Missionari per un mondo migliore

Incontrando la Curia romana Papa Francesco rilancia la riforma missionaria come ”cuore” del suo pontificato
Marco Invernizzi 7 mesi fa
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di Marco Invernizzi

«È tutto un mondo, che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino, vale a dire secondo il cuore di Dio» (Pio XII, 10 febbraio 1952).
Sono ormai quasi 70 anni che il Magistero dei Pontefici invita ad assumere un atteggiamento missionario in questa vecchia Europa travolta prima dalle ideologie e oggi dal relativismo. Certo, non è una novità: la Chiesa è essenzialmente missionaria e ha ricevuto direttamente da Gesù il mandato di annunciare che la Salvezza era entrata nella storia (cfr. Mt 28,19).

La novità riguarda l’Europa e in genere il mondo occidentale, che ha bisogno di una seconda evangelizzazione, come hanno ripetuto, con parole e stili diversi, tutti i Papi che si sono susseguiti dopo Papa Pacelli (1939-1958): san Giovanni XXIII (1958-1963), san Paolo VI (1963-1978, cfr. Evangelii nuntiandi), san Giovanni Paolo II (1978-2005, cfr. Christifideles laici e Redemptoris missio) e Benedetto XVI (2005-2012, cfr. Spe salvi e Caritas in veritate). Da ultimo Papa Francesco lo ha ribadito nel suo recente discorso del 21 dicembre alla Curia romana, uno dei discorsi tradizionalmente più importanti e programmatici dei pontificati moderni.

In questa occasione il Santo Padre ha ripetuto alcuni punti fondamentali del suo Magistero, a cominciare dal fatto che non siamo in una epoca di cambiamenti ma in un cambiamento di epoca. E il senso di questo cambiamento consiste nel fatto che non viviamo più in un regime di cristianità, cioè in una situazione sociale segnata da «un mondo cristiano da una parte e un mondo ancora da evangelizzare dall’altra».

Questa situazione venutasi a creare in seguito alle rivoluzioni moderne, in particolare quella del 1789, ha comportato per la Chiesa la necessità di cambiare il proprio atteggiamento pastorale, prima difendendo la propria libertà di esistere, seppure senza il rapporto privilegiato con l’autorità politica come avveniva nell’epoca della cristianità, poi assumendo un atteggiamento sempre più rivolto a riconquistare il consenso perduto, man mano che aumentava il numero di coloro che si erano allontanati dalla fede o non avevano mai ricevuto l’annuncio del Salvatore.

Questo modo di proporre la fede assunse il nome di “nuova evangelizzazione” con san Giovanni Paolo II ma era già presente in Pio XII, tanto che proprio da quest’ultimo comincia la raccolta di testi sulla nuova evangelizzazione promossa dal Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione istituito da Papa Ratzinger nel 2010.

L’atteggiamento missionario richiesto dal Magistero comporta anzitutto la convinzione da parte del “missionario” che Cristo non sia una soluzione al male nel mondo ma la soluzione prevista dal disegno di salvezza voluto da Dio per salvare ogni uomo. Questa convinzione comporta anche un giudizio sostanzialmente positivo sull’opera della Chiesa nei secoli, che nonostante molti errori non ha mai cessato nel suo insieme di rimanere fedele al mandato ricevuto: comporta sostanzialmente quella che il Papa regnante chiama «fedeltà al depositum fidei e alla Tradizione».

Tuttavia, non basta difendere la memoria di un passato in cui le luci hanno prevalso sulle ombre, né basta essere fedeli alla Tradizione, ma bisogna assumere un atteggiamento che renda “attrattivo” il messaggio cristiano proposto, cioè che distingua l’apostolato dei cattolici dal proselitismo delle sette, cioè da un annuncio aggressivo e offensivo di certe esperienze religiose, come Papa Francesco ama spesso ripetere riprendendo le parole del suo predecessore Benedetto XVI (13 maggio 2007). Questo atteggiamento, che prevede un vero e proprio cambiamento rispetto al solo sforzo per preservare il presente — atteggiamento meritorio, necessario ma non più sufficiente — o al passare il tempo criticando chi tenta di trovare nuove strade per l’evangelizzazione, è il vero tema su cui ogni battezzato dovrebbe oggi riflettere, posto che l’essenza della nuova evangelizzazione consiste nel fatto che tutto il mondo è diventato oggetto di missione, perché, come ha detto ancora il Santo Padre, «le popolazioni che non hanno ancora ricevuto l’annuncio del Vangelo non vivono affatto soltanto nei Continenti non occidentali, ma dimorano dappertutto, specialmente nelle enormi concentrazioni urbane che richiedono esse stesse una specifica pastorale.

Nelle grandi città abbiamo bisogno di altre “mappe”, di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti: Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata».

Un altro punto significativo del discorso del Papa è quello in cui riprende un tema caratteristico del pontificato, cioè l’importanza di privilegiare il tempo rispetto allo spazio, cioè di avviare dei processi che si potranno forse realizzare nel lungo periodo: «Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi». Chi conosce l’insegnamento di Giovanni Cantoni sa come questa verità sia una costante: ci ha sempre invitato a non privilegiare il risultato immediato, ma la preparazione del futuro, che darà i risultati nel tempo, nel lungo periodo, appunto innestando dei processi dei quali Dio si servirà secondo la Sua volontà.

Il discorso del Papa è rivolto alla Curia e ha come tema di fondo la riforma di quest’ultima, ma il cuore della riforma, ha detto il Pontefice, è il «primo e più importante compito della Chiesa: l’evangelizzazione».

Da parte mia, mi sono limitato a alcune brevi considerazioni nella speranza che possano spingere il lettore a leggere e riflettere su tutto il testo. 

Giovedì, 26 dicembre 2019

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  Lettere agli amici
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 Marco Invernizzi

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Marco Invernizzi nasce a Milano nel 1952. Nel 1977 si laurea in filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi su Il periodico "Fede e Ragione" nell'ambito della storia del Movimento Cattolico italiano dal 1919 al 1929, relatore il professor Luigi Prosdocimi. Dopo gli studi universitari continua ad approfondire, in modo non puramente intellettualistico - dal 1972 milita in Alleanza Cattolica, della quale è stato responsabile per la Lombardia e per il Veneto fino al 2016-, le vicende del movimento cattolico in Italia. Ha pubblicato, fra l'altro, L'Unione Elettorale Cattolica Italiana. 1906-1919. Un modello di impegno politico unitario dei cattolici(Cristianità, Piacenza 1993); La Chiesa, la politica, il potere attraverso i secoli (contributo a Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, a cura di Franco Cardini, Piemme, Casale Monferrato 1994); e, con altri, I Papi del nostro secolo, parte prima Da Leone XIII a Pio XII (Italica Libri/Editoriale del Drago, Milano 1991); e Guida introduttiva alla storia della Chiesa cattolica (Mimep-Docete, Pessano [Milano]). Collabora a Cristianità e ad altre riviste e quotidiani. Dal 1989 conduce a Radio Maria la trasmissione settimanale La voce del Magistero. Nella linea di quanto già edito si pone Il movimento cattolico in Italia dalla fondazione dell'Opera dei Congressi all'inizio della seconda guerra mondiale (1874-1939), un'opera di sintesi in cui viene ripercorsa la storia del movimento cattolico, con particolare attenzione alle sue espressioni politiche, dalla Breccia di Porta Pia alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Dal 28 maggio 2016 è Reggente Generale di Alleanza Cattolica. Facebook - Instagram - Cathopedia