L’Armadio degli argenti

L’immagine e la predicazione nell’opera del Beato Angelico
Mario Vitali 2 mesi fa
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di Mario Vitali


L’immenso numero di opere d’arte consegnate al popolo italiano presenta un aspetto di una certa criticità: sono così numerose che si rischia quasi di dimenticarle. Tra queste si può annoverare un’opera di grande significato artistico e religioso che è fra le meno conosciute dell’arte cristiana e che fu realizzata dal Beato Angelico intorno alla metà del 1400, ed è conosciuta con il nome de “L’Armadio degli Argenti” oggi custodita nel Museo di San Marco a Firenze. Pare, ma la notizia non è certa, che all’Artista venne richiesto dalla famiglia Medici di ricoprire con un dipinto l’armadio in cui venivano custoditi gli ex-voto, posto nel piccolo Oratorio della Basilica della SS. Annunziata di Firenze. L’Angelico ricopri la porta con 41 pannelli in legno dipinti a tempera, oggi ne sono rimasti 35, che raccontano tutta la storia della salvezza partendo dalle visioni del profeta Ezechiele giungendo fino al Giudizio Universale. La Storia di tutta la salvezza del genere umano raccontata nello spazio della superficie di una porta!

L’opera sul piano teologico esalta il tema dell’unità tra la vecchia legge dei patriarchi e la nuova legge introdotta da Cristo. Ciascuna tavoletta, infatti, mostra un episodio biblico, con un doppio rotolo di pergamena, in alto e in basso, che contiene una frase rispettivamente del Vecchio e del Nuovo Testamento.



Fra Giovanni da Fiesole noto come Beato o Fra Angelico (1395 ca.-18/2/1455), al secolo Guido di Pietro Trosini, nacque a Vicchio del Mugello (FI). Da ragazzo apprese l’arte della miniatura poi, trasferitosi a Firenze, iniziò a dipingere alla scuola di Gherardo Stamina (1354/1360 ca.-ante 1413) e Lorenzo Monaco (1370ca-1425ca). Ancora giovane scopre la vocazione religiosa e, nel 1417 entra, con il fratello minore Bernardo, nell’Ordine dei frati predicatori (Domenicani).

La sua vita di predicatore-artista si svolgerà a Firenze e in diverse altre città italiane e infine a Roma dove, su incarico affidatogli dai pontefici Eugenio IV° (1431-1447) al secolo Gabriele Condulmer (1383-1447) e Niccolò V° (1447-1455) al secolo  Tomaso Parentucelli (1387-1455), realizzò alcuni affreschi nella Basilica di San Pietro, nei Musei Vaticani e negli appartamenti e cappelle dei Pontefici lasciandoci 135 opere censite.

Dal 1448 al 1450 sarà priore presso il convento domenicano di Fiesole.

Morirà a Roma nel 1455 dove le sue spoglie sono oggi custodite nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva che accoglie anche quelle di Santa Caterina da Siena.

La fama di santità di Fra Giovanni si diffuse tra i suoi contemporanei che lo soprannominarono Angelico prima e poi anche Beato. Sarà però proclamato beato da san Giovanni Paolo II (1978-2005) il 3 ottobre 1982 e, nel 1984, gli sarà conferito anche il titolo di “Protettore degli artisti”.

Saranno la missione di predicatore e la sua sensibilità e abilità artistica a caratterizzare la sua opera che, per molti aspetti, resterà unica sia nell’ambito religioso che in quello artistico, una predicazione organica della fede cristiana attraverso l’immagine dipinta.

L’anelito al bello lo porterà a scoprire la sua vocazione religiosa, in Fra Giovanni matura la convinzione che solo Dio è la vera Bellezza.

La sua opera si colloca tra lo stile medioevale e quello del primo rinascimento e riuscirà a conciliare spirito e corpo, fede e ragione. In lui si realizza una sintesi tra l’attenzione alla figura umana e la tradizione medioevale che sottolinea il valore mistico della luce e la funzione didattica dell’arte. Nella sua opera i due stili non entrano in conflitto, egli mira a conservare la luce tramandata dall’arte medievale con la dimensione spaziale e prospettica tipica del rinascimento. Fra Giovanni è convinto che l’uomo, che è spirito incarnato, ha bisogno delle immagini.

Il cristiano, seguace del Verbo incarnato, non può alimentare la sua fede senza le immagini, si potrebbe quasi dire che le immagini sono una continuazione dell’incarnazione.

Ciò che conta per la sua missione è trasmettere la verità della rivelazione cristiana. Il suo spirito, la sua sensibilità e la sua vocazione convergono su un unico punto, l’opera che intende realizzare come monaco e come artista deve essere incentrata su Cristo unica immagine del Padre. Se il Verbo si incarna e si fa immagine ciò significa che una autentica predicazione debba includere necessariamente l’immagine verbale e quella visiva. Quando Gesù predicava ricorreva continuamente all’uso delle immagini, alle metafore, alle similitudini. Ciò colpiva l’udito e la mente degli ascoltatori che elaboravano a loro volta le immagini descritte nella predicazione.

Fra Giovanni realizzava la presentazione del contenuto della Rivelazione indirizzandola non solo all’udito ma anche alla vista.

Ciò che otteneva, coadiuvato dalla padronanza nell’utilizzo degli strumenti tecnici a disposizione, era una rappresentazione della realtà che apre finestre verso ciò che va oltre la realtà visibile, come finestre che si spalancano sull’eterno. La sua diventa arte autentica dove al vero si congiunge il bello, che non è un puro e soggettivo gusto estetico, ma è la vera Bellezza, oggettiva perché conforme alla natura del creato.

Del resto non possiamo ignorare l’immenso potere che hanno le immagini. Esse possono essere portatrici di verità che trasformano l’essere umano, scriveva infatti San Paolo VI°: “Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza, per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione.” (Messaggio del Santo Padre Paolo VI agli artisti, 8 Dicembre 1965).

La bellezza non può essere però separata dalla verità, ammoniva infatti Benedetto XVI°: “Troppo spesso, però, la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e, invece di far uscire gli uomini de sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso Dio, li imprigiona in se stessi e li rende ancor più schiavi, privi di speranza e di gioia.” (Benedetto XVI° – Discorso agli artisti, 21novembre 2009).

Sabato, 23 maggio 2020

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 Mario Vitali

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