L’URSS di Mikhail Gorbaciov fra resistenza religiosa e nazionale e complicità mondialista

Pierre Faillant de Villemarest 33 anni fa
Prima pagina  /  Cristianità  /  Articoli e note firmate  /  L’URSS di Mikhail Gorbaciov fra resistenza religiosa e nazionale e complicità mondialista

Pierre Faillant de Villemarest, Cristianità n. 142 (1987)

 

Il significato e la portata della sommossa ad Alma Ata accentuano la repressione contro manifestazioni religiose e nazionali, mentre l’alta finanza corre in aiuto del despota «illuminato».

 

Per combattere la disinformazione dilagante 

L’URSS di Mikhail Gorbaciov fra resistenza religiosa e nazionale e complicità mondialista

 

La re-informazione è una delle modalità di lotta contro la disinformazione. Da essa deriva, per esempio, la necessità di far comprendere l’origine e la portata della sommossa esplosa ad Alma Ata il 17 e il 18 dicembre 1986, ventiquattro ore dopo la designazione di Gennadij Kolbin come nuovo numero uno del Kazakistan da parte del Politburo di Mosca. Migliaia di giovani, ai quali si sono uniti degli operai, tutti musulmani, hanno attaccato per due giorni i negozi e i locali appartenenti a russi.

Mosca non poteva tacere la notizia. Ha quindi preferito annunciarla presentandola come un tentativo di sopraffare la «democratizzazione» decisa da Mikhail Gorbaciov da parte di partigiani dell’ex premier brezneviano Dinmuhammed Ahmedovich Kunajev e di provocatori… 

Il 29 dicembre avevo potuto precisare su La Vie Française: «Terzo produttore di grano dell’URSS, ricco di oro e di minerali rari, il Kazakistan non è “la più musulmana” delle cinque repubbliche dell’Asia Centrale: meno di sei milioni di turco-musulmani vivono a fianco di sette milioni di slavi, un milione di tedeschi originari del Volga… Quindi non è lo sviluppo demografico galoppante di questi musulmani a spaventare il Politburo, ma l’ultranazionalismo di una gioventù attaccata alla sua religione. Si tratta di una gioventù che non ascolta l’islâm riveduto e corretto da Khomeini — come pretendono alcuni in Occidente e negli Stati Uniti —, ma quello delle gesta dei mujaheddin afgani, anch’essi sunniti, e degli ottocentomila turchi minoritari in Bulgaria, le cui reti si vanno ininterrottamente ricostruendo nonostante la repressione comunista».

Il giorno seguente, il 30 dicembre, l’eminente specialista Alexandre Bennigsen confermava in Le Monde: «Queste sommosse non sono, come pretende la propaganda sovietica, il risultato “della politica di democratizzazione di Gorbaciov”, bensì la conseguenza diretta della guerra in Afghanistan. La lotta dei mujaheddin porta a questi musulmani un duplice messaggio di speranza: — L’esercito sovietico non è invincibile: la resistenza ai russi è possibile!».

Ma quale governo ne vuole trarre le conseguenze? Mentre gli afgani sono aiutati con il contagocce, e mentre i liberal americani vorrebbero imporre a essi un compromesso dettato da loro e da Mosca… chi ricorda l’abbandono del Caucaso e dell’Asia Centrale — dove ci si batteva ancora dal 1924 al 1928 — e del milione di kazaki vittime della repressione da parte dell’URSS nel corso degli anni Trenta? Chi sa che, nonostante cinquant’anni di colonialismo sovietico, il 91,5 per cento dei kazaki nei confronti e contro i funzionari sovietici mantiene la propria lingua come lingua principale e il suo attaccamento all’islâm, anche se ha soltanto una moschea per sei milioni di fedeli? E vicino a loro fiorisce anche la Chiesa cristiana delle catacombe!

I1 24 novembre 1986, tre settimane prima di queste sommosse anti-russe, Mikhail Gorbaciov aveva richiamato nella vicina repubblica dell’Uzbekistan, a Taskent, a «una lotta spietata contro le manifestazioni religiose [musulmane] e contro i quadri del partito comunista che partecipano ai loro riti». Il 28 dicembre la Pravda, di Mosca, ha collegato: «Marxismo e nazionalismo sono inconciliabili. Il marxismo sostituisce il nazionalismo con l’internazionalismo!».

È tutto chiaro. Si capisce perché i liberal mondialisti americani e dell’Europa Occidentale se la intendono segretamente con i sovietici: ogni fenomeno nazionale, tradizionalista, culturale, religioso costituisce il loro comune nemico.

Ma è necessario vedere oltre questa rivolta di Alma Ata. Se Gennadij Kolbin è russo, dal 1975 al 1983 è stato anche il numero due del partito comunista della Georgia, cioè incaricato in quest’altra repubblica delle repressioni contro i nazionalisti e le diverse religioni. E vi era alle dipendenze di Eduard Scevarnadze, oggi uno dei dodici titolari del Politburo di Mosca, accanto a Geidor Aliev e a Vitaly Vorotnikov, tutti ex membri del KGB, nonché a Viktor Cebrikov, attuale direttore dello stesso organismo. Quattro su dodici! Proporzione mai raggiunta al vertice di un apparato che qualcuno vuol far credere intriso di liberalismo…

Mosca teme che, dopo l’improvvisa fiammata di Alma Ata, rinascano altri focolai da Tallinn a Taskent, dagli Urali alla Boemia. L’assillo di Mikhail Gorbaciov è che negli Stati Uniti e in Europa si levino uomini ad aiutare — posto che i loro governi non lo fanno — sia gli afgani che gli uzbeki, i tagiki, i kazaki, i georgiani, e così via. E che, anche senza questa goccia d‘acqua nel mare delle rivolte, l’impero si disgreghi.

In ogni modo, anche nell’Europa occupata tutto è destinato a muoversi per la forza stessa delle cose e il trascorrere del tempo. A Praga Gustav Husak ha settantaquattro anni; a Budapest Janos Kadar ne ha settantacinque; a Berlino Est Erich Honecker ha anche lui settantacinque anni. E anche se Wojciech Jaruzelski ha soltanto sessantaquattro anni, il suo bluff non resiste davanti a un popolo coraggioso e coerente. Tutto è destinato a muoversi anche nel Sud-Est asiatico, dove già alcuni settuagenari sono andati in pensione, senza che questo fatto abbia posto rimedio ai vicolo cieco economico, né abbia trovato la soluzione all’impossibile desiderio di lasciare la Cambogia e il Laos imponendo propri proconsoli.

È passato il tempo in cui Mosca sostituiva senza problemi un dirigente a un altro. Se Mikhail Gorbaciov vuole imporre i suoi uomini in questi paesi come nelle repubbliche sovietiche, i suoi rivali — come per esempio Egor Ligaciov — diranno che sta costruendo la propria piramide personale. Se non lo fa, una forza rivale finirà per eliminarli. È la legge del sistema che non può evolvere senza distruggersi. Ecco perché ho altrove ricordato la terribile recente analisi di Lily Marcou a proposito della rivista dell’internazionale sovietica edita a Praga, e ormai senza effetti sui quadri dei partiti comunisti stranieri: «Si pensa che con pantomime, con colloqui, con tavole rotonde e con studi collettivi possa essere salvato lo spirito di qualche cosa che non esiste più!».

Le messe in scena e la disinformazione operate da Mikhail Gorbaciov non salveranno il comunismo in declino. Sarà temporaneamente salvato soltanto dal KGB e da un apparato politico-militare troppo ignorato in Occidente, e dal permanere dell’aiuto delle multinazionali, raccolte dalla Trilaterale, dal Bilderberg Club e da altri, ai poliziotti e ai carnefici.

In questo contesto l’albero Sakharov non dovrebbe nascondere la foresta del GULag nel quale non duemilacinquecento detenuti politici, come dice Roy Medvedev, e neppure seicento, come scrive Amnesty International, ma più di due milioni di prigionieri, debitamente situabili sulla carta geografica, continuano a soffrire e a morire.

Da due mesi una commissione speciale del KGB ha messo a punto una lista di un migliaio di prigionieri, che saranno via via liberati, in modo che all’«apertura» culturale di Mikhail Gorbaciov faccia da accompagnamento un’apparenza di soppressione del GULag.

Incaricato di questa operazione è Filip Denisovich Bobkov, uno dei primi collaboratori del direttore del KGB. Orbene, per Bobkov tutto quanto riguarda i diritti dell’uomo, le convinzioni religiose, e così via, è solamente il frutto di una vasta macchinazione antisovietica montata dagli americani e dai loro alleati dell’Europa Occidentale, come si può ricavare da un suo articolo comparso nel giugno del 1986 sulla rivista Politichekoie Samoobrazomanie.

Allo stesso modo, N. P. Iemonokhov, un altro dei primi collaboratori del direttore del KGB, ha montato l’operazione Na Rodinu, «Ritorno in patria», dopo avere avvicinato per quindici mesi centinaia di esiliati, in maggioranza negli Stati Uniti e in Canada. Di essi cinquantadue sono rientrati nell’URSS proprio prima di Capodanno, con la televisione sovietica pronta all’arrivo. Ed ecco Rebecca Katsap, che singhiozza per l’emozione e che balbetta, metà in inglese e metà in yiddish: «Sono rientrata grazie all’aiuto di Dio. Dio mi ha salvata!».

Salvata da che? Dall’orribile vita americana in cui l’insicurezza, la guerra fra esiliati — generalmente esacerbata dagli agenti d‘influenza del KGB —, la mancanza di qualità della vita — proprio così! — si uniscono a uno spaventoso antisemitismo!

Né la televisione americana né quella francese hanno messo in risalto questo grande spettacolo di disinformazione. Ma Le Matin, per esempio, ha parlato «del fatto che la temperatura nell’URSS è divenuta più mite» grazie a Mikhail Gorbaciov… 

Nello stesso mese di dicembre del 1986 Armand Hammer faceva un altro soggiorno a Mosca, dopo reiterate riunioni dell’USTEC — il consiglio per i rapporti commerciali ed economici fra gli Stati Uniti e l’URSS — e dell’ACEWA — il comitato americano per un’intesa fra l’Est e l’Ovest —, organismi a partire dai quali le banche e le imprese della branca americana della Trilaterale hanno imposto a Ronald Reagan la levata di ogni embargo, a far data dal 15 gennaio 1987, sulle esportazioni di materiali e di tecnologie relative al petrolio e al metano verso I’URSS.

Antony C. Sutton ha appena scoperto la prova del fatto che uno degli otto permanenti sovietici dell’USTEC negli Stati Uniti, da quattordici anni, è un ufficiale del KGB, prima ufficiale del GRU, di nome Aleksandr Markov.

Senza questo apporto occidentale il declino dell’URSS in relazione al petrolio e al metano si accentuerebbe, quindi diminuirebbero le sue esportazioni verso l’Europa, quindi le sue entrate in divise estere.

E su questa scia, Jean-Marie Léveque, messo al Credit Lyonnais dal governo francese «di destra», a fine novembre 1986 ha fatto un prestito di cento milioni di dollari a Mosca, seguito dalla Banque Nationale de Paris che ha prestato trecento milioni di dollari. La Westinghouse ha proposto trenta contratti per lo sviluppo nucleare dell’URSS… Trenta joint-venture, cioè imprese a capitale misto e a rischio partecipato, sono state proposte a Mosca dai trilateralisti americani. Jean-Baptiste Doumeng ne propone altre ventidue, con la benedizione del governo francese.

Mikhail Gorbaciov non ha proprio nulla da temere da parte dei dirigenti del mondo libero. Si assicurerà la sopravvivenza di un sistema che non avvantaggia evidentemente i popoli dell’URSS, ma il settore militare sovietico, la Nomenklatura del partito e le operazioni sovversive contro i nostri paesi.

Pierre Faillant de Villemarest

 

Categorie:
  Articoli e note firmate, Cristianità
Autore

 Pierre Faillant de Villemarest

  (32 Articoli)