La nostra carità è rivelata da come mangiamo

Una fede disincarnata può diventare “devozionismo”, nei casi peggiori persino gnosticismo, eresia che nei primi secoli conduceva gli aderenti ad allontanarsi dalla comunità per perseguire una presunta perfezione dottrinale,
Michele Brambilla 3 settimane fa
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di Michele Brambilla

«Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, Lui da solo» (Gv 6,15). Il Vangelo dalla XVII domenica del Tempo ordinario (Gv 6,1-15) ci restituisce con singolare efficacia l’immagine di Cristo che rifiuta il senso mondano del potere per spalancare, invece, i nostri occhi su un modello di regalità differente.

«Oggi infatti Giovanni ci mostra nuovamente Gesù attento ai bisogni primari delle persone». Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, dice Papa Francesco durante l’Angelus di domenica 29 luglio, «(…) scaturisce da un fatto concreto: la gente ha fame e Gesù coinvolge i suoi discepoli perché questa fame venga saziata». La Regalità di Cristo non viaggia al di sopra degli uomini, vuole impastare di sé la vita nella sua concretezza. «Alle folle, Gesù non si è limitato a donare questo – ha offerto la sua Parola, la sua consolazione, la sua salvezza, infine la sua vita –, ma certamente ha fatto anche questo: ha avuto cura del cibo per il corpo. E noi, suoi discepoli, non possiamo far finta di niente».

Una fede disincarnata può diventare, nei casi migliori, “devozionismo”, ovvero una devozione puramente rituale, nei casi peggiori persino gnosticismo, eresia che nei primi secoli conduceva gli aderenti ad allontanarsi dalla comunità per perseguire una presunta perfezione dottrinale, considerata irraggiungibile per i più, che si condensava nel rifiuto di tutto ciò che è materiale. A farne le  spese è, in ogni caso, il rapporto con l’altro nella sua fisicità. «L’annuncio di Cristo, Pane di vita eterna, richiede un generoso impegno di solidarietà per i poveri, i deboli, gli ultimi, gli indifesi. Questa azione di prossimità e di carità è la migliore verifica della qualità della nostra fede, tanto a livello personale, quanto a livello comunitario».

La carità rimane anzitutto una virtù teologale. Il Papa dà quindi dei consigli molto pratici per mantenerla in esercizio. «Ognuno di noi pensi: il cibo che avanza a pranzo, a cena, dove va? A casa mia, cosa si fa con il cibo avanzato? Si butta? No. Se tu hai questa abitudine, ti dò un consiglio: parla con i tuoi nonni che hanno vissuto il dopoguerra, e chiedi loro che cosa facevano col cibo avanzato. Non buttare mai il cibo avanzato. Si rifà o si dà a chi possa mangiarlo, a chi ha bisogno. Mai buttare il cibo avanzato. Questo è un consiglio e anche un esame di coscienza: cosa si fa a casa col cibo che avanza?». Il modo di sedere a tavola è un indizio della mentalità che noi applichiamo in tutte le altre situazioni.

Il monito del Papa vale sia per i singoli che per le nazioni. «Preghiamo la Vergine Maria, perché nel mondo prevalgano i programmi dedicati allo sviluppo, all’alimentazione, alla solidarietà, e non quelli dell’odio, degli armamenti e della guerra».

Lunedì, 30 lugliop 2018

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 Michele Brambilla

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