L’èra di Andropov, ovvero le tecniche sovversive all’ombra degli eserciti

Pierre Faillant de Villemarest 37 anni fa
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Pierre de Villemarest, Cristianità n. 96 (1983)

 

«Nel novembre del 1982, nella Unione Sovietica, un comunista ha sostituito un comunista alla direzione dello Stato, che deve servire al partito come strumento per la realizzazione della Rivoluzione mondiale, nella prospettiva di un regime socialcomunistico mondiale». Questa la tesi di Pierre de Villemarest, del Centre Européen d’Information, esposta con la dichiarata intenzione di liberare la opinione pubblica del mondo occidentale da ogni illusione, per altro artatamente diffusa, su ipotetiche «novità all’Est», dove invece, sotto il segno della continuità rivoluzionaria, si sono semplicemente celebrati gli sponsali tra l’esercito e la polizia politica, nella persona di un uomo di partito! L’articolo è comparso sull’autorevole mensile ginevrino L’Impact Suisse, n. 175, gennaio 1983, con il titolo L’ère d’Andropov, ou les techniques subversives à l’ombre des armées. La traduzione è redazionale.

 

All’Est niente di nuovo

L’èra di Andropov, ovvero le tecniche sovversive all’ombra degli eserciti

 

Nessuna sorpresa con la comparsa alla direzione dell’URSS, nel novembre scorso, di Jurij Vladimirovic Andropov. Almeno da parte di coloro che non scambiano i loro desideri con la realtà, e che conoscono i meccanismi del potere nei paesi totalitari. I soli personaggi che contano sono quelli che detengono le leve del comando. Ve ne sono solamente tre:

a. l’apparato del comitato centrale, a partire dall’ufficio politico e dalla segreteria;

b. l’apparato politico-militare;

c. l’apparato politico-poliziesco.

Dopo che, nell’aprile del 1981, era stata annunciata «la fine di un’epoca» (1), a Mosca, come conseguenza della difficile sopravvivenza di Breznev, gli intrighi si moltiplicavano. Cambiamenti, scomparse inspiegate al vertice del partito e dello Stato, così come assassini e fughe deliberate di notizie in Occidente a proposito di scandali in seno alla Nomenklatura: altrettanti indizi che provavano molte cose. Anzitutto che il primo degli apparati citati mancava di omogeneità. Anche se Costantin Cernenko voleva essere «il delfino», sedeva da troppo poco tempo all’ombra di Breznev, nei due organi supremi che costituiscono il potere reale nell’URSS, dietro la facciata dello Stato, per avere potuto piazzare i suoi fedeli nei meccanismi di controllo. Inoltre, gli si opponeva A. P. Kirilenko, oggi in pensione e per lungo tempo postulante alla successione del numero uno. Infine, fino al suo decesso all’inizio del 1982. Mikhail Suslov si opponeva a Cernenko e sosteneva Jurij Andropov, benché dirigente del KGB.

Alla direzione del secondo apparato dal 1976, il maresciallo del Genio Dimitri F. Ustinov con i suoi settantaquattro anni era già vecchio, e la sua andata alla massima posizione avrebbe accresciuto – anche se si fosse sbarazzato della sua carica di ministro della Difesa – il peso di un gruppo politico-militare che preoccupa l’Occidente. Anche se l’Occidente continua ad aggrapparsi alle illusioni della pace attraverso il commercio, dopo sessantatré anni di delusioni.

Alla direzione del terzo apparato, si trovava J. V. Andropov, di sessantotto anni, da quindici ispiratore ed esecutore di alte e basse manovre di potere, dal momento che, secondo la fraseologia rituale del regime, il KGB è nello stesso tempo «l’avanguardia, la spada e lo scudo della mia Rivoluzione». In altre parole, la sovversione permanentemente in azione nel mondo; il rompighiaccio che apre la via alle manovre diplomatiche; la cornice entro la quale si svolge la vita diplomatica.

Andropov numero uno: ecco perché

Il fatto che alla fine di aprile del 1982 Andropov lasciasse il KGB per completare la segreteria del partito, conservando però il suo posto tra i primi cinque dell’ufficio politico, annunciava le sue possibilità di sostituire Breznev. A differenza di Beria, non aveva fatto carriera nel KGB, ma anzitutto nell’apparato del comitato centrale. Egli rappresentava il partito comunista al controllo della polizia, e non un poliziotto giunto al vertice. Prova ne è il fatto che nel 1978, avvenimento inedito nella storia dell’URSS, aveva ottenuto l’autonomia del KGB, come ministero a pieno titolo, mentre questo apparato era sempre stato posto, prima di lui, sotto il controllo del consiglio dei ministri, lo schermo dell’ufficio politico.

Inoltre, Andropov aveva padrini illustri e significativi all’origine della sua carriera. Il primo fu il vecchio Otto Kuusinen, quando, uscito dalle scuole del partito comunista, il giovane Andropov, nato vicino a Stavropol, ai confini del Caucaso, ma educato nel Nord, vicino alle rive del lago Onega, sedette nell’apparato della Carelia, in quanto capo della gioventù comunista della regione. Ma Kuusinen non era soltanto il numero uno del partito comunista di questa provincia. Quadro del Komintern, Kuusinen preparava dalla fine del 1937, a partire da questa base, l’annessione della Finlandia. Con la sovversione oppure con la forza, a seconda del caso. Andropov, dunque, fu subito iniziato al doppio volto dell’apparato comunista: quello legale, per gestire il partito nella regione; quello illegale, per infiltrare il paese vicino. 

È noto il fallimento sovietico in Finlandia, quando Kuusinen, approfittando della guerra che devastava la Polonia – con concertazione tecnica permanente dei servizi di sicurezza tedeschi, della Gestapo e della NKVD, la polizia politica sovietica, dietro la Wermacht – all’ombra del patto germanico-sovietico, tentò di costituire un governo finlandese provvisorio. L’esercito sovietico inciampò nel sasso finlandese, il cui maresciallo e capo di Stato era allora consigliato dal mio amico Boris Bajanov, già segretario di Stalin fino alla sua fuga nel 1928.

La seconda tappa della carriera politica di Andropov si svolse dopo la guerra – che fece come capo di gruppi di partigiani, sotto la supervisione della NKVD -, proprio a Mosca. Oltre a Kuusinen, il suo secondo padrino era Nicholaj Mikhailov, capo della gioventù comunista dell’URSS, perfetto nazionalcomunista, che doveva mettersi in luce nel corso delle purghe antisemitiche del 1938-1939 – che prepararono il patto con Hitler -, poi in quelle del 1949-1952, quando Stalin aveva scelto di giocare la carta araba contro l’Occidente.

Alcuni ricordano che la nonna di Andropov sarebbe stata ebrea. E allora? Lazar Kaganovic fu uno staliniano tutto d’un pezzo, e pregò anche suo fratello di suicidarsi, negli anni Trenta, per non doverlo fare arrestare. La moglie di V. Molotov era ebrea, e Molotov fu un partigiano ardente del patto con Hitler e della sua applicazione senza sfumature …

Jurij Andropov ha vissuto «dal di dentro» gli intrighi della Nomenklatura, durante gli anni dal 1949 al 1953, quando fu trasferito all’apparato diplomatico, per sorvegliare i funzionari sovietici al lavoro nei paesi vicini all’URSS. Poi raggiunse Budapest, dove è nota la sua funzione-cardine nel 1956.

Terza tappa: il suo richiamo a Mosca, dove fu affiancato a Kuusinen e poi lo sostituì, con l’appoggio del «grande inquisitore» Mikhail Suslov, alla direzione della divisione della segreteria incaricata di manovrare i partiti comunisti dell’Est europeo. Si può dire che, durante gli anni Sessanta, ebbe in mano queste marionette, e inoltre che, partecipando ai vertici della Internazionale comunista, nel 1957 e nel 1960, conobbe da vicino il personale dei partiti comunisti dei paesi della Europa Occidentale, dell’America Latina e del Terzo Mondo.

Che dire, allora, della quarta fase, dal 1967 al 1982, alla direzione del KGB? Basti il fatto che tutto quanto è accaduto nel mondo tra queste date – colpi di Stato, assassini, operazioni di spionaggio, di disinformazione, controllo del commercio con l’Occidente, cioè schede degli industriali, degli uomini d’affari, dei banchieri, dei professori universitari, degli economisti, e così via – non ha nessun segreto per lui. Meno ancora i dossier degli scrittori, dei giornalisti, dei sovietologi, senza parlare dei terroristi.

Uno stile molto particolare

Commentatori sia stupidi che al servizio della disinformazione hanno parlato a suo proposito di un «liberale», di un uomo «formidabile», tanto piacevole quanto colto. Cosi come trovavano «divertente» Kruscev e «sentimentale» Breznev. 

Questo non aveva impedito a Kruscev di partecipare tanto alla liquidazione fisica di un centinaio di quadri comunisti di Ucraina, negli anni Trenta, quanto ai crimini di Katyn. Né a Breznev, commissario all’Esercito, di fare decapitare bambini di dodici anni e meno, come rappresaglia, in una località dei Carpazi, nel 1944. Ma gli uomini di mondo e gli affaristi, così come i sovietologi che vogliono fare carriera, «dimenticano» questi piccoli dettagli relativi ai precedenti, come il fatto che Andropov dal 1967 a oggi non ha mai avuto debolezze nei suoi ordini oppure nelle consegne ai suoi agenti nei nostri paesi. Così come non aveva avuto debolezze a Budapest, dopo avere addormentato quanti credevano in un comunismo alla ungherese e venivano a patti con un popolo in rivolta.

È chiaro che Andropov vuole «la distensione». A questo punto l’URSS è sull’orlo di un fallimento economico, di cui si dovrà riparlare – e che emerge dal testo integrale del suo discorso del 22 novembre 1982, davanti al comitato centrale -, così che non può, per il momento, rompere con l’Occidente.

Ma non si deve dimenticare quanto diceva celebrando Lenin, il 22 aprile 1964: «La nostra teoria scientifica è la sola che mostra ai popoli del mondo qual è la via del progresso». A questo messianismo si aggiungono le sue consegne dell’aprile 1976 ai partiti comunisti stranieri, che la stampa occidentale aveva curiosamente omesso di citare: «La democrazia è borghese oppure è socialista»: dunque, non sono possibili compromessi, se non tattici. «Il rafforzamento del socialismo esige una intensificazione permanente della lotta contro tutti coloro che si oppongono ai princìpi leninisti […]. Le trasformazioni socialistiche esigono che il potere dello Stato venga passato nelle mani della classe operaia [partito comunista] e che il potere sia capace di difendere le sue conquiste»: dunque, il partito comunista deve essere il solo padrone, con l’esercito, la polizia sotto il suo controllo, e così via. Poiché pensa che queste condizioni siano state realizzate nell’URSS, esse sono consegne per i comunisti fuori dall’URSS …

Tecnico della sovversione, è capace, nello stesso tempo, di invitare a Mosca Edgard Bronfman, presidente del consiglio mondiale ebraico ed esponente di spicco del Council on Foreign Relations, e presidente e direttore generale della Seagram, ecc., avverso al nazionalismo israeliano, e fare dire a Meir Vilner, capo del partito comunista di Israele, che egli è «favorevole alla esistenza e alla indipendenza di Israele». Come a quella del Vietnam; dell’Etiopia; quindi dell’Afghanistan; a condizione che Israele sia «socialista», come Arafat; dell’Albania, alla quale strizza l’occhio; di Pechino, di cui non chiede la ubbidienza, ma la neutralità, se venisse il peggio dalla parte del «fronte» occidentale …

Questa neutralità è chiesta anche ai «realisti» dei nostri paesi. Cioè neutralismo. Da ciò il rilancio dei pacifisti di tutto il mondo, «per il disarmo» e «per un nuovo ordine economico mondiale». Essi concordano, a questo punto, con i desideri degli affaristi, per i quali i bilanci e le statistiche delle loro società sostituiscono la coscienza, le ragioni di riflessione e la linea politica.

Si parla allora, a proposito dell’URSS, del «modello ungherese». Orbene, esso non è trasferibile nell’URSS, come ha di recente brillantemente dimostrato Gérard Duchêne, incaricato di tenere conferenze presso la Università Paris-I (2). Inoltre, la esperienza ungherese è una vetrina dietro la quale l’armatura è sostenuta a forza di braccia … grazie ai crediti occidentali. Infine, le «riforme» ungheresi non sono assolutamente riuscite come si pretende – si potrebbe dimostrarlo -, e in ogni modo non sono trasferibili nell’URSS, il cui sistema e i cui obiettivi economici non sono gli stessi di quelli di Budapest.

I primi segni militari e polizieschi

Lo stile di Andropov consiste nell’applicare già meno di dieci giorni dopo la sua ascesa al potere le sanzioni che gli uomini di Breznev non osavano applicare, per non scontentare nessuno nella Nomenklatura. Il ministro sovietico delle Ferrovie è stato licenziato il 29 novembre 1982. Altri ministri e funzionari stanno per esserli. Si tratta di sanzioni indubbiamente meritate, ma comminate meno per questa ragione che per sostituire ministri e alti funzionari con la sua clientela personale. Soprattutto nei posti di importanza strategica tanto per il KGB che per l’esercito, con il quale Andropov si è inteso sopra le teste degli uomini di Breznev.

Questa militarizzazione e questa alleanza con la polizia segreta, la preannunciavo in un’opera comparsa nel 1969, dodici anni prima del sovietologo socialista Castoriadis (3). Infatti, a partire dal 1967 esistevano tutti i segni in questo senso. Di fatto si tratta del solo sbocco possibile per una dittatura in via di fallimento, che trionfa nel mondo delle debolezze dei suoi avversari, ma costruisce a casa sua su sabbie mobili. Esse sono tanto gravi quanto pericolose, visto il messianismo che, ancora una volta, caratterizza il personale elevato che attualmente dà il cambio ai veterani e ai gerontocrati sclerotizzati nel loro passato.

Due segni importanti. Anzitutto il fatto che, davanti al soviet supremo, Andropov ha imposto – so quello che dico – il discorso di V. Fedorciuk, suo successore al KGB, che ha preso le sue lezioni in Germania e in Austria, contro gli Occidentali, prima di diventare «gran maestro» del KGB di Ucraina. Questo discorso pretende che l’«imperialismo» minacci l’URSS alle sue frontiere, come i servizi segreti nazionalsocialisti alla vigilia del 1939.

Poi, il fatto che abbia imposto Geidar Alì Rzadeh, alias Aliev, di cinquantotto anni, come numero due del governo, dietro al vecchio Tichonov, già capo del KGB nell’Azerbaigian. Questo veterano fra i quattordici patron del KGB dell’URSS interna, divenuto capo del partito di questa repubblica nel 1969, non era mai divenuto altro.

Segnaliamo anzitutto che, con il pretesto di combattere la corruzione permanente nel suo paese – a causa di che cosa, se non del sistema sovietico? -, aveva sostituito in sei anni millenovecentocinquanta quadri superiori con uomini suoi. È quanto Andropov si appresta a fare su scala di URSS. 

Ma ecco «il resto»: dal 1969, Aliev si è occupato anche di manovrare gli apparati comunisti e associati in Turchia, in Irak, in Siria, in Libano, in Egitto e in Iran. Egli sostiene una strategia rivoluzionaria basata sulla alleanza tra l’integrismo islamico e il socialismo sovietico. In altri termini, tra il mondo musulmano rivoluzionario, sia esso sciita oppure sunnita, e l’URSS.

O questa strategia sarà rivista, in seguito allo spostamento di Aliev a Mosca per epurare l’apparato dello Stato; oppure sarà proseguita, con le esplosioni guerresche e terroristiche dette «anti-imperialistiche» che essa comporta. Lo sapremo presto. In ogni modo, non ci si può aspettare dal rafforzamento militare e poliziesco del potere sovietico che devî neppure di un pollice dai suoi obiettivi dei sessantatré anni scorsi: la Rivoluzione mondiale, per un socialismo mondiale. 

Per il momento, l’obiettivo di Andropov consiste nel vincere la guerra antioccidentale senza doverla fare militarmente. Grazie ai suoi agenti nei nostri paesi. Grazie al denaro e alla tecnologia dei nostri paesi. Grazie alla cortesia e alla garanzia dei nostri dirigenti.

Pierre de Villemarest

 

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