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, De usu linguarum popularum in libris liturgiae romanae edendis Instructio Quinta “Ad executionem Constitutionis Concilii Vaticani Secundi de Sacra Liturgia recte ordinanda” (Ad Const. art. 36) “Liturgiam authenticam”, cit., n. 80, p. 337.

(30) Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Istruzione “Redemptionis sacramentum” su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia, del 25-3-2004, n. 59, in Enchiridion Vaticanum. Documenti ufficiali della Santa Sede, vol. 22, 2003-2004, EDB. Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2006, pp. 1292-1403 (p. 1333); cfr. pure Princìpi e norme per l’uso del Messale romano, del 20-4-2000, n. 24, ibid., vol. 19, 2000, EDB. Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2004, pp. 112-319 (p. 137).

(31) Cfr. XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, Roma 2-23 ottobre 2005, Proposizione 36, L’uso del latino nelle celebrazioni liturgiche: [“Nella celebrazione dell’Eucaristia durante gli incontri internazionali, oggi sempre più frequenti, per meglio esprimere l’unità e l’universalità della Chiesa, si propone:

“— di suggerire che la (con)celebrazione della Santa Messa sia in latino (eccetto le letture, l’omelia e la preghiera dei fedeli). Così pure siano recitate in latino le preghiere della tradizione della Chiesa ed eventualmente eseguiti brani del canto gregoriano;

“— di raccomandare che i sacerdoti, fin dal Seminario, siano preparati a comprendere e celebrare la Santa Messa in latino, nonché a utilizzare preghiere latine e a saper valorizzare il canto gregoriano;

“— di non trascurare la possibilità che gli stessi fedeli siano educati in questo senso”] (<www.vatican.va/news_services/press/sinod o/documents/bollettino_21_xi-ordinaria-2005/01_italiano/b31_01.html>.

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