La musica sessantottina: Francesco Guccini

Non tutto nelle composizioni di questi tre “maestri” è cattivo, ma il fatto che la parte esteticamente pregevole finisca poi “annegata” in quella ideologica fa dire che si tratta di tre “cattivi maestri”
Oscar Sanguinetti 1 settimana fa
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di Oscar Sanguinetti

Con Guccini è davvero “tutt’altra musica”. Guccini è, per lunga parte del suo percorso artistico, l’interprete e il cantore del Sessantotto politico, dell’impegno rivoluzionario. Anche se riluttante a schierarsi con una forza politica o un gruppo extra-parlamentare preciso — affermerà di non avere mai votato per il Partito Comunista (ma per i partiti post-comunisti sì) —, i suoi testi, talora veri e propri poemi infiorati da termini graffianti e gergali, cantano la lotta politica della sinistra socialcomunista del decennio successivo al Sessantotto, anche se il suo plafond rimane sostanzialmente individualistico e anarcoide, trovando forse la sua massima espressione ne La locomotiva.

Anticipatore con Dio è morto e con Auschwitz, entrambe del 1967 — ma anche con Primavera di Praga del 1970 — di quella stagione di rivolta, ne sarà protagonista, ancorché sempre da artista, e le sue canzoni attingeranno largamente all’autobiografia. Guccini non affronta temi esplicitamente ideologici, ma più spesso la condizione esistenziale disordinata, scapestrata, scandita da assemblee, volantinaggi, alcool, osterie e libertinismo sessuale di quella generazione.

Cioè di quegli hippy, di quegli insurrezionalisti violenti, di quei terroristi, di quegli “indiani metropolitani”, rifluiti poi in gran parte — al netto di quelli che hanno creduto davvero nell’utopia e che preferiranno il suicidio al “sistema” — nel cinico yuppie degli anni 1990, ossia in chi, non solo volge in aggressivo arrivismo la disillusione, ma sfrutta, consapevolmente o meno, per fini privati il plafond da cui sono assenti la fede e la speranza teologali delle contro-culture sessantottine. Presto si accorgerà con fastidio di “anarchico” del “cappello” che più di un gruppuscolo o di un partito cercherà di mettere sulle sue canzoni e si smarcherà — lo narrerà ne L’avvelenata — da questa ipoteca. E canterà con toni efficaci e nostalgici il fallimento di quell’impegno e lo smarrimento di una generazione — Incontro, Vedi cara, Eskimo — e affronterà con pregevoli liriche temi meno “impegnati” a sinistra e meno “esotici” rispetto a quelli della sua prima fase, toccando il vertice qualitativo con composizioni come Radici e con Asia.

Rimarrà comunque sempre un cantore dei miti della sinistra italiana e internazionale — per esempio, celebrando il lutto per  l’uccisione di Ernesto “Che” Guevara de la Serna (1928-1967) in Stagioni e Canzone per il Che, ma anche difendendo l’italiana Silvia Baraldini arrestata negli Stati Uniti per terrorismo in Canzone per Silvia —, ma mai irreggimentato in qualche scuola o fazione.

 

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