“Libera nos a malo”

Tredici mesi in galera da innocente senza poter celebrare la messa. Il cardinale George Pell e la sua prigionia. Tra accuse infamanti, gogna mediatica e la freddezza d’un Vaticano che tarda a riabilitarlo
Alleanza Cattolica 7 giorni fa
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Di Matteo Matzuzzi da Il Foglio del 27/06/2020

Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur”, tutto quello che si riceve dipende dalla disposizione del ricevente, scrive George Weigel su First Things tornando ancora una volta sulla sciagurata vicenda del cardinale George Pell. La pandemia ha distratto da quanto accaduto lo scorso aprile, pochi giorni prima di Pasqua: l’assoluzione piena del porporato australiano dopo tredici mesi passati in galera senza la possibilità neppure di celebrare la messa. Isolato e fuori da tutto. Assolto dall’accusa infamante d’aver abusato di due coristi nella sacrestia della cattedrale di Melbourne, ancora rivestito dei paramenti sacri, a fine anni Novanta. Una vicenda surreale, tragicomica, degna di qualche romanzo di bassa lega da sfogliare sotto l’ombrellone o a bordo piscina (e solo lì, senza troppo coinvolgimento intellettuale). Se non fosse che il romanzone strabordante di squallidi dettagli è finito nelle aule di tribunale, con un uomo di quasi ottant’anni messo alla gogna e condannato all’inferno dai latrati di un’opinione pubblica interessata solo a vedere un cardinale, un esponente della Chiesa cattolica, dietro le sbarre.

Tutto era lì, davanti a opinione pubblica e giudici, a osservatori e membri del clero. Ha ragione Weigel: tutto era lì nella sua chiarezza adamantina: i fatti, le ricostruzioni, le piantine della cattedrale di Melbourne che già bastavano per archiviare il tutto come una farsa ridicola, un’enorme mistificazione. Senza contare il numero dei testimoni, di quelli a favore di Pell (una ventina) e di quelli a lui contrari (uno). Chi doveva vedere, però, non era nella disposizione giusta, per così dire. L’ex arcivescovo di Melbourne e Sydney era uno degli uomini più potenti del Vaticano, messo da Papa Francesco alla guida della Segreteria per l’Economia, l’organismo chiamato a rendere trasparente – per quanto possibile – l’opaco castello delle finanze d’oltretevere, oggetto di baruffe nel pre Conclave e di scandali al crepuscolo del pontificato ratzingeriano. L’uomo giusto, preso dalla lontana Sydney, poco sensibile ai felpati ritmi curiali e alle rituali cortesie che da secoli mandano avanti la “macchina”. Uno stile sgradito ai più, come dimostrò un’inchiesta dell’Espresso che sottolineava l’insofferenza di qualche prelato determinata dal fatto che Pell le comunicazioni ufficiali le inviava addirittura via mail e non, magari, durante colloqui vis a vis o pranzi in qualche osteria romana. Lo avevano paragonato a un elefante che si muove in un negozio di cristalli.

Ma il cardinale australiano ci aveva visto giusto, prova ne sono i nuovi fastidiosi scandali (con arresto annesso) che – si dice – hanno mandato su tutte le furie Francesco, con teste che cadono come ciliegie mature dall’albero e le scaramucce pubbliche di qualche mese fa tra il segretario di stato e il suo ex sostituto in merito a operazioni finanziarie legate a certi immobili londinesi. Al punto che nessuno ha osato profferire alcunché mentre si varavano le nuove regole sui contratti pubblici stipulati dalla Santa Sede, che a un esame anche solo rapido paiono richiamare in più d’un aspetto l’indirizzo dato ormai sei anni fa da Pell: accentramento, basta parcellizzazione di visti e timbri, bilanci chiari e catene di comando lineari.

Una riabilitazione piena e festosa e qualche parola in più degli algidi bollettini e delle parole – pur sentite – pronunciate a caldo a Santa Marta, forse era lecito attendersele. Ma come sovente accade, sono gli atti che fanno capire che George Pell aveva ragione, che i suoi programmi sono più che mai d’attualità, nonostante le resistenze che in passato avevano svuotato il serbatoio della Segreteria per l’Economia, una fuoriserie trasformata in uno scomodo e improbabile calesse. La lezione, perché di questo s’è trattato, andrebbe memorizzata bene, altrimenti sarà impossibile resistere al morso dei lupi che hanno circondato la chiesa, pregustandone la caduta.

L’ha sperimentato in prima persona Francesco, un anno fa. Mentre era impegnato a organizzare un summit sugli abusi in Vaticano, chiedendo sì perdono ma ribadendo che per condannare e mettere alla berlina qualcuno servono prove certe e inoppugnabili, fuori dall’aula un coro di rabbiosi contestatori lo accusava a favore di telecamera e di taccuini aperti di non muovere un dito contro i demoni e gli abusatori seriali che dimorerebbero trionfanti nella chiesa (cosa peraltro smentita da ogni indagine anche solo statistica). Un cardinale innocente, un altro, Philippe Barbarin, portato a processo perché accusato d’aver coperto un prete pedofilo, s’è dovuto dimettere: benché estraneo a ogni addebito, non aveva più la serenità necessaria per guidare la diocesi di Lione, lacerata tra colpevolisti e innocentisti, come fosse una gazzarra da talk-show con tanto di televoto chiamato a stabilire chi vince e chi perde.

Il problema l’ha chiarito qualche mese fa in un’intervista al mensile Tempi Andrew Bolt, il giornalista più celebre d’Australia che da agnostico ha sempre considerato George Pell vittima di una enorme macchinazione: “Ormai ‘credere alla vittima’ è diventato quasi un dovere sacro. Chi non lo fa viene trattato come se fosse un protettore dei pedofili e un aguzzino delle vittime”. Basti pensare che, ricordava Bolt, “prima che le ultime accuse contro Pell fossero rese note, era già in vendita un bestseller che lo accusava di altri crimini orribili, ma le prove fornite erano così deboli che non sono state ritenute neanche valide per istruire un processo”. E’ una cosa enorme, i princìpi giudiziari erano stati rovesciati: al cardinale veniva chiesto, nel processo, di dimostrare la propria innocenza: l’onere della prova, dunque, era ribaltato. All’accusa bastava un solo testimone per guadagnare un vantaggio pressoché incolmabile nei confronti della difesa dell’imputato. Una mostruosità, commentò John Finnis, filosofo del diritto a Notre Dame e professore emerito a Oxford. Un processo, quello contro il cardinale, che non può essere definito in altro modo se non “un disastro giudiziario”. Intanto, argomentava Finnis, qui siamo in presenza di una “sequenza logica ribaltata”. In sostanza, “considerando la falsità come un’argomentazione distinta (e non come la conclusione di altre argomentazioni) la sentenza mostra una profonda confusione riguardo alla logica fondamentale del caso, nega la considerazione razionale della difesa e di fatto ribalta l’onere della prova”.

Si è ingenerato insomma un meccanismo perverso per cui i giudici si sono persuasi, chissà quanto scientemente, che gli accusatori dicano la verità. In barba a ogni evidenza empirica e a ogni più elementare principio di realtà. Sarebbe bastato poco, aggiungeva Bolt, per smontare subito l’impianto accusatorio: “Secondo la Corte d’appello, l’unico momento in cui l’abuso poteva essere commesso era durante i cinque o sei minuti immediatamente dopo la messa, durante i quali la sacrestia non era occupata da persone intente a portare avanti e indietro gli oggetti liturgici usati durante la messa. La Corte ha anche affermato che lo stupro e l’abuso sono durati cinque minuti. Ma l’accusatore ha sostenuto che dopo la messa ha partecipato alla processione del coro e con tutti gli altri membri è uscito dalla cattedrale e ha fatto il giro per raggiungere l’entrata posteriore. A quel punto si è staccato dal coro, è tornato indietro verso un’entrata laterale della cattedrale e da lì è entrato in sacrestia, dove lui e il suo amico hanno trovato il vino liturgico prima che Pell li sorprendesse. Io – dice Bolt – ho rifatto lo stesso identico percorso e, cronometro alla mano, posso dire che ci vogliono circa cinque minuti e mezzo. Dunque, non c’era più il tempo materiale per l’abuso”. Abuso che sarebbe avvenuto con Pell tutto bardato di camice, stola, cingolo, casula, pallio. Bolt è agnostico e non lo dice o non lo sa, ma sarebbe bastato ascoltare un chierichetto che frequenta le sacrestie per capire l’impossibilità materiale e fisica di compiere un abuso con strati e strati di paramenti addosso.

Nella primavera del prossimo anno sarà pubblicato il diario scritto dal cardinale durante i tredici mesi di prigionia. Un diario lungo più di mille pagine della cui stampa si farà carico l’editore americano Ignatius Press. Il suo direttore, padre Joseph Fessio S.I., ha scritto una lettera in cui chiede la disponibilità a partecipare all’impresa, anche per aiutare Pell a far fronte alle spese legali sostenute per la sua difesa. “Ho già letto la prima metà del diario ed è straordinario, penso che sarà un classico spirituale. La sua vittoria non è stata solo la vittoria di un uomo, ma è stata una vittoria per la Chiesa, e non solo per la Chiesa in Australia. Ha rivelato a tutto il mondo quanto lontano andranno i suoi nemici e quanto si mostreranno falsi per screditarla”. Il diario, dice padre Fessio al Foglio, “mostra il cardinale Pell che conosco e che ogni cattolico dovrebbe conoscere. Ha proclamato Cristo e gli insegnamenti morali della Chiesa senza paura, nella piena consapevolezza di quale sarebbe stato il costo. E il prezzo l’ha pagato mantenendo il buon umore e, come Cristo, amando i suoi nemici”.

Nel libro c’è di tutto, dalle conversazioni con gli avvocati alle riflessioni sui Salmi e le letture dell’Ufficio divino (“Non poteva celebrare la messa”, ricorda Fessio), dal racconto delle giornate in isolamento a commenti sulla Chiesa, la politica e lo sport. “Il suo buon umore è evidente dappertutto”. E, verrebbe da aggiungere, nonostante tutto. Buon umore forse dovuto all’incrollabile certezza che alla fine, anche quando tutto sembrava perduto, la giustizia terrena avrebbe trionfato.

L’accanimento nei confronti di George Pell è dovuto anche agli errori che la Chiesa australiana ha commesso decenni fa nel contrastare la piaga degli abusi sessuali su minori (quelli veri ed effettivamente avvenuti), tra silenzi e molta comprensione per i carnefici. Pell, esponente di punta della gerarchia ecclesiastica, è così divenuto il capro espiatorio, l’obiettivo verso cui sfogare tutta la rabbia e il dolore. Ma ciò non spiega tutto; soprattutto non spiega la portata della violenta persecuzione a suo danno. La caccia a Pell, nell’Australia sempre più ferocemente anticattolica, durava da tempo. L’intellighenzia liberal, anche quella “cattoliberal” che si porta sempre bene, non lo sopportava. Troppo ortodosso, troppo determinato a combattere il politicamente corretto che, dall’agenda valoriale lgbt ai nuovi dogmi sui cambiamenti climatici, voleva imporre una linea comune su ogni cosa. Come ricordava Weigel, Pell era diventato, nella narrazione australiana, il principe di una Chiesa cattolica fuori dal mondo, misogina, omofoba e politicamente reazionaria. Un cardinale che nelle omelie parlava di Dio e non di pannelli solari, di famiglia e non di genitori A e B. Troppo. Se fosse stato un vescovo americano, si sarebbe iscritto per così dire nella corrente dei guerrieri culturali forgiati durante il pontificato di Giovanni Paolo II, per anni in primo piano e ora anche negli Stati Uniti considerati – quando va bene – esponenti di una Chiesa vecchia e non più al passo con i tempi, che invece deve avere sempre una buona parola per tutti, scontentando il meno possibile e dispensando sorrisi e benedizioni qua e là, perché nel festival delle opinioni tutte sono bene accette.

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