Le «élite» brasiliane nei cicli socio-economici del legno brasile, della canna da zucchero e dell’oro e delle pietre preziose

Plinio Corrêa de Oliveira 26 anni fa
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Plinio Corrêa de Oliveira, Cristianità n. 229 (1994)

 

«Genesi, sviluppo e declino della “nobiltà della terra”» (seconda parte)

Le «élite» brasiliane nei cicli socio-economici del legno brasile, della canna da zucchero e dell’oro e delle pietre preziose

 

L’opera Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, di Plinio Corrêa de Oliveira — pubblicata in italiano da Marzorati (Settimo Milanese [Milano] 1993) —, è stata stampata in più aree linguistiche e culturali, talora arricchita dalla verifica storica delle tesi in essa sostenute, esposta nella forma di consistenti appendici. L’edizione in portoghese comprende appunto l’appendice No Brasil Colónia, no Brasil Império e no Brasil República: génese, desenvolvimento e ocaso da «Nobreza da terra» (cfr. Nobreza e elites tradicionais análogas nas alocuções de Pio XII ao Patriciado e à Nobreza romana, Livraria Civilização-Editora, Oporto 1993, pp. 159-201). La traduzione di una seconda parte (pp. 172-187) è redazionale.

 

A. I cicli socio-economici del Brasile e l’itinerario storico della «nobiltà della terra»

La storia socio-economica del Brasile si divide in diversi cicli. Benché il criterio di questa suddivisione da parte degli autori non sia unanime, alcuni la immaginano costituita da quattro grandi cicli: quello del legno brasile, quello della canna da zucchero, quel­lo dell’oro e delle pietre preziose e, infine, quel­­lo del caffè.

Ogni ciclo corrisponde al prodotto che divenne, in una determinata epoca, l’«asse» dell’economia nazionale. Questo non comporta affermare che, comin­ciato un ciclo, scompariva il prodotto, o lo sfrut­ta­men­­to del prodotto, che aveva caratterizzato quello precedente, ma soltanto che cessava di essere la maggior fonte dei guadagni del paese. D’altro canto, questa suddivisione non esclude l’esistenza di altre ric­chezze, che hanno segnato l’economia del Bra­sile, come il bestiame, il cacao, il tabacco, il caucciù, e così via. Ma queste si inseriscono come elemento im­portante, e spesso d’importanza capitale, nella storia di qualcuno di tali grandi cicli.

Però, quanto li caratterizza profondamente non sono i sistemi e le tecniche di produzione e di sfruttamento del suolo, né le condizioni ambientali in cui si svolgono, bensì i loro riflessi sociali.

«Si tratta — afferma Fernando de Azevedo — di complessi tanto vasti da meritare il nome di “civiltà agrarie”, come quella dello zucchero e quella del caffè, ciascuna in relazione, nello stesso tempo, con le condizioni naturali e la storia umana. Ciascuno di questi sistemi o regimi agrari […] oltre a penetrare in profondità le istituzioni, tende a forgiare uno speciale stile di vita e una mentalità specifica. […] Non sarà sufficiente per comprendere, nel suo insie­me, la struttura di un sistema agrario» un’analisi che non contenga un «esame, il più profondo possibi­le, dei princìpi o norme sulle quali si regge la co­munità rurale, dei tipi di rapporti sociali e della strut­tura giuridica creata da essi, e in cui si so­no consolidati la tradizione, le leggi e i costumi» (1).

1. Il ciclo del legno brasile e le Capitanie

Tre anni dopo la scoperta del Brasile ebbe inizio lo sfruttamento, attraverso imprese dette feitorias, del legno brasile, un albero che si trovava sul li­­­torale e il cui legname era particolarmente ricercato sui mer­cati europei per il colore rosso che se ne poteva ricavare. Le feitorias avevano la funzione di abbattere gli alberi e di accatastare il legname in luo­ghi dove potesse essere facilmente imbarcato.

Questa attività, fatta soprattutto da selvaggi che lavoravano con scuri e con altri strumenti forniti da chi li ingaggiava, non produsse nessun tipo particola­re di colonizzazione.

Così don Giovanni III, preoccupato della difesa del Brasile, decise di promuoverne la colonizzazione instaurando il regime delle Capitanie ereditarie con la scelta di «persone decise ad abitare in Brasile; e sufficientemente ricche per colonizzarlo» (2).

Il re inviò la prima lettera di donazione il 10 marzo 1534 a favore di Duarte Coelho. All’inizio le Ca­pi­ta­­nie fu­rono dodici. Le concedeva il re di Por­­­to­gal­lo, cer­can­do come donatari «le persone mi­gliori. Ex na­vigatori, combattenti, personaggi del­la corte» (3).

Questo regime era «una sorta di feudalesimo» (4). Nestor Duarte garantisce che «le Capitanie costitui­scono, per tendenza e realizzazione dei propri fini, un’organizzazione feudale. L’istituzione feudale è caratterizzata, in rapporto al Potere Reale, da due requisiti: la trasmissione della proprietà piena ed ereditaria e la fusione della sovranità e della proprietà. […]

«Nelle lettere di privilegio, che perfezionano tali donazioni, si trova l’autentica gerarchia economica, perché sono “un contratto enfiteutico perpe­tuo in virtù del quale i si­gnori, che avessero ricevuto ter­re in concessione, si costituiscono tributari per­pe­­­tui della Corona e dei donatari capitani maggiori”. È la gerarchia feudale, con il re al vertice e ai gradi inferiori i signori terrieri e, sotto di loro, il concessio­na­­rio di terre e il colono» (5).

Nel regime delle Capitanie, secondo Rocha Pombo, il donatario — che godeva del titolo di Capitano e Governatore — era un luogotenente del re (6). Nella lettera di donazione il monarca gli concedeva una certa estensione di terra della Capitania come proprietà piena, immediata e personale e, quanto al rimanente, il donatario aveva soltanto l’usufrutto. Riceveva le rendite del feudo che gli era stato con­cesso dal sovrano.

Tali rendite — che consistevano nei titoli e nei be­nefici legati al possesso della Capitania — erano ina­lienabili e trasmissibili ereditariamente al figlio ma­schio maggiore e non divisibili con gli altri eredi. Nell’ordine di successione seguivano, nello stesso grado di parentela, benché di minore età, i discendenti maschi; a loro volta, i figli legittimi precedevano gli illegittimi.

Nel quadro delle leggi del regno e del pro­prio titolo il donatario esercitava i diritti di sovranità. Gli competeva ogni giurisdizione civile e penale, nominava un uditore giudiziario e tutti gli altri funzionari del tribunale e presiedeva, di persona o attraverso il citato uditore, all’elezione dei giudici e dei membri dei consigli municipali.

Il Capitano aveva anche il diritto di creare borgate ove lo giudicasse conveniente e di distribuire terre in concessione a chiunque, di qualunque condizione, purché fosse cristiano, fatta eccezione per sua moglie e per il suo successore nella Capitania. Era proprietario di tutte le saline e di tutti i mulini ad acqua e di qualunque altra fabbrica si levasse nel territorio della Capitania.

Gli spettava un ventesimo delle rendite del legno brasile e della pesca, la decima di tutti gli introiti dell’erario, i diritti di trasporto sui fiumi e una pen­sione annuale di cinquecento reis, dovuta dai notai delle borgate e degli abitati della Capitania.

Il commercio era libero, tanto con il regno che con l’estero, e quest’ultimo era soggetto alla decima reale.

Ai coloni venivano dichiarati nei loro titoli i diritti e i doveri. La giustizia, le condizioni civili e politiche venivano loro garantite dalle leggi e dagli usi della Metropoli. Veniva loro garantito il diritto di chie­dere e di ricevere terre in concessione, esenzione da ogni e qualsiasi imposta che non fosse dichiara­ta nel titolo, completa libertà di commercio e con­­di­zio­­ne pri­vilegiata rispetto ai commercianti stra­nie­ri.

Si obbligavano, con tutta la propria gente — figli, domestici e schiavi — a seguire il Capitano in caso di guerra.

La Corona riservava a sé il monopolio del legno bra­sile, di spezie e droghe, e la quinta parte di tutte le pietre e di tutti i metalli preziosi — dedotta la decima per il donatario — e la decima parte del raccolto e della pesca.

Il re si faceva carico delle spese del culto.

In questo modo iniziavano sistematicamente l’oc­­­­­cu­­­­­­pa­­­­zione e la colonizzazione del suolo brasiliano. Come afferma Pedro Calmón relativamente al primo donatario, Duarte Coelho, questi «venne a risiedere nei suoi domini. Ripetè il gesto saggio di Martim Afonso a São Vicente. Fondazione dell’abitato, piantagione della canna da zucchero, installazione della raffineria [engenho], intesa con gli indiani giudiziosi, duro castigo per coloro che gli fossero nemici» (7).

2. Il ciclo della canna da zucchero

La «piantagione della canna da zucchero» e l’«in­stal­lazione della raffineria», di cui parla lo sto­rico, co­stituirono la nascente agricoltura, che fis­sava la gen­te alla terra.

Perciò, il ciclo della canna da zucchero ebbe inizio nel quadro feudale delle Capitanie. «La piantagione della canna portata da Madera divenne a São Vicente, a Espírito Santo, a Bahia, in Pernambuco, in Ilhéus, in Itamaracá, l’attività principale, raccomandata e prevista nelle lettere di donazione delle Capitanie del Brasile. […] I primi signori furono gli stessi donatari» (8).

All’inizio, di regola, la piantagione della canna fu rea­lizzata da persone agiate, perché «la mancanza dei neri importati rendeva meno realizzabile lo zuccherificio agli ultimi arrivati, a quanti non avevano una lunga dimestichezza con il clima: da ciò, il loro numero ridotto, nelle mani di una nobiltà terriera legata dai matrimoni, che si formava, senza fretta, nell’ambiente povero, dove le attività dovevano adattarsi a un ritmo tranquillo» (9).

a. La comparsa del «senhor de Engenho»

Pedro Calmón fa riferimento alla «nobiltà ter­rie­ra». Infatti, l’esenzione dall’imposta d’entrata dello zucchero nel regno fa progredire la piantagione del­la canna da zucchero e moltiplicare gli engenhos, for­­nen­do lentamente una solida ricchezza, conso­li­dan­­­do la colonizzazione e configurando anche l’or­ga­­­­niz­­­za­zione sociale del Brasile di allora con la for­­­ma­zione di un’aristocrazia rurale. «Il prestigio del­la loro organizzazione familiare, economica e religiosa — villa, engenho e cappella — e il potere che avevano acquisito nei propri latifondi, fanno dei grandi proprietari delle terre fertili del litorale un’ari­sto­crazia agraria: sono o diventano senhores de Engenho i “bennati”, i nobili del loro tempo» (10).

Un altro autore, indicando la conseguenza sociale più im­portante del ciclo brasiliano della canna da zuc­che­ro, dice che questa conseguenza «fu, senza dubbio alcuno, la comparsa del senhor de Engenho e del clan che si è formato subito attorno a lui […]

«Partendo dal possesso della terra, in un rapido schema di questa influenza signorile, arriviamo subito alla costituzione delle piantagioni di canna da zucchero, con il sistema della mezzadria o della piantagione direttamente realizzata dagli imprenditori. In questo caso, abbiamo anzitutto le conces­sioni di terre, poi il contributo solidale dei vicini poveri, gli aiuti reciproci e le collaborazioni dell’au­ten­tica colonizzazione. Gli uni e gli altri si basano sull’istitu­zione servile. Quindi, con la fondazione del­l’engenho, i fattori si complicano. Si tratta del­l’ap­­prov­vi­gio­na­mento di legname per il fuoco e per gli imballaggi. Si tratta della navigazione per il tra­sporto, all’interno delle baie, fluviale e marittima. Si tratta dei rapporti con i commercianti, con gli intermediari e, non di rado, con finanziatori internazionali. Stabilito il centro di produzione e di po­po­la­mento, con la guida naturale e il conseguente ra­g­grup­pamento di elementi umani, vengono le conse­guenze della miscela razziale, del­l’on­ni­po­ten­za signorile, dell’opulenza o, almeno, della suffi­cienza, che è una caratteristica generale del regime. […]

«Questo è, nelle sue linee generali, il significato del ciclo dello zucchero nella formazione brasiliana, che divenne subito dominante nei primi due secoli della vita nazionale come attività primaria agricola e industriale, caratterizzando, sotto l’Impero, tutta una grande regione del paese» (11).

b. Gli ambienti e i costumi dei «senhores de Engenho»

Ai primordi, l’esistenza di questa classe nobile era au­stera e non esente da rischi, che il senhor de En­­­genho doveva affrontare con coraggio. In questo as­­somigliava a un signore dei primordi del feu­da­le­si­mo europeo.

È decisiva, in questo senso, la seguente descri­zio­ne della sua casa, un misto di residenza e di fortezza, come per altro lo era stato anche il castello feudale: «La Casa-Grande — definizione corrente della casa del senhor de Engenho — aveva ancora il tratto del ridotto militare». Nell’inventario di Mem de Sá è descritta in questi termini: «“Casa fortezza nuova, di pietra e di calce, dal tetto nuovo e pavimentata a metà e tutta circondata di legno per farsene verande, che verranno pavimentate”. Vi era di più: “un bastione coperto e circondato da picche”» (12).

«“Nelle fattorie si viveva come in un accampamen­to militare”, scrive Teodoro Sampaio parlando del primo secolo di colonizzazione. “I ricchi usavano proteggere le loro abitazioni e proprietà con doppi e robuste staccionate secondo il modello indigeno, guardate dai servi, dai bravi e dagli indiani schiavi, e utili anche per i vicini, qualora fossero stati improv­vi­samente assaliti dai barbari”» (13).

Il progresso economico della fase seguente permi­se ai senhores de Engenho residenze di aspetto migliore e più confortevoli: «Casas grandes con la cappella all’ingresso, sovrastante le tettoie e le baracche destinate agli schiavi, che testimoniavano la solidità delle fortune ivi prodotte […]. Le generazioni successive seppero conservarle al riparo della tran­quil­lità agricola, all’ombra delle istituzioni che garantivano il permanere dell’engenho e la sua continuità viva, in un isolamento difensivo nel quale si venne elaborando, in modo discreto e degno, il sentimento di classe, di nazionalità e di autonomia dei signori» (14).

All’autorità patriarcale e ai poteri e beni dei senho­res de Engenho corrispondevano «una grandezza e un’enorme ostentazione, che non solo non passarono inosservate ai cronisti del tempo, ma causarono profonda impressione sui viaggiatori stranieri. Tutto nelle loro case di pietra e di calce, o di argilla e di mattone, ampie e solide, denunciava — con la ricchezza — la sicurezza e l’ospitalità delle vecchie famiglie, di vita patriarcale, il cui spirito religioso è ricordato dalle croci ornamentali, negli oratori e nelle cappelle» (15).

Lo splendore delle residenze signorili era tale che, quando Labatut (16) attraversò le campagne del Re­­côn­ca­vo per l’assedio della città di Salvador, ve­den­do­­le da lontano, esclamò ammirato: «Sembra­no prin­cipati» (17).

A questa opulenza corrispondevano un’adeguata ospitalità e abbondanza. Impressionato da esse, pa­­dre Fernão Cardim afferma: «In questo gior­no mi meravigliai di una cosa e fu la grande facilità che hanno nell’accogliere gli ospiti, perché a qualunque ora della notte o del giorno in cui giungevamo, in brevissimo tempo davano da mangiare a noi cinque della Compagnia (oltre ai servi) […] Hanno la casa tanto piena di tutto che, nell’abbondanza, sembrano conti» (18).

L’abbellimento delle residenze andava di pari pas­­­so con l’abbigliamento delle dame e dei cavalieri, e con la magnificenza dei loro divertimenti.

«Della nobiltà di Pernambuco, agli inizi del secolo II, l’autore del Valeroso Lucideno (19) dice che, all’interno di essa, è ritenuto un miserabile chi non ha un servizio d’argento, e che le dame sono tanto ricche negli abiti e negli ornamenti con cui si adornano, che sembrano “piovute sulle loro teste e gole le perle, i rubini, gli smeraldi e i diamanti”» (20).

Poco dopo lo stesso storico aggiunge: «Questi ari­stocratici di Pernambuco conservavano ancora le tradizioni ippiche del tempo di don Duarte, il re cavaliere […] bisogna vederli allora come amano le corse di tori, le corride, le cavalcate. Cavalieri esimi, pieni di grazia e di ardimento, primeggiano su tutti in eleganza e in delicatezza nella caccia, nella ricchezza dei finimenti, tutti coperti d’argento, nella destrezza con cui affrontano il toro, nel garbo con cui praticano la corsa all’anello, il gioco delle palle, quello delle canne» (21). Tradizioni e di­vertimenti molto graditi alla nobiltà di Por­togallo.

È significativa anche la testimonianza di João Al­fredo Corrêa de Oliveira: «I senhores de Engenho for­mavano una classe seria, unita, benefica e ospita­le; avevano buone maniere; montavano cavalli pin­gui ben bardati; si facevano accompagnare da paggi con le loro livree gallonate; il popolo li sti­mava e li salutava con riverenza; in città andavano con la marsina alle feste religiose, nei consigli municipali, nelle giurie e alle elezioni» (22).

c. L’opera militare dei «senhores de Engenho»

La vita dei nobili del Medioevo e dell’Ancien Ré­gime era ben lontana dal caratterizzarsi solamen­te per la fruizione del lusso casalingo e per lo splen­dore dei divertimenti di società. La guerra, im­posta dalle circostanze, occupava in essa una parte di rilievo.

Lo stesso accadeva agli homens bons e ai nobili del Brasile d’altri tempi. Così, i senhores de Engenho costituirono la grande forza che si oppose alle in­vasioni degli olandesi, dei francesi e degli inglesi, nemici della fede e del re, e che, d’altro canto, respinse gli attacchi dei selvaggi contrari all’opera evangelizzatrice dei missionari. In tale modo que­sta aristocrazia rurale rafforzava il proprio carat­tere nobile con l’eroi­smo militare, aspetto più sostan­ziale della classe nobiliare, e nello stesso tempo ar­chetipo per le altre varianti della nobiltà.

«L’organizzazione dell’engenho, nello stesso tempo fabbrica e fortezza […] concorse notevolmente alla difesa del territorio lungo il litorale. Fabbrica e fortezza con la sua popolazione numerosa, costituita da schiavi e da lavoratori agricoli, la casa-grande degli engenhos oppose la più tenace resistenza all’inva­sione olandese, intimamente legata alla storia del ciclo della coltivazione della canna da zucchero, con cui si stabilì il primo segno della nostra civiltà. Le terre argillose conservavano, nelle immediate vicinanze del litorale, gli engenhos, nelle cui casas-grandes, circondate da mura e costruite come fortezze, per resistere agli attacchi delle tribù indigene, si forgiarono, nell’organizzazione e nella disciplina, le armi per la difesa della Colonia contro le sortite di navi corsare e le invasioni olandesi» (23). Inoltre, Gilberto Freyre sottolinea il carattere fondamentalmente religioso di que­ste operazioni militari: «Si ripetè in America, fra por­toghesi disseminati su un territorio ampio, lo stesso processo di unificazione della penisola: cristiani contro infedeli. Le nostre guerre contro gli indiani non furono mai guerre di bianchi contro pellirosse, ma di cristiani contro selvaggi. La nostra ostilità contro gli inglesi, i francesi, gli olandesi, ebbe sempre lo stesso carattere di profilassi religiosa: cattolici contro ereti­ci. […] Non si lascia entrare nella Colonia il peccato, l’eresia, l’infedeltà e non lo straniero. Nell’indigeno si tratta come nemico l’infedele, non l’individuo di razza diversa o di colore differente» (24).

3. Il ciclo dell’oro e delle pietre preziose

Dopo la colonizzazione del litorale comincia la con­quista dell’interno boscoso. Ha inizio il ciclo del­­l’oro e delle pietre preziose, che sarà profonda­men­­­te segnato dall’opera dei bandeirantes. Con que­sti si delineava un nuovo tratto dell’aristocrazia ru­­­rale brasiliana.

a. «Entradas» e «bandeiras»

Per comprendere l’importanza e la grande funzione delle bandeiras è necessario tenere presente che la colonizzazione portoghese del territorio brasiliano si stabilì inizialmente lungo l’immensa costa ma­rina. Rimaneva da dissodare, conoscere e utilizza­re l’im­­men­so hinterland, che si stendeva al di là di essa.

A questo scopo si mobilitarono tanto l’iniziativa statale, cioè della Corona, quanto l’iniziativa privata.

In generale, le imprese di penetrazione per dis­so­da­re d’ini­ziativa della Corona, rappresentata in Brasi­le dal­le autorità locali, erano denominate entradas, e quelle d’iniziativa privata bandeiras. Come a mostrare fin da questi primordi la maggior efficacia dell’inizia­tiva privata, il bandeirismo ebbe in Brasile un raggio d’azione e abbondanza di risultati molto maggiori.

Secondo Rocha Pombo, le prime spedizioni con il carattere di bandeiras furono quelle «capitanate da Martim de Sá, da Dias Adorno e da Nicolau Barreto». Secondo lo stesso storico, «la funzione di queste prime spedizioni consiste nell’aprire, nell’ampio seno del continente, le vie che devono essere percorse, e che devono rimanere per sempre come valvole, tali da portare fin nelle profondità dell’interno selvaggio il rinascente vigore dei nuclei della zona marittima» (25).

E un altro autore mette in risalto il lato di conquista e di dissodamento delle bandeiras: «Per il loro specifico carattere avventuroso, miravano più a espandersi che a fissarsi, più a conquistare che a stanziarsi, più a sfruttare che a produrre. Furono il braccio conquistatore che dilatò frontiere — e non la vanga quotidiana, instancabile, che elevò dall’alba al tramonto la nostra struttura sociale. Questa sarebbe venuta dal nord, con l’irradiazione dei nuclei culturali della Bahia e del Pernambuco» (26).

Indubbiamente il fine di lucro era uno degli elementi propulsori delle bandeiras. Ma si ingannereb­be pesantemente chi lo immaginasse come l’unico scopo di esse.

«La causa del bandeirismo è sostanzialmente morale, un poco preda degli impulsi del desiderio ardente individuale di tesori da scoprire, un altro poco preda dell’enorme sogno paulista di conquistare per il proprio re […] un impero immenso, che avesse come confini i più precisi limiti naturali — l’Atlantico, il Rio de la Plata, il Paraná, il Paraguay, le Ande e l’Amazzonia» (27).

Non si può affermare che era totalmente estranea ai desideri della maggioranza dei bandeirantes l’e­span­­sione della fede, perché fu l’esito obbligato del dis­sodamento e della stabilizzazione di popolazioni battezzate nei territori sui quali si veniva a esercitare effettivamente l’autorità dei monarchi portoghesi, che avevano sempre fatto di questa espansione uno dei principali obbiettivi dell’epopea delle navi­ga­zioni, e che osservavano con gli stessi occhi le en­tradas e le bandeiras.

«La cappella rustica, costruita di legno e di argilla, e coperta di frasche, era il primo edificio pubblico a sorgere nella confusione dei luoghi scoperti. Ve­niva eretta in qualsiasi punto, spesso sulla cima del­le alture, affiancata dalla croce di legno grezzo, do­minante il paesaggio severo, o talora in fondo a grot­te […]

«Se le speranze fossero state confermate, cioè se nelle vicinanze di quel corso d’acqua l’oro si fosse mostrato abbondante, allora il primitivo accampa­men­­to cresceva di gente, le capanne si moltiplicavano, nasceva qualcosa di simile alle strade e la cappellina veniva ampliata, consolidata, quando non costruita di nuovo. Molte di queste prime chie­­sette, alcune probabilmente ancora degli ultimi anni del secolo XVII, più o meno sfigurate, esistono nelle vicinanze di città e di borgate minerarie di oggi, ricordando con la loro presenza le prime espressioni di vita spirituale in quella terra brasiliana» (28).

 Inoltre, per osservare l’elevazione spirituale relati­va­mente ai paulisti del Brasile coloniale, basta pensare «quanti e quanti abitanti di Piratininga, fra quelli delle sue famiglie migliori, abbandonarono le proprie case e i propri averi per portare aiuto agli abitanti del Nordeste sia contro gli olandesi, sia contro i cariri e i gueren, sia contri i neri di Palmares. […] E a San Paolo dobbiamo questo primo abbozzo di nazionalità, dal momento che non rifiutò mai la sua protezione a nessun punto della Colonia che ne avesse bisogno» (29).

b. Il «bandeirismo» e la «nobiltà della terra»

Bisogna ora sottolineare la funzione delle ban­dei­­ras nella formazione della nobiltà terriera brasi­liana.

In quest’epoca in cui, secondo l’espressione di Jaime Cortesão, «San Paolo ebbe come dintorni l’Atlantico e le Ande e, come vie, il Rio de la Plata e il Rio delle Amazzoni» (30), in queste imprese si lanciarono soprattutto homens bons. E, fra quanti non li erano ancora, molti li divennero in ragione del loro coraggio, perché il «coraggio era il criterio del prestigio sociale di quel tempo» (31).

Perciò, Francisco José Oliveira Vianna afferma pure che «allora la nobiltà paulista era, anzitutto, una nobiltà guerriera […] I titoli di nobilitazione sta­vano nelle gesta dell’uomo che si spingeva nell’in­ter­no […]

«Bisogna capire bene questo aspetto del ban­dei­rismo e della società paulista del secolo I e del secolo II. Quanto è successo qui è perfettamente iden­tico a quanto accadde [nella] prima fase del periodo medioevale […] Nel Medioevo, nei suoi primi secoli, sappiamo che il valore sociale degli uomini era dato allora dal coraggio, cioè dal merito guerresco […] L’ingresso nella categoria dell’aristo­crazia derivava da questo» (32).

4. La «nobiltà della terra» davanti al re e alla nobiltà della Metropoli

Ora si deve illustrare un punto: quale fu l’at­teg­­gia­mento dei re di Portogallo, della Corte e della nobiltà lusitane davanti agli homens bons, alla «nobiltà della terra», che si veniva costituendo nella Colonia? Si trattò di un atteggiamento di aperta accoglienza e tesa a una completa assimilazione, anche quando non fosse possibile identificare gesta eroiche?

a. «Senhor de Engenho»: una condizione di contenuto nobiliare

Pedro Calmon, citando l’autore del Dialogo das Grandezas do Brasil, informa che «
i più ricchi hanno fabbriche con titolo di signori di esse, nome che con­cede loro sua Maestà nelle sue lettere e provviste, e gli altri hanno partite di canna da zucchero […]”. Quindi, senhor de Engenho — prosegue Pedro Calmon — equivaleva a “signoria di contenuto nobiliare”, di tenore feudale: comportava magnificenza. I nobili del Brasile erano loro: peraltro, lo riconosce Fernão Cardim, “si trattavano come conti”» (33).

E Fernando de Azevedo è categorico: «Quello di senhor de Engenho era un titolo di nobiltà fra nobili del regno» (34).

Anche Luís Palacin dice: «Il titolo di senhor de Engenho introduceva di per sé nei quadri della nobiltà e del potere. […] Antonil (35) paragonava l’engenho con la signoria europea: “Essere senhor de Engenho è titolo a cui aspirano molti. […] in Brasile si può considerare l’essere senhor de En­ge­nho quanto in proporzione si considerano i titoli fra i nobili del regno”» (36).

Padre Serafim Leite, l’eminente storiografo della Com­pagnia di Gesù in Brasile, citando una lettera del 1614 del gesuita Henrique Gomes, di Bahia, afferma: «Senhores de Engenho, “titolo che in diverse occasioni adducono per dichiararsi nobili, come in­fatti sono, per la maggior parte, i grandi del Bra­sile”». E padre Serafim Leite nota ancora: «Il fatto ari­sto­cra­­­tiz­zante della coltura dello zucchero e del­l’Engenho è indicato da tutti i moderni, che si occupa­no della vita sociale del Brasile. L’osservazione del ge­suita del 1614 è una buona testimonianza, per i suoi termini espliciti, e per l’epoca in cui viene fatta» (37).

Il che porta Carlos Xavier Paes Barreto a sostenere, relativamente ai senhores de Engenho, che «la nobiltà era propria del singolo. […] Se gli agricolto­ri non avevano, come a Roma, i loro nomi iscritti sulle tavole di marmo degli anfiteatri, avevano però tutte le prerogative della nobiltà» (38).

Quanto sostenuto da questi illustri autori deve essere in un certo modo sfumato. Cioè, il lettore non deve dedurne che il senhor de Engenho era dotato, dal punto di vista nobiliare, di una situazione tanto precisa e inequivoca, né dell’attribuzione di funzioni pubbliche tanto definite, quanto la nobiltà, propriamente detta, del Portogallo.

b. Gli «homens honrados», gli «homens bons»

Luís Palacin sottolinea che, nei documenti dei primi tempi del Brasile Colonia, si trovano indubbiamente «le espressioni consacrate di nobiltà per qualificare personaggi: “fidalgo”, “cavaliere”, “nobile”. Ma si tratta di titoli che si trovano raramente; è più comune inglobare in un titolo più generico tutti quanti la ricchezza, il potere e il prestigio sociale tendevano a rendere uguali in un’unica classe: os principais da terra, homem poderoso, homens muito grossos sono alcune delle espressioni usate. Tuttavia, la formula utilizzata continuamente, e che segna l’intezione nobiliare del potere e del denaro nella società coloniale, è homem honrado.

«Non è facile dare contorni precisi a questo ideale di vita onorata. Si radica, certamente, nelle aspirazioni cavalleresche della nobiltà medioevale» (39).

Vi era anche la definizione di homens bons, che comprendeva non solo le diverse categorie sociali costituenti la «nobiltà della terra», ma pure altre di rilevanza sociale nella vita della Colonia. A questo proposito, Alfredo Ellis Jr. chiarisce: «In ogni borgo vi era il corpo di homens bons, che erano i più importanti del territorio per la nascita, per l’insieme dei beni, per il nome conquistato in lotte diverse contro l’indigeno, contro i nemici esterni o contro le difficoltà dell’ambiente fisico, e così via» (40).

«Questi homens bons — secondo Francisco José Oliveira Vianna — avevano i loro nomi scritti nei Livros de Nobreza, tenuti nei Municipi. […] Il fatto di essere incluso fra i votanti — di essere stato iscritto nel libro dei Municipi come homem bom — era segno indicativo di nobiltà. Che constava dalle cartas de linhagem [lettere di lignaggio], che si era soliti rilasciare a richiesta degli interessati» (41).

c. Privilegi della «nobiltà della terra»: il governo dei municipi

Come si è visto, le élite che costituivano la «nobiltà della terra» avevano dato abbondanti prove di co­raggio, ora in occasione della difesa del litorale bra­­siliano contro le spedizioni di paesi stranieri, co­me la Francia e l’Olanda, ora in occasione del dis­sodamento e delle lotte necessarie perché il po­po­­la­mento cominciasse a estendersi nell’hinterland.

Per questi servizi distinti il monarca concesse a tali élite importanti privilegi, premi e onorificenze. Fra questi privilegi rileviamo quello del governo dei Municipi. Inoltre, questo atteggiamento benevolo della Corona verso la società e lo Stato del Brasile, che si veniva gradatamente strutturando, non si manifestò solamente a proposito dell’eroismo militare.

Rocha Pombo racconta che l’aristocrazia per­nam­bu­­cana, che sarebbe uscita dalle lotte contro i protestanti olandesi circondata da grande fama, reclama per sé determinati privilegi e che «la metropoli è la più sollecita a dare la propria sanzione a questo atteggiamento del popolo pernambucano, facendogli tutte le concessioni, prestando attenzione a tutti i reclami, concedendo l’amministrazione e il governo del territorio agli eroi stessi che l’avevano liberato» (42).

E Alfredo Ellis Jr. conferma: «I poteri municipali erano esercitati dai legittimi conquistatori, e difensori del territorio, contro i loro nemici esterni e interni» (43).

Di fatto, la metropoli ebbe sempre la tendenza a favorire le autonomie proporzionate delle popolazio­ni coloniali. Così, si vede che la scelta dei membri dei consigli dei municipi brasiliani veniva fatta per elezione. Ma questa elezione non si può confondere con quanto oggi si indica con lo stesso termine.

«Il governo dei nostri consigli, nel periodo coloniale, non era democratico nel senso moderno dell’espressione. Il popolo elettore ed eletto, in quest’epoca, il popolo che godeva del diritto di eleggibilità attiva e passiva costituiva una classe selezionata, una nobiltà — la nobiltà degli homens bons. Era un’autentica aristocrazia, in cui figuravano esclusivamente i nobili per nascita giunti qui oppure qui immigrati e stabiliti, e i loro discendenti, i ricchi senhores de Engenho; l’alta burocrazia civile e mi­litare della Colonia, e i suoi discendenti. A questa nobiltà si aggiungevano elementi venuti da un’altra classe — la classe degli homens novos, borghesi arricchiti con il commercio e che, per la loro condotta, stile di vita e fortuna e per i servizi alla comunità locale o alla città, erano penetrati negli ambienti sociali della nobiltà di nascita o di funzione» (44).

Anche Alfredo Ellis Jr. conferma il privilegio che «i poteri municipali fossero esercitati dagli homens bons, cioè dalla nobiltà della terra» (45).

E anche il comunista brasiliano Caio Prado Jr., decisamente non sospetto, sottolinea il privilegio co­stituito dal governo dei municipi per l’aristocrazia rurale: «Nelle elezioni per le cariche amministra­tive municipali votano solamente gli homens bons, la nobiltà, come si chiamavano i proprietari. Tale privilegio veniva difeso da loro con cura» (46).

A sua volta, Manoel Rodrigues Ferreira afferma che i «nomi [degli eletti] erano portati a conoscenza del­l’Uditore Generale, che li avrebbe esaminati e avrebbe spedito un documento detto “lettera di conferma di usi”, o semplicemente “lettera di conferma”, ratificando la scelta effettuata, e così gli eletti potevano entrare in carica. […]

«Le “lettere di conferma di usi” […] si giustificavano perché, come abbiamo già visto, potevano essere eletti solamente gli homens bons del borgo (o città), che costituivano la sua nobiltà locale» (47).

Plinio Corrêa de Oliveira

 

 

Note:

(1) Fernando de Azevedo, Canaviais e Engenhos na Vida Política do Brasil, in Idem, Obras completas, 2a ed., vol. XI, Edições Melhoramentos, San Paolo, p. 65.

(2) Pedro Calmon, História do Brasil, Livraria José Olympio Editora, Rio de Janeiro 1959, vol. 1, p. 170.

(3) Ibidem.

(4) Ibidem.

(5) Nestor Duarte, A Ordem Privada e a Organização Política Nacional, Editora Nacional, col. Brasiliana [172], San Paolo 1939, pp. 42 e 44.

(6) Cfr. Rocha Pombo, História do Brasil, W. M. Jackson Inc. Editores, Rio de Janeiro 1942, vol. I, pp. 131-133.

(7) P. Calmon, op. cit., vol. 1, p. 172.

(8) Idem, op. cit., vol. 2, pp. 355-356.

(9) Ibid., p. 358.

(10) F. de Azevedo, Canaviais e Engenhos na Vida Política do Brasil, cit., p. 107.

(11) Hélio Vianna, Formação Brasileira, Livraria José Olympio Editora, Rio de Janeiro 1935, pp. 36, 38 e 39.

(12) P. Calmon, op. cit., vol. 2, p. 360.

(13) Gilberto Freyre, Casa-Grande & Senzala, Editora José Olympio, 5a ed., San Paolo 1946, vol. I, p. 24.

(14) P. Calmon, op. cit., vol. 3, p. 916.

(15) F. de Azevedo, Canaviais e Engenhos na Vida Política do Brasil, cit., p. 80.

(16) Ufficiale francese arruolato dal governo del primo Impero per comandare le forze brasiliane nella lotta armata di consolidamento dell’Indipendenza.

(17) Cfr. F. de Azevedo, Canaviais e Engenhos na Vida Política do Brasil, cit., p. 48.

(18) Fernão Cardim S.J., Tratados da Terra e Gente do Brasil, Livraria Itatiaia Editora, Belo Horizonte, pp. 157-158.

(19) Valeroso Lucideno: opera pubblicata a Lisbona nel 1648, contiene la narrazione — scritta nel pieno della lotta — dell’epica insurrezione pernambucana contro l’eretico olandese, narrata da fra’ Manuel Calado, detto anche fra’ Manuel do Salvador, uno degli eroi di tale insurrezione.

(20) Francisco José Oliveira Vianna, Populações Meridionais do Brasil, Companhia Editora Nacional, San Paolo, 3a ed., vol. I, p. 7.

(21) Ibid., p. 9.

(22) João Alfredo Corrêa de Oliveira, O Barão de Goiana e sua Época Genealógica, in Idem, Minha Meninice & outros ensaios, Editora Massangana, Recife 1988, p. 71.

(23) F. de Azevedo, A Cultura Brasileira. Introdução ao Estudo da Cultura no Brasil, Editora Melhoramentos, San Paolo, 3a ed., p. 154.

(24) G. Freyre, op. cit., vol. I, pp. 350-351.

(25) Rocha Pombo, op. cit., vol. II, p. 293.

(26) Almir de Andrade, Formação da Sociologia Brasileira, vol. I, Os primeiros estudos sociais no Brasil, Livraria José Olympio Editora, Rio de Janeiro 1941, p. 100.

(27) F. Contreiras Rodrigues, Traços da Economia Social e Política do Brasil Colonial, Ariel Editora, 1935, p. 181.

(28) Afonso Arinos de Melo Franco, A Sociedade Bandeirante das Minas, in AA.VV., Curso de Bandeirologia, Departamento Estadual de Informações, 1946, p. 90.

(29) F. Contreiras Rodrigues, op. cit., p. 190.

(30) Jaime Cortesão, Raposo Tavares e a Formação Territorial do Brasil, Imprensa Nacional, Rio de Janeiro 1958, p. 135.

(31) F. J. Oliveira Vianna, Instituções Políticas Brasileiras, 2a ed., vol. I, p. 170.

(32) Ibid., pp. 170-171.

(33) P. Calmon, op. cit., vol. 2, p. 358.

(34) F. de Azevedo, Canaviais e Engenhos na Vida Política do Brasil, cit., p. 88.

(35) Pseudonimo del gesuita João António Andreoni, che fu in Brasile nel 1711 e scrisse Cultura e Opulência do Brasil por suas Drogas e Minas.

(36) Luís Palacin, Sociedade Colonial. 1549 a 1599, Editora da Universidade Federal de Goiás, Goiânia 1981, pp. 181-182.

(37) Serafim Leite S.J., História da Companhia de Jesus no Brasil, Instituto Nacional do Livro, Rio de Janeiro 1945, t. V, p. 452.

(38) Carlos Xavier Paes Barreto, Os Primitivos Colonizadores Nordestinos e seus Descendentes, Editora Melso, Rio de Janeiro, 1960, p. 127.

(39) L. Palacin, op. cit., p. 184.

(40) Alfredo Ellis Jr., Resumo da História de São Paulo, Tipografia Brasil, San Paolo 1942, p. 109.

(41) F. J. Oliveira Vianna, Instituções Políticas Brasileiras, cit., vol. I, p. 162.

(42) Rocha Pombo, op. cit., vol. III, pp. 179-180.

(43) A. Ellis Jr., Amador Bueno e seu Tempo, p. 66.

(44) F. J. Oliveira Vianna, Instituções Políticas Brasileiras, cit., vol. I, p. 162.

(45) A. Ellis Jr., Resumo da História de São Paulo, cit., p. 107.

(46) Caio Prado Jr., Evolução Política do Brasil e outros estudos, Editora Brasiliense, 7a ed., San Paolo 1971, p. 29.

(47) Manoel Rodrigues Ferreira, As Repúblicas Municipais no Brasil, Prefeitura do Município de São Paulo, San Paolo 1980, pp. 45-46.

 

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 Plinio Corrêa de Oliveira

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