La tragedia di Varsavia e della Armata Segreta polacca

Pierre Faillant de Villemarest 36 anni fa
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Pierre Faillant de VillemarestCristianità n. 114 (1984)

 

La organizzazione armata della nazione cattolica polacca schiacciata dalla repressione nazionalsocialistica, dal tradimento degli «alleati» occidentali e dalla persecuzione comunistica.

 

Nel 40º anniversario di una eroica insurrezione

La tragedia di Varsavia e della Armata Segreta polacca

 

La prima vera Resistenza in Europa, opposta contemporaneamente al nazionalsocialismo e al comunismo, è stata quella polacca. I libri di storia non lo dicono; e non dicono neppure che il primo lancio paracadutistico di un ufficiale in un paese occupato ebbe luogo il 26 settembre 1939, quando, inviato dal governo legale in esilio, egli andò a prendere contatto con le prime reti dell’armata Segreta, la AK: si chiamava Edmond Galinat.

Anche il primo settimanale clandestino d’Europa, contro i due totalitarismi, fu polacco. Si intitolava Polska Zyje, «La Polonia vive», e uscì il 10 ottobre 1939. Ma di questa Resistenza veramente nazionale, che prefigurava le reti e le organizzazioni partigiane di oggi, non solamente in Polonia, ma nel mondo intero, la stampa evita di parlare. Per non mettere a disagio l’Unione Sovietica. Nel mese di agosto 1984 ricorreva l’anniversario di un’altra pagina storica sconosciuta: quella della insurrezione di Varsavia, che iniziò il 1º agosto 1944, e costrinse Hitler a mantenere in Polonia divisioni che si apprestava a trasferire sui fronti occidentale e orientale.

 

Un abbandono deliberato

Ascoltando le radio straniere, i polacchi erano al corrente della riuscita dello sbarco degli Alleati in Normandia. Aspettavano che fosse seguito da un altro sbarco, sia sul fianco della penisola balcanica – e per loro era il più auspicabile -, sia nella Francia meridionale. Non sapevano che già da un anno, i progressisti e gli agenti sovietici – come Alger Hiss -, che circondavano Roosvelt e infestavano anche i servizi segreti britannici – come Philby, Burgess, Maclean, Blint, ecc. -, avevano convinto i loro superiori che la Polonia non poteva che essere abbandonata alla «influenza» sovietica. Uno dei pochi sopravvissuti fra i rari agenti di collegamento, che facevano la spola tra l’Armata Segreta e Londra, Jan Nowak, due anni fa ha pubblicato sull’argomento documenti e memorie inconfutabili (1). La testimonianza è stata evidentemente soffocata. Un popolo intero si è dunque sollevato nel cuore della Europa occupata, nella convinzione che un tale atto – a un certo momento previsto nei piani degli Alleati – avrebbe fatto anticipare la fine della guerra, e avrebbe dato sollievo alle armate occidentali. Giunto a Varsavia un poco prima, Jan Nowak non poteva spiegare ai suoi che l’Occidente li avrebbe abbandonati. E d’altronde, gli avrebbero creduto? Ma ciò che non solo i polacchi non sapevano, era che il loro tentativo sarebbe stato sostenuto soltanto quando fosse stato troppo tardi.

L’Armata Segreta di Varsavia aveva armi e munizioni solamente per qualche giorno, di fronte ai potenti mezzi della Wermacht e alle unità speciali delle SS. Ogni tanto, gli americani e gli inglesi avevano loro paracadutato contenitori pieni di fucili, di mitragliatrici e di viveri. I polacchi credevano che almeno queste operazioni di rifornimento a mezzo paracadute sarebbero continuate, se loro fossero entrati in azione. Dalla riduzione sensibile dei lanci da parte degli Alleati, da un anno non avevano dedotto che stava succedendo «qualcosa» tra Londra, Washington e Mosca. Avevano sentito dire che in Jugoslavia, le organizzazioni partigiane nazionali di Mihailovitch – la seconda Resistenza armata di Europa, iniziata a partire dal marzo del 1941 – erano state quasi abbandonate, a vantaggio della organizzazione comunistica di Tito. Ma la cosa non dava da pensare, dal momento che in Polonia vi era solamente una Resistenza, e cioè quella costituita dall’Armata Segreta e, mentre i comunisti, arrivati tardivamente, non potevano assolutamente contare su più di 10 mila partigiani, l’Armata Segreta mobilitava in permanenza più di 200 mila uomini, e disponeva del sostegno senza riserve da parte della popolazione.

In questo quadro si inscrive il sacrificio dei polacchi.

Dieci giorni dopo la insurrezione di Varsavia, Winston Churchill chiede personalmente a Stalin l’autorizzazione a che aerei pesanti inglesi possano paracadutare aiuti su Varsavia, poi atterrare in territorio controllato dai sovietici. Il loro raggio di azione non permette l’andata e il ritorno senza scalo, tenendo anche conto del fatto che, durante il percorso, devono eludere i tentativi tedeschi di intercettazione.

Il rifiuto di Stalin è categorico.

 

I sovietici impassibili, con le armi al piede, per otto settimane

Il 14 agosto 1944 Churchill, con la forza della ostinazione, convince Roosvelt a indirizzare un messaggio comune a Stalin, con una richiesta dello stesso tipo. La risposta di Stalin arriva soltanto il 16, ed è negativa. Ci vorranno ancora giorni e giorni perchè I’URSS finisca per accettare, in settembre, qualche scalo aereo.

Già da più di sei settimane le forze tedesche di terra e dell’aria bombardano a tappeto Varsavia quartiere per quartiere. Bombe, lanciafiamme, esecuzioni sommarie. Dalla parte dei polacchi si contano già più di 100 mila morti, mentre l’Armata Segreta può ormai tenere soltanto qualche quartiere.

Finalmente 79 aerei, pilotati in maggioranza da polacchi, da inglesi e da neozelandesi, e dei B-17 americani paracadutano su Varsavia 1.284 contenitori con armi e munizioni. Ma la zona controllata dalla Armata Segreta è così ridotta che soltanto 256 vengono da essa recuperati, e per la grande parte contendendo il terreno a palmo a palmo alle forze della repressione. 15 aerei degli Alleati non ritorneranno mai più. Altri 79 sono stati danneggiati. Solamente sei dei quindici piloti che si sono lanciati con il paracadute riusciranno a sopravvivere, una volta a terra. Tutti gli altri sono uccisi sul posto, oppure fatti prigionieri e fucilati.

Ora, sull’altra sponda della Vistola, che fiancheggia Varsavia, era accampato da otto settimane un gruppo di armate sovietiche, che, con le armi al piede e senza muoversi, assisteva al massacro di una città. In mezzo a loro si trovavano due unità costituite nella Unione Sovietica con polacchi comunisti. In una di esse, un giovane ufficiale di nome Jaruzelski.

Per salvare la forma, nel corso degli ultimi otto giorni dell’assedio, i sovietici hanno «paracadutato» qualche contenitore, ma senza paracadute; quindi, si schiacciavano al suolo.

Il 2 ottobre 1944, gli ultimi superstiti della Armata Segreta hanno dovuto capitolare per mancanza di munizioni, di cibo, e a causa di epidemie.

 

Le unità speciali della NKVD

Dal momento in cui le armate tedesche abbandonano Varsavia, le prime unità che entrano in scena nei settori polacchi «liberati» sono quelle della NKVD, l’attuale KGB, comandate dal generale-colonnello Kovaltchouk. Soltanto a Lublino, egli ha «preso in trappola» 12 mila membri della Armata Segreta, facendo a essi credere che avrebbero potuto coordinare le loro azioni con quelle della Unione Sovietica, e quindi avere parte nella vittoria: sono tutti arrestati e deportati in Siberia, come lo saranno presto nove su dieci capi nazionali della Armata Segreta; e, in due anni, più di 200 mila altri polacchi. La maggiore parte avrà questa sorte «grazie» alle azioni condotte dalle KBW o unità speciali polacche costituite da comunisti, uno dei cui ufficiali si chiama Jaruzelski. In queste unità egli si farà dei meriti e potrà così completare i suoi studi militari nelle accademie sovietiche.

In questo modo è stata sacrificata Varsavia, nell’agosto del 1944, mentre Parigi, che non si è assolutamente «liberata da sola», si immergeva immediatamente nella felicità delle libertà ritrovate: quella Parigi alla quale l’Armata Segreta di Varsavia aveva inviato un messaggio via radio per salutare e sostenere i suoi combattenti.

Bisogna anche sapere che, contrariamente a quanto si dice nelle leggende diffamatorie diffuse contro l’Armata Segreta, grazie a questa 80 mila ebrei di Varsavia sono sfuggiti alla morte. Al contrario, solamente a Leopoli, i sovietici, da parte loro, il 22 e il 28 giugno 1941, quando avevano dovuto ripiegare davanti alla improvvisa aggressione da parte della Germania, avevano assassinato 2.400 ebrei. Importa sapere che, in totale, gli Alleati hanno paracadutato in Polonia solamente 600 tonnellate di armi, nei quattro anni e mezzo della guerra senza tregua svoltasi in questo paese, mentre le organizzazioni partigiane greche, in maggioranza costituite da comunisti, ne hanno ricevuto 5.800 tonnellate in meno di tre anni; e i partigiani comunisti di Tito, 7 mila delle 10 mila tonnellate paracadutate dagli Alleati in Jugoslavia.

Questa sproporzione tra l’aiuto inviato ai partigiani comunisti rispetto a quello paracadutato ai resistenti nazionali, spiega adeguatamente e in anticipo la situazione geo-politica seguente il 1945 nella Europa centrale e in quella meridionale, dove, come per caso, anche la maggiore parte delle missioni inviate dagli Alleati sul posto sono fallite, quando erano paracadutate presso organizzazioni nazionali.

L’eroismo della Polonia di ieri e di oggi merita che non si dimentichi il dramma vissuto da Varsavia nel 1944, anche per testimoniare una solidarietà che fa onore a chi la manifesta. 

Pierre Faillant de Villemarest

 

Nota:

(1) Cfr. JAN NOWAK, Courier from Warsaw, Collins/Harvill, Londra 1982.

 

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 Pierre Faillant de Villemarest

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