L’estetica tomista nel Purgatorio dantesco

Là dove l’Alighieri si riconosce pubblicamente colpevole del peccato di superbia
Leonardo Gallotta 3 mesi fa
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di Leonardo Gallotta

Nelle sette cornici del Purgatorio, per poter accedere alla sommità del monte ove si trova il Paradiso terrestre, ci si purifica dai sette vizi capitali posti da Dante Alighieri (1265-1321) in ordine decrescente rispetto alla loro gravità. Nella prima cornice avviene la purificazione dal vizio della superbia. Ora, tenuto conto che secondo san Tommaso d’Aquino (1225-1274) le forme della creazione artistica sono costituite da disposizione, ordine e forma, e che dunque in queste proprietà risiede la bellezza, Dante dispone la materia in modo ordinato e assai preciso dal punto di vista formale. Abbiamo dunque una costruzione letteraria ricca ovunque di simmetrie, di analogie, di contrasti, di specularità, di alternanze.

Nella cornice qui presa in esame ‒ come del resto nelle altre ‒ vige la legge del contrappasso. Le anime che per la loro superbia hanno tenuta alta la fronte, ora sono gravate da grossi massi che portano sulla schiena e sono così costrette a guardare in basso. Nello zoccolo della parete rocciosa – siamo nel canto X – contemplano, nella forma di altorilievi, esempi di umiltà esaltata, tra cui, in primis, l’Annunciazione (cfr. il mio Dante e l’espressione bella del vero ).

È quindi nel canto XI che, dopo aver riportato una parafrasi del Padrenostro recitato dalle anime, Dante incontra tre personaggi che peccarono di superbia, di cui il più interessante appare qui un artista: Oderisi da Gubbio (1240 ca.-1299), precisamente un miniatore che riteneva di essere il più grande di tutti. Gli altri due erano invece uomini di potere: Omberto Aldobrandechi (†1259) dei conti di Santafiora e Provenzan Salvani (1220 ca.-1269), capo dei ghibellini di Siena. Oderisi, pentitosi già alla fine della vita del proprio peccato di smisurato orgoglio, riconosce di fronte a Dante la grandezza del suo maggior rivale nel campo della miniatura, vale a dire Franco Bolognese (vissuto tra il 1200 e il 1300) e si spinge a una disincantata condanna della gloria terrena rispetto all’eterno, mostrando l’incessante trapassare della fama dall’uno all’altro artista.

A tale proposito sono citati Cimabue (1240-1302) e Giotto (1276-1337) per la pittura e i due Guido, Guinizelli (1230-1276) e Cavalcanti (1255-1300) per la poesia. Ed è proprio parlando dei due Guidi che Oderisi dice: «[…] forse è nato/ chi l’uno e l’altro caccerà dal nido» (vv. 98-99). Allude forse a Dante? E Dante avrebbe fatto per bocca di Oderisi una allusione del genere a se stesso proprio nella cornice della superbia? Secondo alcuni dantisti l’allusione sarebbe generica e quindi non vi sarebbe nessuno da identificare.

Altri però ricordano che nel Purgatorio anche Dante è pellegrino come le anime, e deve compiere un proprio processo di espiazione e purificazione. Ebbene, dopo le parole di Oderisi sulla fama mondana, Dante stesso confessa di essere peccatore riguardo a tale vizio: «Tuo vero dir m’incora/ bona umiltà e gran tumor m’appiani» (vv. 118-119). D’altronde Dante stesso, per poter parlare con le anime, è costretto a camminare chinato come loro. Anche nel canto successivo, il XII, Dante è sempre con la schiena piegata e costretto a calpestare dei bassorilievi dove sono effigiate scene di superbia punita. Si ha qui una simmetria oppositiva: nel canto X si “contemplavano” esempi di virtù esaltata, mentre qui si “calpestano” esempi di vizio punito. Come l’Annunciazione era il primo esempio di umiltà esaltata, così Lucifero costituisce il primo esempio di superbia punita a cui fa immediatamente seguito l’immagine di Briareo, il gigante trafitto dalla saetta di Giove nella battaglia dei Titani contro gli dèi. Seguono altri dieci esempi tratti alternativamente dalla storia sacra (Nembrot, Saul, Roboamo, Sennacherib, Oloferne) e dalla storia profana (Niobe, Aracne, Erifile, Tamiri e Ciro) che si chiudono con la superba Troia ridotta in cenere.

C’è chi ha parlato di una Bibbia pagana – Dante voleva mostrare così la sua grande cultura letteraria – simmetricamente e alternativamente giustapposta a quella cristiana. Ne risulta – così potremmo figurativamente immaginare – un grandioso portale disteso sul ripiano del monte, in cui a un battente con sei riquadri sacri farebbe riscontro l’altro con sei riquadri profani. Il tutto con grande aderenza al vero, tanto che Dante alla fine esclama «Qual di pennel fu maestro o di stile / che ritraesse l’ombre e’ tratti ch’ivi / mirar farieno ogn’ingegno sottile? / Morti li morti e i vivi parean vivi: / non vide mei di me chi vide il vero, /quant’io calcai, fin che chinato givi» (vv. 64-69).

Ora, se è vero che in san Tommaso d’Aquino la cosa più importante dal punto di vista estetico è la fusione da lui operata di arte letteraria (scriptiva), arte pittorica (pictiva) e arte scultoria (sculptiva), raggruppate in una speciale categoria di arti figurative (artes figurandi), si può ben dire che la prima cornice del Purgatorio dantesco ne costituisce una bellissima esemplificazione.

26 maggio 2018

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 Leonardo Gallotta

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