Macron-Bolsonaro: la “guerra delle bistecche”

Lo scambio di “convenevoli” fra i due leader a proposito degli incendi in Amazzonia nasconde ben altri dissidi. E una leadership francese in seria difficoltà
Valter Maccantelli 10 mesi fa
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di Valter Maccantelli

Il tweet con cui, il 22 agosto, il presidente francese Emmanuel Macron proponeva di inserire nell’agenda del G7 di Biarritz (24-26 agosto) il problema della deforestazione dell’Amazzonia, causata, a suo dire, da incendi dolosi, è stato letto come un attacco politico al presidente brasiliano Jair Messias Bolsonaro, inviso alle élite “progressiste” (di cui Macron si è autonominato portavoce) per lo spiccato “sovranismo”.

Certamente i motivi di scontro ideologico fra Macron e Bolsonaro non mancano, come testimonia la coda di polemiche personali e propagandistiche che sono seguite a un primo scambio sui social media. L’occasione per additare il ruvido e identitario leader brasiliano come il responsabile dell’aumento del numero di incendi ai margini della foresta amazzonica registrato nel 2019 rispetto all’anno precedente era di quelle che l’Eliseo non poteva lasciarsi sfuggire, a costo di cadere in alcune ingenuità.

Da un lato una parte (invero piccola) della stampa indipendente ha subito evidenziato che i toni apocalittici dell’intervento erano fuori luogo: la crescita del numero degli incendi è infatti facilmente imputabile alle condizioni climatiche sfavorevoli dell’anno in corso e, comunque, risulta in assoluto nettamente inferiore a quello del 2004 e del 2005 (quando era presidente Luiz Inácio Lula da Silva). A questo si aggiunga il fatto che l’impressionante fotografia che accompagnava il testo del tweet è vecchia di almeno 16 anni, scattata da un fotografo morto nel 2003!

Dall’altro lato è stato tutto un coro di allarmi sull’imminente collasso del “polmone del pianeta” di cui sarebbe responsabile l’attuale leadership brasiliana, che non solo non combatterebbe efficacemente gli incendi, ma perfino incoraggerebbe gli agricoltori brasiliani, che da secoli utilizzano il fuoco (le cosiddette queimadas) per liberare spazio per i campi e aumentarne la resa.

Sul piano politico Macron ha cercato di massimizzare la posizione di padrone di casa del vertice, fornendo l’immagine di sé come leader europeo in grado di interagire con i “grandi” sui problemi di ordine planetario. All’interno dell’ Unione Europea (UE) “MonsieurlePrésident” vede l’opportunità di una fuga solitaria a fronte delle difficoltà dei suoi tradizionali competitor regionali: il Regno Unito, sul corridoio di uscita, l’Italia, in procinto di essere “normalizzata” dopo la parentesi “sovranista”, la Germania, a rischio di recessione e comunque nella fase discendente del regno di Angela Merkel. È probabilmente l’odore del sangue tedesco a inebriare maggiormente Macron, al punto di immaginarsi novello Charles De Gaulle (1890-1970) al tavolo delle potenze vincitrici.

Tutto questo è certamente vero, ma, come spesso accade, la polemica scompare dalle cronache molto rapidamente, lasciando inesplorate dimensioni più profonde, durature e utili del problema.  Nel caso in oggetto, a parte alcune eccezioni sulla stampa specializzata, pochi hanno esplorato possibili co-motivazioni di ordine economico e commerciale, legittime, ma assai meno “nobili”, per spiegare la sortita ecologista d’oltralpe.

Proprio l’evocazione del generale De Gaulle riporta a un precedente importante dell’antica inimicizia fra Francia e Brasile: la cosiddetta “guerra delle aragoste”.

Come suggerisce il nomignolo, si è trattato di  una guerra ittico-commerciale, svoltasi fra il 1961 e il 1963, durante la quale il Brasile aprì una disputa internazionale sull’invadenza della flotta peschereccia francese, che si spingeva a saccheggiare le sue acque territoriali alla ricerca dei preziosi crostacei.

Una moderna riedizione della “guerra delle aragoste” si è riaffacciata alle porte francesi in questi mesi estivi. Il 7 giugno la UE ha siglato un protocollo d’intesa con il Mercosur per creare un’area di libero scambio fra l’Unione Europa e i maggiori paesi dell’America Meridionale. Il Mercosur è un mercato comune che raggruppa Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela (sospeso però nel 2017 per le note vicende), con l’associazione esterna di Bolivia, Cile Perù, Colombia ed Equador. Il 23 agosto è stata anche annunciata la firma di un protocollo analogo fra Mercosur ed EFTA, che raggruppa Islanda, Lichtenstein e Norvegia, Paesi non membri UE.

Si tratta di accordi che riguardano molti ambiti commerciali, ma la parte del leone la fanno i prodotti agricoli e di allevamento.  A oggi sono stati firmati i protocolli iniziali e, come sempre, la battaglia comincia ora per definire i regolamenti e le norme attuative che armonizzino i rispettivi mercati. La Francia è sempre stata contraria a sottoscriverli per l’opposizione molto forte dei propri agricoltori, abituati a essere sostenuti in modo molto efficace in ambito UE dal  governo. Il rischio è che il libero scambio consenta l’invasione di prodotti ortofrutticoli brasiliani e carni argentine a basso costo sui mercati europei, danneggiando i produttori locali francesi. Anche in Italia il tema dovrebbe essere esaminato a fondo, benché il presidente Sergio Mattarella ne abbia fortemente caldeggiato la stipula in occasione della visita di Stato effettuata in Argentina e Uruguay nel 2017.

Macron ha molti problemi interni, dalla rivolta dei “gilet gialli” alla débâcle elettorale del proprio partito, La République En Marche!, alle recenti elezioni europee. Il presidente francese deve recuperare il consenso interno o, quantomeno, non inimicarsi ulteriormente la potente classe degli agricoltori e cerca, non solo ma anche, di alzare i toni per rendere difficile agli altri partner europei, in maggioranza favorevoli, la ratifica degli accordi.

Venerdì, 6 settembre 2019

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 Valter Maccantelli

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