Daniel Ortega comunista: ma quale “ex”?

Mentre il mondo tace, il Nicaragua torna indietro nel tempo. Il sandinismo è vivo e vegeto, e da aprile miete morti, feriti e incarcerazioni. Come sempre
Valter Maccantelli 2 anni fa
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di Valter Maccantelli

A guardare la situazione del Nicaragua verrebbe da dire che il lupo perde il pelo, ma non il vizio, anche se in questo caso bisognerebbe parlare al plurale poiché i lupi, nel tormentato paese centroamericano ‒ che si appresta a seguire le orme del suo mentore e alleato venezuelano ‒ sono più di uno.

A capo del regime repressivo contro il quale è esplosa ad aprile la protesta popolare ci è una vecchia conoscenza, già icona del movimento comunista internazionale degli anni 1980: Daniel José Ortega Saavedra. Capo dello stato dal 1985 al 1990 durante gli anni bui della guerra civile, Ortega è tornato al potere nel 2007 e da allora ‒ complice una riforma costituzionale da lui stesso imposta del 2013 che ne permette la rielezione a vita ‒ ha (re)instaurato un regime repressivo e persecutorio nei confronti dell’opposizione politica e religiosa.

I media del nostro mainstream continuano a definire Ortega “ex-sandinista”, forse per non “sporcare” con le scelte concrete del despota socialcomunista la rivoluzione che ha rappresentato uno dei miti fondativi del sinistrismo internazionalista professato dall’intelligentia nostrana che oggi guida dell’informazione italiana.

1983: giunto a Managua, Papa san Giovanni Paolo II apostrofa duramente il gesuita Fernando Cardenal, sospeso a divinis l’anno seguente per avere preso parte attiva al governo sandinista e riammesso nella Compagnia di Gesù nel 1997 e morto nel 2016 a 82 anni

In realtà in questo caso la qualifica di “ex” non ha fondamento reale. L’uomo è lo stesso e non risultano al suo attivo conversioni religiose o politiche. Il partito politico di riferimento del regime è lo stesso: il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale di famigerata memoria. L’ideologia è la medesima, come conferma il rapporto di stretta vicinanza con il regime socialista del Venezuela di Hugo Rafael Chávez Frías (1954-2013) e di Nicolás Maduro Moros. I nemici identificati e repressi sono gli stessi: oppositori politici accusati (come allora) di essere al soldo degli Stati Uniti d’America e la Chiesa Cattolica che non piega le proprie istanze di giustizia al falso mito della rivoluzione proletaria. Anche i metodi sono gli stessi: secondo Vatican News da aprile i morti sono stati 450, i feriti 2.800 e 400 gli arrestati nel corso della repressione delle proteste popolari operate dalla polizia e delle milizie fiancheggiatrici. E allora “ex” perché?

Le proteste sono cominciate a Managua contro la riforma delle pensioni decisa dal governo, che ‒ per finanziare la previdenza sociale in forte stato di indebitamento ‒ comporterebbe l’aumento dei contributi a carico dei datori di lavoro, quello del costo del lavoro e una tassa del 5% che andrebbe a colpire i pensionati. Da allora è stato dunque un crescendo di scontri e di repressioni che hanno portato al citato bilancio (provvisorio) delle vittime e al crollo della vita economica di un Paese oramai sull’orlo del baratro.

Da aprile oltre 23mila persone hanno chiesto rifugio al vicino Costa Rica. Tra loro figurano numerosi chierici e catechisti accusati di essere nemici del regime e lungo il confine sta crescendo una corona di campi profughi che si ingrossa di giorno in giorno.

Come con il Venezuela di Maduro anche con il Nicaragua di Ortega gli organismi economici internazionali, ampiamente supportati dal silenzio mediatico sulla violazione delle libertà civili e religiose, erano stati generosi di lodi e prodighi di consigli fino a poco tempo fa: indice di povertà in diminuzione, inflazione contenuta, Pil in crescita. In cambio di un allineamento in campo macroeconomico ai dettami del Fondo Monetario Internazionale, il mondo ha chiuso uno e forse entrambi gli occhi di fronte alle realtà del regime. Tutto il mondo tranne i nicaraguensi.

 

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