Le «élite» brasiliane nel ciclo socio-economico del caffè

Plinio Corrêa de Oliveira 26 anni fa
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Plinio Corrêa de Oliveira, Cristianità n. 230-231 (1994)

 

«Genesi, sviluppo e declino della “nobiltà della terra”» (terza parte)

Le «élite» brasiliane nel ciclo socio-economico del caffè

 

L’opera Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, di Plinio Corrêa de Oliveira — pubblicata in italiano da Marzorati (Settimo Milanese [Milano] 1993) —, è stata stampata in più aree linguistiche e culturali, talora arricchita dalla verifica storica delle tesi in essa sostenute, esposta nella forma di consistenti appendici. L’edizione in portoghese comprende appunto l’appendice No Brasil Colónia, no Brasil Império e no Brasil República: génese, desenvolvimento e ocaso da «Nobreza da terra» (cfr. Nobreza e elites tradicionais análogas nas alocuções de Pio XII ao Patriciado e à Nobreza romana, Livraria Civilização-Editora, Oporto 1993, pp. 159-201). La traduzione della terza e ultima parte (pp. 187-201) è redazionale.

 

5. Un «feudalesimo brasiliano»

I fatti narrati fino a questo punto illustrano la fon­dazione e l’estensione dei poteri e delle élite lo­cali, negli abitati del Brasile Colonia, nei quali era­no presenti, come è già stato detto, tanti tratti di feu­dalesimo.

Poiché oggi è generalmente diffusa l’idea che l’Ame­rica è un continente completamente democra­ti­co, sul cui suolo le monarchie e le aristocrazie so­no piante incapaci di crescere — questa idea fu, per esempio, uno dei Leitmotiv della propaganda re­pubblicana che abbattè in Brasile il trono dei Bra­ganza —, non pare superfluo che, prima di de­scrivere in questa sede il declino del «feudalesimo co­loniale» brasiliano, vengano ricordati alcuni testi di storici, che testimoniano il carattere feudale, pa­­ragonabile a quello europeo, di quanto — chiara­men­­te per analogia — si potrebbe chiamare «feu­da­le­­simo brasiliano».

Gilberto Freyre afferma: «[…] il popolo che, se­con­do Herculano, aveva poco conosciuto il feu­da­le­simo, retrocedette nel secolo XVI all’era feudale, rivivendone i metodi aristocratici nella co­lo­niz­za­zio­ne dell’America. Fu come una compensazione o rettificazione della propria storia» (1).

«Silvio Romero ha chiamato il primo secolo della Colonia il nostro secolo feudale, il nostro Medioevo. Ne corregge il concetto, con diversa precisione e derivazione critica, Martins Júnior, sostenendo che questo Medioevo, vale a dire questo feudalesimo, continua a vivere nei secoli secondo e terzo» (2).

E Charles Morazé (3) aggiunge: «Questi potenti pro­­­prietari terrieri si organizzavano con un’autori­tà com­­­pletamente feudale. Si appoggiano su una fami­glia di tipo pariarcale, la cui tradizione è ancora vi­va nel Brasile moderno» (4).

Evidenziando la funzione della famiglia come ba­se del­l’organizzazione feudale, Nestor Duarte di­ce che «l’or­­ganizzazione familiare si trapianta con il caratte­re proprio dell’organizzazione porto­ghe­­se e qui ri­na­­­sce in circostanze altamente favore­vo­­li al suo pri­­­mitivo prestigio e alla sua forza al­l’origine delle società umane. Autentica rinascita dei tempi eroici o, se vogliamo, dei tempi feudali» (5).

Questi tratti di somiglianza fra i feudalesimi di qui e di là dell’Atlantico devono essere ricordati, ma senza trascurare o dimenticare quanto presentava di originale in questo campo l’organizzazione del Brasile Colonia.

Uno degli aspetti più evidenti di questa originalità è costituito dalla grande importanza che avevano i mu­ni­cipi, con le loro libertà particolari, in questo con­testo feudale. Infatti, come abbiamo già visto, la lo­ro organizzazione era eminentemente aristocratica.

Charles Morazé sottolinea che «l’autorità municipale, nel periodo in cui, in Francia, regnava la cen­tralizzazione di Luigi XIV, manteneva nell’insieme del Brasile un sistema strettamente feudale».

E aggiunge che la vita politica municipale in Brasile si presenta «con un’originalità molto forte, che la distingue assolutamente dalla vita politica municipale dei paesi dell’Europa nello stesso periodo» (6).

Nestor Duarte dice ancora: «In questo municipio feudalizzato, i suoi consigli, o il senato dei suoi consigli, sono costituiti dai senhores de Engenho, dai nobili terrieri che rivendicano come autentico privilegio il fatto di essere gli unici eletti» (7).

Dal canto suo, Francisco José Oliveira Vianna afferma tassativamente: «Soprattutto nel periodo coloniale, il servizio pubblico dell’amministrazione […] poteva essere esercitato soltanto da nobili o da gente qualificata». Quanto all’importanza della «gente qualificata», poteva «essere dedotta dalla discendenza nobile o di sangue (lignaggio) o di carica, oppure di fortuna, come nel caso dei commercianti (a condizione che vivessero “secondo la legge della Nobiltà”, come si diceva allora, cioè con lo stile di vita dei vecchi nobili della penisola)» (8).

6. La centralizzazione del potere e la riduzione dei privilegi della «nobiltà della terra»

a. L’offensiva dei legisti e la perdita d’autonomia dei municipi

Ora, tutta questa struttura, formata in Brasile per buona parte in modo consuetudinario, ma con il gra­dimento della Corona portoghese, subì, alla fine del secolo XVII, una consistente aggressione prove­nien­­te dall’esterno della Colonia e che l’avrebbe fat­­ta de­­clinare a poco a poco: «Si ripete in America l’e­­vo­­­­luzione amministrativa e politica della metropo­li. Al­la fase marziale dei ca­pitani generali, dei capitani maggiori assoluti, suc­cede quella, civile e letterata, del pretore e del po­destà. Si tratta del baccelliere che viene (o ritorna) da Coimbra con la rilevanza che aveva nel Re­gno, dal momento che la sua giurisdizione supera i confini del foro per abbracciare l’ordinamento del go­verno municipale. […] Elimina i privilegi residui del­la nobiltà (cioè, dei potentati locali), come in al­tri tempi in Portogallo, i podestà di Giovanni II ave­vano avuto la meglio sulle resistenze dei grandi ti­tolati: con l’esercizio inflessibile della loro funzio­ne».

Il pretore «non è altro che il legista. […] Non è soltanto (si noti bene) un operatore di tale Diritto dogmatico: è soprattutto un funzionario dell’unificazione dello Stato.

«La tendenza centralizzatrice e paternalistica della monarchia comincia con l’intervento nei consigli municipali» (9).

b. Il riflusso della «nobiltà della terra» dalle città alle fattorie

Non è difficile immaginare che, durante il processo di sviluppo dei principali centri urbani — che costituiva occasione per costruire chiese, spesso di eccellente valore artistico, edifici imponenti come Palazzi Municipali e altri, per il Potere Pubblico oppure come dimore di lusso —, tali centri attirassero sempre più le famiglie degli homens bons e della «nobiltà della terra». Infatti, il loro con­vergere verso tali centri, le feste familiari e le cerimonie religiose, spesso rivestite di splendore, favorivano i rapporti sociali fra persone della stessa categoria. E questi rapporti, a loro volta, offrivano occasioni per fidanzamenti e per matrimoni.

Ma l’influenza dei legisti aveva spesso emarginato dalla vita politica dei municipi la «nobiltà della ter­ra», e gli homens bons, che in precedenza operavano in tali istituzioni di governo, dotati di un consistente ambito di autonomia. Essi tesero allora a rifluire dalle città alle fattorie, nelle quali rimaneva loro un campo di grandezza illimitata per intensi­fi­care le attività di piantagione e di allevamento del bestiame.

Tale esistenza tranquilla e degna non era sprov­vi­sta di considerevoli meriti per il bene comune. Fran­cisco José Oliveira Vianna spiega: «Allontanata dalle cariche superiori del governo coloniale, la nobiltà terriera si ritira, modestamente, nella penom­bra rurale, e pascola il bestiame, e fabbrica lo zuc­chero, ed estrae l’oro e viene estendendo in que­sto modo la colonizzazione e la coltivazione del­­l’interno con l’estensione dei suoi abbattimenti e con la moltiplicazione dei suoi bovili» (10).

Le élite rurali aumentavano in questo modo i rispettivi patrimoni, e potevano ostentare un lusso ancora maggiore, meno nella vita quotidiana isolata e senza pretese delle Casas-grandes che nelle occasioni in cui tutti i componenti della classe elevata si incontravano nella città.

Così, almeno per un certo tempo, quanto la classe aristocratica aveva perso in potere politico, ricuperava in prestigio sociale.

c. Decadimento dell’influenza aristocratica

Ma, a questo proposito, è necessario non alimentare illusioni. Lontano dal litorale — al quale il commercio portava le più recenti mercanzie ispirate dalle mode che si succedevano in Europa, come pure mobilia e oggetti di uso personale più aggiornati (11) — la vita e i modi d’essere della «nobiltà della terra» furono stagnanti. Com’era inevitabile, in questa stagnazione essa diveniva più sensibile a una certa assimilazione di costumi e di atteggiamenti locali. In una parola, alla fisionomia aristocratica di queste élite dell’interno si mescolavano tratti rustici.

Lo stesso Francisco José Oliveira Vianna indica il dilemma delle élite brasiliane della «nobiltà della terra»: «O scelgono la campagna, dove sono i loro interessi principali; o la città, centro solamen­te di divertimento e di dissipazione. Con il passare del tempo, finiscono per scegliere la campagna, com’è na­turale; e si rinchiudono, a poco a poco, nell’oscu­ri­tà e nel silenzio della vita rurale.

«Di questo ritiro, di questa ritirata, di questa sor­ta di transumanza della nobiltà coloniale verso l’interno, ci dà significativa testimonianza il conte di Cunha, il primo vicerè brasiliano. In una lettera diretta al Re, nel 1767, dice: […]

«“Queste persone, che erano quanti potevano bril­lare e figurare nella città e che la no­bi­li­ta­va­no, sono attualmente disperse nei distretti più re­moti, e a grandi distanze le une dalle altre, senza rap­porti con nessuno, e molte di esse si sono sposate malamente, e alcune hanno lasciato figli naturali e mulatti, che sono loro eredi”» (12).

E il medesimo autore aggiunge anche: «La nostra nobiltà terriera si presenta, durante il secolo IV, perfettamente rurale nella sua quasi totalità, per gli abiti, per i costumi e, soprattutto, per lo spirito e per il carattere. Non resta loro nulla delle tradizioni dell’antica nobiltà peninsulare, se non il culto cavalleresco della famiglia e dell’onore» (13).

7. Il trasferimento della Corte portoghese in Brasile

Questo periodo di tranquillità bucolica cessò per un inatteso effetto delle grandi guerre e rivoluzioni che scuotevano l’Europa già da vent’anni. Si trattò dell’arrivo in Brasile di Giovanni, principe reggente di Portogallo, che usava anche il titolo di principe del Brasile, perché era erede del trono lu­sitano ed esercitava tutti i poteri di monarca, a causa dello stato di demenza in cui era caduta sua madre, la regina Maria I.

Francisco José Oliveira Vianna descrive con viva­ci­tà tale avvenimento: «Questo grande acca­di­mento storico segna infatti un’epoca decisiva di considerevole trasformazione nella vita sociale e politica della nostra nobiltà terriera.

«In realtà, da Minas, da San Paolo, dalle zone interne dello Stato di Rio de Janeiro, il nostro bril­lante patriziato rurale inizia, a partire da quest’epoca, il suo movimento di discesa verso il centro ca­rioca, dove si trova il capo del nuovo Impero. I suoi migliori elementi, il fior fiore della sua aristocrazia, cominciano a frequentare questa Versailles tropicale, che si situa a São Cristóvão» (14).

Si trovano, a Rio de Janeiro, «da una parte, una borghesia di recente formazione costituita da commercianti arricchiti con l’intensificarsi del commercio, derivante dalla legge di apertura dei porti; dall’altra, una folla aristocratica di nobili portoghesi, che era venuta insieme al Re» (15).

Non meraviglia che l’incontro fra elementi eterogenei producesse forti attriti. In questo senso fa ancora stato Francisco José Oliveira Vianna: «Queste tre classi si affrontano, inconfondibili e ostili all’interno della Corte, vicino al Re. I “nobili della terra”, ricchi di zuccherifici e di fattorie, con il loro storico disprezzo per i contadini e per i mercanti. I mercanti, consapevoli della propria ricchezza e della propria forza, resi suscettibili da questo di­s­prezzo offensivo. I portoghesi trasferiti, con la pro­sopopea dei propri lignaggi nobiliari e il tono impertinente di civili che si trovano in terre di barbari» (16).

Concludendo la storia della «nobiltà della terra» nel periodo coloniale, si può dire con Francisco José Oliveira Vianna: «Come si può vedere, nella vita pubblica, nella vita privata, nella vita amministrativa, questi organismi parentali — potentemente appoggiati sulla moltitudine di suoi clan feudali — attraversano i tre secoli coloniali ostentando prestigio e potere» (17).

8. I titoli di nobiltà dell’Impero

Quali riflessi ha avuto, sulla «nobiltà della terra», la creazione dei titoli nobiliari dell’Impero? Pochissimi. Si potrebbe quasi dire nessuno.

La Costituzione Imperiale Brasiliana del 1824 non riconosceva privilegi di nascita: «Sono aboliti tutti i privilegi non giudicati essenziali e completamente legati alle cariche di pubblica utilità» (18).

Questa disposizione della prima Costituzione Im­pe­riale portava come conseguenza il non riconoscimento dell’ereditarietà dei titoli di nobiltà, concessi dall’Imperatore.

Questa disposizione rifletteva l’influenza dell’indi­vi­dualismo e del liberalismo, che soffiò, in Europa come in America, durante tutto il secolo XIX, e che ancora attualmente è presente in molte istituzioni, leggi e costumi.

L’idea era che il titolo di nobiltà sarebbe stato com­patibile con i progressi di quei tempi solamente se avesse premiato i meriti individuali. I meriti degli an­tenati non avrebbero dovuto in nessun modo be­ne­ficare i rispettivi discendenti. Da ciò la non ere­­ditarietà dei titoli.

In quanto semplice premio, il titolo di nobiltà non poteva conferire giurisdizione specifica su nessuna por­zione del territorio nazionale, soprattutto su terre delle quali il decorato fosse proprietario. La scru­­polosa dissociazione fra proprietà privata e po­te­re po­litico era considerata condizione essenziale perché un regime aggiornato ai princìpi della Rivoluzio­ne francese non si confondesse con il feudalesimo, contro il quale le fazioni liberali svolgevano ancora un’attiva campagna.

A questo proposito è concludente la testimonianza di Oliveira Lima: «Lo stesso Impero brasiliano fu democratico più che nell’etichetta, tanto che, orga­niz­­zando la propria nobiltà, non la fece ereditaria, condizione di perpetuità. La Costituzione monar­chi­­ca del 1824 non riconosce privilegi di nascita: l’aristocrazia allora formatasi era ricompensata per i suoi meriti e servizi personali e parte di essa era anche rappresentativa della ricchezza, che costitui­sce uno dei sostegni dello Stato e un campo in cui sono necessarie le attività individuali» (19).

Fra i titolati dell’Impero si trovano casi in cui padre e figlio avevano lo stesso titolo di nobiltà. Op­pure, talora, il titolo aveva una denominazione diversa, benché venisse ripetuto lo stesso toponimo o lo stesso nome di famiglia. Tuttavia, questo fatto non significava ereditarietà del titolo di nobiltà, posto che questo veniva conferito con carattere personale, al padre e al figlio, come ricompensa per i loro meriti individuali.

Tale fu, per esempio, il caso del visconte del Rio Branco, primo ministro dell’Impero nel 1871, e di suo figlio, il celebre barone del Rio Branco, diploma­ti­co di consumato valore, che si fece notare soprattut­to nell’elaborazione dei trattati necessari alla definizione precisa dei confini fra il Brasile e i suoi numerosi vicini.

Il barone del Rio Branco divenne celebre per il suo operato come ministro degli Esteri durante il regime repubblicano, nel primo decennio di questo secolo. Ma, già prima della caduta della monarchia, l’imperatore gli aveva concesso il titolo di barone «del Rio Branco», indubbiamente per far piacere a suo padre.

D’altro canto, i discendenti di un certo numero di titolati dell’Impero, quando il titolo di nobiltà era unito a un toponimo — visconte di Ouro Preto, marchese di Paranaguá — non usavano il titolo propriamente detto, ma adottarono, invece del cognome della famiglia, lo stesso nome del luogo con cui il titolo aveva relazione: per esempio, N di Ouro Preto oppure V di Paranaguá. Anche questo comportamento, forse non strettamente legale, non com­por­tava ereditarietà del titolo di nobiltà.

Come si vede, titoli concessi solamente ai decorati, con esclusione della discendenza, non avrebbero potuto dare origine a una classe sociale nel senso stretto della parola. Infatti quest’ultima ha condizioni normali di esistenza solamente quando è costituita da famiglie e non da semplici individui.

Così, com’è stato detto precedentemente, la ripercussione di questi titoli sulla «nobiltà della terra» era quasi nulla.

Conferito a un «nobile della terra», il titolo di no­biltà dell’Impero, tanto svuotato del suo contenuto storico, aveva una portata non molto superiore a una semplice decorazione. Poteva elevare il decorato all’interno della sua classe. Si trattava di un effetto molto meno consistente della concessione del­la signoria della terra da parte dei re di Portogallo. E questo tanto più quanto gli imperatori Pietro I e Pietro II non si limitarono a conferire titoli di nobiltà a senhores da terra, ma a brasiliani di qual­siasi estrazione sociale, qualora li considerasse­ro meritevoli di questa distinzione sulla base dei servizi resi al paese.

9. La monarchia parlamentare e la «nobiltà della terra»

a. I «clan» elettorali

La dichiarazione d’indipendenza del Brasile, nel 1822, portò con sé l’instaurazione della monarchia par­lamentare e, quindi, del regime elettorale rappre­sen­tativo. In questo modo il quadro politico si trasformava profondamente.

Si sarebbe potuto dire che, in un quadro politico così profondamente trasformato e siccome i titoli dell’Impero venivano concessi solo occasionalmente e con carattere individuale ai membri della «nobiltà della terra», questa sarebbe svanita come un ricordo storico ormai senza nesso con il presente.

Non è accaduto così.

Di fronte a tali trasformazioni, la «nobiltà della terra» non si lasciò rendere inerte. Al contrario, cercò di perpetuare il proprio potere politico nelle nuove condizioni create dall’instaurazione in Brasile di una democrazia coronata.

Nel sistema democratico, l’elettorato detiene tutta o quasi tutta la sovranità. Quindi, comanda chi ha influenza sull’elettorato. Ora, fatta eccezione, in una certa misura, per i centri urbani realmente im­portanti, l’influenza sull’elettorato apparteneva ai senhores da terra. Così, la maggioranza dei voti dipendeva dalla «nobiltà della terra», che esercitava il proprio potere attraverso i partiti politici, perché il partito vive della propria forza elettorale, che era nelle mani dei nobili terrieri.

L’organizzazione che questi si diedero per conser­vare il prestigio d’altri tempi è fantasiosa e impreve­di­bile.

Ci informa ancora Francisco José Oliveira Vianna: «Questi signori rurali — fino ad allora dispersi e autonomi, nella loro situazione di piccoli autarchi — si mostravano ora uniti e irregimentati […] Ora sono raccolti in due gruppi massicci, ciascuno di essi con un capo visibile, con governo e autorità in tutto il municipio e al cui comando tutti ubbidiscono. […] Ora sono tutti uniti sotto un’etichetta […] sono Conservatori o Liberali» (20).

Non deve sorprendere che, soprattutto nei primi de­cenni del regime imperiale, siano avvenute trasfor­ma­­zioni degne di nota nei quadri politici del paese. Fran­cisco José Oliveira Vianna le descrive in questi ter­mini: «Chiamiamo queste nuove e piccole struttu­re locali, sorte in Brasile nel secolo IV, clan elettora­li. Infatti sono tanto clan quanto quelli feudali e quelli parentali, […] perché hanno la medesima struttura, la stessa composizione e la stessa finalità di questi; hanno soltanto una base geografica più ampia, dal momento che comprendono tutto il muni­cipio e non solamente l’area ridotta di ogni feudo (engenho o fattoria). Dal canto loro, questi piccoli gruppi locali, dopo il 1832 (21), cominciarono ad af­filiarsi ad associazioni più vaste, che sono i Partiti Politici, in un primo momento a base provinciale, quindi a base nazionale — il Partito Conservatore e il Partito Liberale, con sede nel centro dell’Impero e con capi provinciali nei Presidenti di Provincia» (22).

b. Guardia Nazionale e «nobiltà della terra»

Con la legge del 18 agosto 1831 vennero chiuse le vecchie istituzioni militari della Colonia, i Corpos de Milícias, le Guardie Municipali e le Ordenanças, e creata la Guardia Nazionale.

Dato l’alternarsi di uno dei due partiti nel governo imperiale e a partire dal momento in cui il potere centrale avocò a sé la nomina delle autorità locali, fino ad allora elettive, fu grande l’aspirazione della classe aristocratica dei capi di clan elettorali di lucrare le simpatie dei Presidenti di Provincia, «che indicavano al Centro i nomi dei beneficiari, non solo per i posti, allora estremamente importanti, della Guardia Nazionale, ma anche per la nobiltà dell’Impero» (23).

Quindi, importa conoscere i rapporti della Guardia Nazionale con la «nobiltà della terra»: «Quanto alla costituzione dei clan elettorali […] non verrà mai troppo sottolineata la funzione esercitata dalla Guardia Nazionale. I quadri degli ufficiali di que­­sta guardia costituivano il luogo in cui si concentrava tutta la nobiltà rurale. […]

«Nell’Impero, i posti di ufficiali della Guardia Nazionale erano dignità locali elevate come lo erano, nella Colonia, quelli di pretore o di Capitano maggiore reggente e costituivano una nobiltà locale della più elevata qualificazione.

«Il titolo di “colonnello” o di “tenente colonnello”, che la Repubblica ha svalutato, volgarizzandolo, era la più alta distinzione conferita a un proprietario terriero del municipio. Il modesto titolo di “al­fiere” era dato solamente a uomini importanti e localmente autorevoli. […]

«La funzione politica della Guardia Nazionale era proprio questa: permettere al signore più ricco o più potente (per la protezione che gli elargiva il Governatore, concedendogli il reclutamento, la polizia civile e militare, il consiglio municipale con i suoi ispettori all’annona) d’imporsi agli altri clan feudali e signorili» (24).

Dal canto suo, Rui Vieira da Cunha afferma: «Infatti, la Guardia Nazionale raggiungeva una ta­le enorme grandezza da comprendere l’ossatura socia­le dell’Impero. Attraverso di essa scorrevano potere e influenza, il che la rendeva aristocratica, con­trariamente alla de­mocra­tiz­zazione dei titoli no­biliari, benefici onorifici.

«L’interpretazione sistematica degli articoli della legge istitutiva delle Guardie Nazionali […] portava all’affermazione conclusiva: “Gli ufficiali delle Guardie Nazionali sono pari in nobiltà a quelli delle truppe di linea”» (25).

10. Il ciclo del caffè

A metà del secolo XVIII aveva avuto inizio il ciclo del caffè, favorendo la comparsa di un nuovo aspetto della «nobiltà della terra» brasiliana. Era nata la cosiddetta «aristocrazia del caffè», il cui prestigio e la cui influenza segnarono soprattutto la vita dell’Impero e, dopo la caduta di questo, alcuni decenni della Repubblica.

A questo proposito Roger Bastide dichiara: «Dopo le civiltà dello zucchero e dell’oro, la terza grande ci­viltà sviluppatasi in Brasile fu quella del caffè. […]

«Il caffè si situa dai fasti dell’Impero fino alla mor­te di Getúlio Vargas. Il caffè crea un’aristocrazia (26) e distrugge (o almeno trasforma) questa sua crea­tura. […]

«Il caffè si confonde con la storia del secolo XIX e con l’inizio del secolo XX».

Trascrivendo un’opinione di Gilberto Freyre, Ro­ger Ba­stide prosegue: «Proprio il caffè fa sbocciare nel­la provincia di San Paolo, quasi due secoli dopo Ba­hia e Pernambuco, un’identica società patriarcale. I baroni del caffè, dice lui [Gilberto Freyre], avreb­­bero continuato e avrebbero riprodotto l’aristo­cra­zia dello zucchero» (27).

a. La proclamazione della Repubblica e l’aristocrazia rurale

Proclamata la Repubblica nel 1889, non per questo scomparve l’influenza politica delle famiglie provenienti dalla vecchia «nobiltà della terra».

E, parallelamente, rimaneva preponderante il loro prestigio sociale. Nello stesso tempo, esse perfezionavano il loro modo d’essere e i loro costumi, assimilando con rapidità e con intensità le maniere e lo splendore della vita sociale dei migliori ambienti europei. È significativa, a questo proposito, la testimonianza di Georges Clemenceau, in occasione del suo viaggio in Brasile nel 1911. Quest’uomo politico francese, noto in tutto il mondo, e presidente del Consiglio dei Ministri della Francia durante la prima guerra mondiale, scrisse: «Quanto all’“élite sociale”, […] siamo sempre costretti a tornare al punto di partenza di un’oligarchia feudale, centro di tutta la cultura e di tutta la raffinatezza. […] Il piantatore (Fazendeiro) va cercato nella sua piantagione (Fazenda), nel centro del suo dominio. Feudatario perfetto, imbevuto del pensiero europeo, aperto a tutti gli elevati sentimenti di generosità sociale che avevano caratterizzato, in un deter­mi­­nato momento, la nostra aristocrazia del secolo di­ciottesimo, […] è infinitamente superiore alla media dei suoi simili europei nati dalla tradizione o sorti dagl’imprevisti della democrazia. […] A Parigi, passereste a fianco di questo dominatore senza rendervene conto, a tal punto differisce dal tipo presentato dalla satira, per la modestia del suo parlare e per la semplicità della sua figura. […]

«La città di San Paolo è tanto curiosamente francese in alcuni dei suoi aspetti che, per tutta una settimana, non ho avuto la sensazione di trovarmi all’estero. […] La società paulista […] presenta il duplice fenomeno di orientarsi decisamente verso lo spirito francese e di sviluppare parallelamente tutti i tratti di individualità brasiliana, che determinano il suo carattere. Certamente il paulista tende a essere paulista fin nel più profondo della sua anima. Paulista tanto in Brasile come in Francia o in qualsiasi altro luogo. Posto questo, ditemi se vi è mai stato, sotto la figura di un commerciante, nello stesso tempo prudente e audace, che seppe valorizzare il caffè, un francese di modi più cortesi, di conversazione più piacevole e di delicatezza di spirito più aristocratica» (28).

Tuttavia, le trasformazioni generali della vita dell’Occidente, sia durante l’Impero, sia durante i primi decenni della Repubblica, vennero influenzando in modo ineluttabile la società brasiliana. E questo a detrimento delle vecchie élite rurali.

Le crescenti facilità di comunicazione con l’Europa e con gli Stati Uniti d’America diffondevano in Brasile il pensiero sempre più ugualitario — e quindi avverso alle aristocrazie e alle élite sociali di ogni genere —, che soffiava nel Vecchio Mondo come nella giovane e vigorosa federazione nor­d­ame­ricana.

Così, gli elementi più colti della società brasiliana, nella loro maggioranza favorevoli a seguire gl’impulsi provenienti dai grandi centri mondiali, venivano guardando con crescente antipatia il contrasto fra la democrazia di facciata, vigente in Brasile, e la democrazia sempre più effettiva praticata nelle nazioni di maggior prestigio. Il potere politico della classe agraria sembrava loro un’impostura, una falsificazione del regime esistente.

«Le idee liberali si diffondono con l’istruzione. […] Con il caffè, esse cominciano a prosperare nei corridoi della Facoltà di Diritto di San Paolo, fra i figli dei proprietari terrieri, facendo trionfare successivamente l’abolizionismo, la repubblica, la rivolta contro il monopolio politico dei ricchi “colonnelli”» (29).

Si venivano fondando, nel paese, organi di stampa, nella loro maggioranza favorevoli al­l’in­stau­ra­zio­ne di quanto chiamavano l’autenticità de­mo­cratica.

Come il Partito Repubblicano, difensore discreto ma potente dello status quo, cresceva il Partito Democratico, portavoce del trasformismo politico.

b. La crisi del caffè

Alla fine degli anni Venti del secolo XX, una formidabile crisi scosse la coltura del caffè, soprattutto nello Stato di Minas Gerais, in quello di Rio de Janeiro e in quello di San Paolo. Fu causata dalla politica inetta della Repubblica, di fronte a una pro­duzione superiore al consumo sul mercato mon­dia­le. Questa crisi imprevista colse un grande numero di coltivatori di caffè in piena fase di in­de­bi­ta­mento, necessario in parte per accrescere la propria produzione già eccessiva, in parte per la costru­zio­ne o l’abbellimento delle abitazioni della classe dei proprietari terrieri nei grandi centri.

Infatti, grazie alle reti ferroviaria e stradale in net­­ta espansione, i coltivatori di caffè tendevano sem­pre più a localizzare le proprie residenze urbane non nelle piccole città vicine alle rispettive fattorie, ma nei grandi centri, ormai per loro facilmente ac­cessibili, e nei quali potevano condurre una vita sociale brillante, come pure fornire ai figli e alle figlie una raffinata educazione secondaria nei collegi di religiosi dell’uno o dell’altro sesso, provenienti soprattutto dall’Europa. E, inoltre, i genitori pote­va­­­no seguire da vicino la vita dei figli impegnati in stu­­di superiori nelle diverse facoltà, che ormai si venivano fondando. Indebitata non senza impruden­za, impoverita non senza imprevidenza, la classe dei grandi coltivatori del caffè subì a questo modo un colpo che ne diminuì molto considerevolmente il prestigio sociale, e più ancora il prestigio politico.

Quando questi fatti accadevano nella parte meri­dio­nale del paese, già da molto erano entrati in de­cadenza i senhores de Engenho di Pernambuco e di altri Stati del Nordeste brasiliano, «a causa dello sviluppo dell’industria — con gli engenhos centrali — che eliminò le piccole fabbriche, riunì nelle grandi fabbriche i loro dipendenti, i lavoratori agricoli, chiuse il ciclo aristocratico degli engenhos, sostituì il signore con la compagnia (alcune organiz­za­te in Inghilterra, con nomi inglesi) e instaurò il monopolio zonale, invece dell’iniziativa permanen­te dei vecchi proprietari» (30).

Il rendimento di molti engenhos si ridusse al pun­to di fornire a un gran numero di signori solo il necessario per la sopravvivenza.

c. La Rivoluzione del 1930 e la fine delle «élite» rurali tradizionali in Brasile

Ma il corso degli avvenimenti preparava al paese nuove condizioni, le cui conseguenze comportarono la virtuale estinzione dell’aristocrazia rurale.

«Questa aristocrazia rurale guidò la società brasiliana per secoli e perse infine il controllo della na­zione nel 1930» (31).

Infatti, la Rivoluzione del 1930 depose il presidente Washington Luiz, una figura simbolicamente espressiva dell’ordine di cose che affondava, e pose alla presidenza del paese Getúlio Vargas.

Tale rivoluzione fu all’origine di quindici anni, quasi ininterrotti, di una dittatura che, da una parte, si proclamava anticomunista, ma, dall’altra, appog­gia­­­va le trasformazioni sociali richieste in Brasile dalla sinistra. Il «getulismo» inaugurò una repubbli­ca populista.

Così, la classe dei signori terrieri fu ridotta a resti sparsi, «rari nantes in gurgite vasto» (32), cioè rari rottami fluttuanti in un Brasile sempre più popolato, sempre più urbanizzato e industrializzato, nel quale i figli di emigranti delle più diverse provenien­ze venivano conquistando posizioni di rilievo, e acquistando nelle campagne le fattorie, che le energie esauste e le finanze inconsistenti dei vecchi proprieta­ri non potevano conservare.

Questi costituivano sempre meno una classe definita e, salvo pochi loro membri, si perdevano in un anonimato o semi-anonimato, nel tumulto di un Brasile sempre più ricco e sempre più diverso da quello che era stato.

Plinio Corrêa de Oliveira

 

Note:

(1) Gilberto Freyre, Casa-Grande & Senzala, Editora José Olympo, 5a ed., San Paolo 1946, vol. I, p. 347.

(2) Nestor Duarte, A Ordem Privada e a Organização Política Nacional, Editora Nacional, col. Brasiliana [172], San Paolo 1939, p. 82.

(3) Ex professore di Politica nella Facoltà di Filosofia, Scienze e Lettere dell’Università di San Paolo, professore nell’Istituto di Studi Politici dell’Università di Parigi.

(4) Charles Morazé, Les trois Âges du Brésil. Essai de Politique, Librairie Armand Colin, Parigi 1954, p. 65.

(5) Ibid., p. 126.

(6) Ibid., pp. 65-66.

(7) N. Duarte, op. cit., p. 143.

(8) Francisco José Oliveira Vianna, Populações Meridionais do Brasil, Companhia Editora Nacional, San Paolo, 3a ed., vol. I, p. 165.

(9) Pedro Calmon, História do Brasil, Livraria José Olympo Editora, Rio de Janeiro 1959, vol. 3, pp. 892-893.

(10) F. J. Oliveira Vianna, Populações Meridionais do Brasil, cit., vol. I, p. 34.

(11) Qui come altrove in italiano nel testo (ndr).

(12) F. J. Oliveira Vianna, Populações Meridionais do Brasil, cit., vol. I, p. 18.

(13) Ibid., p. 23.

(14) Ibid., pp. 34-35.

(15) Ibid., p. 35.

(16) Ibidem.

(17) Idem, Instituções Políticas Brasileiras, 1a ed., Livraria José Olympio Editora, Rio de Janeiro 1949, vol. I, p. 270.

(18) Constituição Política do Império do Brasil, art. 179, n. XVI.

(19) Oliveira Lima, O movimento da Independência. 1821-1822, Companhia Melhoramentos de São Paulo, San Paolo 1922, pp. 29-30.

(20) F. J. Oliveira Vianna, Instituções Políticas Brasileiras, cit., vol. I, p. 279.

(21) Lo stesso autore spiega che questi nuovi ragruppamenti di tipo elet­torale, a base municipale, inquadrati dall’aristocrazia rurale, han­no cominciato a costituirsi in modo definitivo e visibile con la legge del 1828, che riorganizzò i municipi ma, soprattutto, con la promulgazione del Codice Processuale del 1832.

«Tale codice, con la sua democrazia municipalista, obbligava, forzava anche, questi signori rurali a intese e a combinazioni fra loro per eleggere le autorità locali — come i giudici di pace (che avevano funzioni di polizia); i giudici municipali (che erano giudici penali e avevano certe funzioni di polizia); gli ispettori e gli ufficiali della Guardia Nazionale. All’epoca, queste cariche o posti erano elettivi e competevano a essi pure funzioni effettive di polizia e di mantenimento dell’ordine» (F. J. Oliveira Vianna, Instituções Políticas Brasileiras, cit., vol. I, p. 281).

E lo stesso Francisco José Oliveira Vianna descrive anche il movimento di concentrazione di tali clan elettorali: «Questo movimento di concentrazione si svolge, anzitutto, attorno all’autorità provinciale (con la piccola centralizzazione derivata dall’Atto Addizionale) e si realizza fra il 1835 e il 1840 e va fino alla legge del 3 dicembre 1841. Dopo questa legge, viene la grande centralizzazione, la centralizzazione dell’Impero, che va fino al 1889, con la proclamazione della Repubblica: e con essa si opera la concentrazione nazionale di questi clan. […]

«Da allora, i clan elettorali dei municipi rimasero come fossero solamente sezioni di uno di tali grandi partiti nazionali: il Conservatore e il Liberale» (ibid., pp. 281-282).

(22) Ibid., p. 280.

(23) Ibid., p. 283.

(24) Ibid., pp. 284-285.

(25) Rui Vieira da Cunha, Estudo da Nobreza Brasileira (Cadetes), Arquivo Nacional, Rio de Janeiro 1966, p. 42.

(26) Come si vede dal contesto, il termine è qui usato lato sensu, dal momento che non indica una classe sociale creata e riconosciuta per legge, ma semplicemente nata dai fatti, e con contorni meno definiti.

(27) Roger Bastide, Brasil Terra de Contrastes, 4a ed., Diffusão Europeia do livro, San Paolo 1971, pp. 127-128 e 129-130.

(28) Georges Clemenceau, Notes de Voyage dans l’Amérique du Sud. XIII, in L’Illustration, 22-4-1911, pp. 310 e 313.

(29) R. Bastide, op. cit., p. 139.

(30) P. Calmon, op. cit., vol. 7, p. 2300.

(31) Robert J. Havighurst e J. Roberto Moreira, Society and Education in Brazil, University of Pittsburgh Press, 1969, p. 42.

(32) Publio Virgilio Marone, Eneide I, 118.

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 Plinio Corrêa de Oliveira

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