L’arte e il nostro sguardo

Nicolás Gómez Dávila insegna che «è sufficiente l'impatto di un verso per far esplodere i detriti che seppelliscono l'anima». A volte anche una pennellata
Stefano Chiappalone 3 settimane fa
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di Stefano Chiappalone

Come leggere un’opera d’arte senza lasciarsi spaventare dalla sua complessità? Come portarsi a casa almeno qualcosa di una densa giornata trascorsa in un museo o in una cattedrale, concentrando in un paio d’ore o più un susseguirsi di statue, quadri, affreschi? Non è solo ipotetico, infatti, il rischio che un’attività letteralmente ricreatrice si riduca a una parentesi puramente ricreativa o, peggio, si risolva in una delle mille corse che costellano la vita moderna. Lo stesso dicasi di un libro che desideriamo leggere per puro diletto, ma la cui mole ci spinge a rinviarne la lettura sine die come una vacanza tanto sospirata per la quale non abbiamo mai sufficienti giorni di ferie.

Tra le note in margine, ma tutt’altro che marginali, con cui il fondatore di Alleanza Cattolica Giovanni Cantoni (1938-2020) era solito offrire preziose indicazioni di metodo, ne porto impressa una molto semplice – lapalissiana, avrebbe detto lui – che mi pare applicabile anche al nostro tema. Prevedendo e prevenendo lo sconcerto dell’interlocutore cui aveva appena consigliato la lettura di impegnativi testi magisteriali, ne anticipava l’obiezione: «Ma io non ho tempo di leggerla tutta!», rispondendo così: «Non devi mica leggerla tutta: se trovi un passo che ti offre nutrimento, fermati pure lì». Seguiva l’invito a “ruminare” quanto ci aveva colpito, senza preoccuparsi di dover finire per forza il resto. In fondo questo non è che un metodo di apprendimento sapienziale, basato sul ruminare un frammento, differente da quello funzionale oggi più diffuso, desideroso (invano) di divorare tutto. È il metodo della lectio divina, ma nulla vieta di applicarlo (e con frutto) anche alla lectio (o alla visio) profana.

Di tutta la sterminata collezione della Pinacoteca Vaticana, visitata ormai molti anni fa, ricordo distintamente la Trasfigurazione di Raffaello Sanzio (1483-1520) e la Deposizione di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610). Tra le decine di personaggi che compongono la Maestà di Simone Martini (1284-1344) affrescata nel Palazzo Pubblico di Siena, mi colpì la figura di sant’Agnese nella misura in cui, faccia a faccia con l’enorme affresco, si dissolveva l’apparente stilizzazione di quel volto, rivelandone l’estrema verosimiglianza, lasciando riaffiorare i tratti di qualche nobile fanciulla che nel XIII secolo girava per le vie di Siena, calpestando il suolo su cui camminavo io stesso. E tutti gli altri protagonisti di quella splendida “fiaba gotica”? Li ho passati in rassegna nel complesso, ma quanto a conoscerli vis-à-vis sarà per un’altra volta. In fondo, trovandoci a un evento particolarmente affollato (una festa, una cerimonia o una qualsiasi forma di “assembramento” oggi divenuto più raro) è praticamente impossibile conversare con tutti e singoli i partecipanti. Si dedicherà più attenzione a chi è più legato a noi o a chi in quel momento ha più cose da dirci.  Lo stesso vale per le opere d’arte.

Talvolta a “parlarci” non è neanche una singola opera o un singolo volto, ma molto di meno – o  molto di più: un dettaglio, un oggetto minuscolo e apparentemente irrisorio ma denso di significato, come il corallo appeso al collo del Bambino Gesù nella Pala di Brera dipinta da Piero della Francesca (1416-1492). Lo scenario architettonico è tra i più solenni, alla circolarità dell’abside fa eco l’aulico semicerchio di angeli e santi di primo piano (santi da altar maggiore, mica da edicola votiva), con lo stesso duca Federico da Montefeltro (1422-1482) inginocchiato ai suoi piedi (naturalmente dal lato buono, poiché il duca non si faceva ritrarre dal lato in cui aveva perduto l’occhio)… E il Bambino sonnecchia sulle ginocchia della Madre, lasciando ciondolare una collanina di corallo rosso che pare interrompere la geometrica gravità dell’intera scena, calamitando gli sguardi a discapito degli illustri convenuti. Una collanina ciondolante, rossa come il sangue: semplice decorazione o allusione alla Passione?

Del resto, Nicolás Gómez Dávila (1913-1994) insegna che «è sufficiente l’impatto di un verso per far esplodere i detriti che seppelliscono l’anima». Se basta un verso, possono bastare anche un frammento, un volto, una pennellata.


Sabato, 20 giugno 2020

Categorie:
  Arte, Via Pulchritudinis
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 Stefano Chiappalone

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Nato ad Avezzano (AQ) nel 1982, laureato in Storia Medievale. È autore di articoli e conferenze su temi legati alla "via della bellezza".