« “…Perseguiteranno anche voi” (Gv. 15,20). Persone, drammi, prospettive» . Roma, 18 febbraio e Milano, 28 marzo 2015

Alleanza Cattolica 5 anni fa
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Cristianità n. 376 (2015)

Il 18 febbraio, a Roma, nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, or­ganizzato dalla Camera dei deputati, si è svolto un convegno dal titolo «…Per­seguiteranno anche voi» (Gv. 15,20). Persone, drammi, prospettive. Analogo convegno, organizzato dall’Associazione Integra Onlus e da Alleanza Cattolica, in collaborazione con Progetto Osservatorio, si era tenuto a Lecce l’8 novembre 2014 (cfr. Cristianità, n. 375, gennaio-marzo 2015, pp. 81-82).

Di fronte a circa duecento persone, dopo i saluti dell’on. Stefano Dambruoso, questore della Camera dei deputati, introdotto dal moderatore dottor Franco Di Mare, giornalista della RAI, ha aperto i lavori S.E. mons. Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare di Roma, che ha portato ai convegnisti il saluto della Chiesa di Roma e ha offerto una riflessione sul «perché i cristiani sono e saranno perseguitati». A suo avviso il futuro del cristianesimo non sarà roseo, essendo l’unica religione che può contribuire all’interpretazione della globalizzazione. Ma questo è anche ciò che Gesù ha detto e profetizzato per i suoi discepoli fin dal sorgere della Chiesa che, ponendosi «al servizio», è diventata operatrice di civiltà, di cultura e di crescita delle comunità. Al di là della partecipata e sofferente condivisione delle persecuzioni in atto, è necessario mobilitare le forze intellettuali per riflettere come il cristianesimo potrà servire la globalizzazione, evitando però di andare incontro ad altre e più cruente persecuzioni, di fronte alle quali non resta che quella testimonianza che ha segnato dall’origine la vita di tutti i discepoli di Cristo.

La dottoressa Klodiana Çuka, presidente d’Integra Onlus, ha rievocato una considerazione di Papa san Giovanni Paolo II (1978-2005), che — nel discorso del 21 febbraio 1981 in occasione della visita al campo profughi filippino di Morong — aveva affermato: «[…] tra tutte le tragedie umane del nostro tempo, forse la più grande è proprio quella dei profughi» e aveva chiesto a tutti i fedeli di unirsi a lui «in un accorato appello alle nazioni […] a favore di tutte le persone esuli nel mondo intero». In ciò si concretizza l’impegno d’Integra Onlus, che non solo a Lecce ma anche in Lombardia è in prima linea per accogliere le persone che sbarcano a Lampedusa, offrendo loro sia del cibo caldo, sia degli orientamenti, sia la speranza e il sorriso per chi decide di rimanere. E fra gli orientamenti cerca di fornire quelli relativi al lavoro e alla scuola e anche quelli concer­nenti la cultura dei diritti e dei doveri del territorio che li ospita. In definitiva, si tenta di «fermare» i migranti (un terzo di loro va via e l’Italia è un posto di transito e non di permanenza), perché possano essere un valore aggiunto del Paese che li accoglie e — ricordando il documento del 1992 I rifugiati: una sfida alla solidarietà, del pontificio consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti — possano fare «dell’esperienza dell’esilio un’eloquente fonte di speranza, una concreta possibilità di convivenza, e un apporto di educazione per le nostre nuove generazioni».

Il dottor Alfredo Mantovano, di Alleanza Cattolica, consigliere della Corte di Appello di Roma, ha ricordato, anzitutto, l’impegno di S.E. mons. Giovanni Martinelli, arcivescovo di Tripoli, e dei pochi collaboratori che con lui non hanno voluto abbandonare la Libia malgrado rischi elevatissimi. Sono figure esemplari di una Chiesa che — contrariamente a quanto spesso si ritiene — non solo non arriva tardi, ma resta, mentre tutti vanno via, in luoghi dove l’essere cristiani costituisce spesso l’unico motivo per subire le persecuzioni più efferate. Occorre impedire che la moltiplicazione delle notizie dei massacri provochi assuefazione e intervenire sul campo. Coloro che non vogliono inviare neanche un soldato per combattere l’ISIS — lo Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria — nei territori occupati, temendo che il soldato torni a casa in una bara, deve sapere che nella bara potrebbe finire chiunque va al lavoro in una qualsiasi città dell’Oc­ci­dente. Ma l’intervento sul campo può compiersi solo con una ragionevole possibilità di successo, che dipende, sul piano nazionale, da quanto si è disponibili a investire nell’impresa e, sul piano internazionale, dalla capacità di non assecondare la propaganda dei tagliagole. Si deve intervenire perché — come afferma Papa Francesco — l’aggressore ingiusto va fermato, ma con un intervento multilaterale, che coinvolga anche Paesi di tradizione musulmana, in modo che il «Califfo» non possa sostenere che contro l’ISIS sia stata scatenata un’invasione «cristiana», o «crociata».

Padre Bernardo Cervellera, missionario del PIME — il Pontificio Istituto Missioni Estere — e direttore dell’agenzia d’informazione AsiaNews, ha osservato che il terrorismo dilagante in varie parti del mondo si radica spesso in situazioni conflittuali originate da problemi locali di difficile soluzione e che dunque, nella lotta contro di esso, bisogna anche ristabilire i diritti umani violati. I cristiani sono presi di mira perché costituiscono un motivo d’integrazione e di garanzia nella convivenza fra sunniti e sciiti, come per esempio nelle scuole. Asia News ha lanciato la campagna «Adotta un cristiano di Mosul» per aiutare non solo i profughi cristiani, ma anche tutti gli altri, con un risultato che mostra la grande sensibilità del popolo italiano. Occorre però che l’Occidente — implicato nelle conseguenze dell’errore commesso in Iraq con l’emarginazione dei sunniti — sia anche coinvolto nella soluzione di tali divisioni. Ha ricordato, infine, S.E. mons. Shi Ensian, vescovo cinese di 94 anni, morto recentemente dopo una lunga detenzione senza processo nei campi di lavoro forzato, subita solo per la sua fedeltà al Papa, e di cui i carcerieri non vogliono nemmeno restituire il corpo.

Per il sen. Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, il convegno ha un grandissimo significato simbolico, non solo per il luogo in cui si svolge ma anche e soprattutto perché vuol essere un segno di solidarietà inviato ai cristiani perseguitati. Però«vagheggiare interventi significa avere approfondito una strategia, perché un intervento in assoluto è la cosa più semplice da fare, ma poi il più delle volte è inefficace o autolesionista rispetto a quello che è il proposito». Se è discutibile giudicare un errore l’intervento statunitense in Iraq, è certo invece che la gestione successiva — con la decapitazione di tutti i vertici militari sunniti — sia stata disastrosa, determinando la formazione di un governo sciita, che in questi anni ha portato alla disperazione e al reclutamento di tante unità dell’esercito sunnita in quello che poi sarebbe diventato l’ISIS. Analoghe considerazioni possono farsi per l’operazione in Libia, affinché eventuali azioni militari non siano lette come un attacco dell’Oc­cidente «crociato» al mondo islamico. Occorre però riflettere anche sul laicismo esasperato, frutto della secolarizzazione della società europea. La libertà religiosa è un principio fondamentale: «Non ci può essere guerra o violenza in nome di Dio», disse san Giovanni Paolo II (1978-2005) in parlamento. Ciò vale per tutti ed è il discrimine fra civiltà e barbarie.

Gian Micalessin, giornalista e inviato di guerra, ha esordito riportando alla memoria l’immagine del giovane americano Nick Berg (1978-2004), che nel 2004 era andato in Iraq con l’illusione di contribuire a ricostruirlo e invece venne decapitato. Nel 2007, inoltre, si scoprì che la maggior parte dei combattenti stranieri ivi giunti provenivano dalla Cirenaica libica ed erano per metà abitanti di derna, la città dove oggi — non per caso — si è impiantato l’Isis. L’Occi­dente non aveva capito, nel 2011, che dietro le «primavere arabe» non vi era solo desiderio di libertà e democrazia, ma anche tanta voglia di fondamentalismo e di fanatismo. Lo avevano capito però i cristiani, come egli poté verificare in occasione del suo viag­gio in Siria, dove incontrò il francescano Hanna Jallouf, parroco di Knayeh, nel nord del Paese, che gli raccontò dei siriani decapitati e fatti a pezzi da quelli che alcuni in Europa definiscono «combattenti per la libertà e la democrazia». Solo nell’estate 2014 l’Oc­cidente sembrò aver capito che l’ISIS era un mostro e che erano stati dimenticati i cristiani in tutto il medio Oriente, dove — se oggi sono vaso di coccio fra vasi di ferro — per lunghi anni invece so­no stati gl’ingranaggi della convivenza che aveva consentito a tutte le comunità musulmane di vivere in pace, smussando l’odio e le contrapposizioni che sorgevano fra loro.

Il prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, ritiene che in Italia non esista il pericolo di una «bomba umana» destabilizzante, cioè l’arrivo programmato di un numero di profughi insostenibile, ma piuttosto che le bande criminali che agiscono in Nordafrica abbiano bisogno, per profitto, di una rotazione continua di migranti, fino a imbarcarli in qualunque condizione del mare. È necessario che gli italiani facciano la loro parte, soprattutto con riferimento ai diritti umani violati. Se di fronte al carico pesantissimo sulle regioni del Sud si avverte qualche volta una resistenza egoistica di alcune regioni del Nord, è comunque doveroso rispettare gl’impegni assunti e fare onore alla tradizione di civiltà e di accoglienza che l’I­talia ha sempre mostrato. Questa è la strada — ha concluso parlando nel­l’am­bi­to della propria responsabilità ministeriale — che verrà percorsa senza alcuna e­sitazione, indipendentemente dalle opinioni, dal dibattito politico e dalle elezioni regionali o comunali.

L’ambasciatore Michele Valensise, segretario generale del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, rilevata la complessità del fenomeno — nel 43 per cento dei Paesi del mondo vi sono restrizioni governative all’uso della libertà religiosa oppure persecuzioni religiose —, fa presente che la situazione attuale s’innesta su uno scontro che viene da molto lontano, quello fra sciiti e sunniti, acuito da un dissidio all’interno della famiglia sunnita. La questione, perciò, non produce i propri effetti solamente nelle regioni del Mediterraneo e del Medio Oriente ma ha ramificazioni terribili anche in Africa. Bisogna vincere il senso di sgomento e di scoramento generato dalle immagini dei massacri e cercare di offrire una risposta non emotiva. L’Italia risulta avere tutte le carte in regola per giocare una partita nei limiti delle proprie possibilità, consapevole del fatto che la presenza cristiana in Medio Oriente è stata un elemento di spinta alla modernizzazione e di moderazione, perché laddove vi è una presenza cristiana vi sono anche convivenza e rispetto degli altri. Dialogo, dunque, ma prima di tutto un grande sforzo culturale: non è giustificata l’equa­zione «islam uguale ISIS», perché i primi obbiettivi di quest’ultimo sono le stesse popolazioni musulmane, che stanno subendo perdite gravi e crudeli. Vi è un islam di un miliardo e seicento milioni di persone che teme l’iSIS e che potrà essere il migliore alleato dell’Occidente.

È quindi intervenuto nuovamente il dottor Mantovano, invitando a non dimenticare — pur con tutte le distinzioni necessarie — che chi uccide lo fa in nome di Allah. Bisogna evitare sia la «sindrome di Voltaire», secondo cui ogni generale che bombarda, purché laicista, è la soluzione del problema, sia la «sindrome libertaria», ultimamente emersa per il caso di Charlie Hebdo e per la quale si rischia di essere messi sullo stesso piano dei terroristi di matrice islamica nel momento in cui si avanzano riserve su una libertà dilatata fino alla pubblicazione di vignette oscene sulle tre persone della santissima Trinità. Ancora oggi trova conferma che quanto sostenuto dal Papa emerito Benedetto XVI (2005-2013) nel discorso del 2006 a Regensburg, in Germania — e cioè assumere la ragionevolezza come base comune per tutte le confessioni religiose — sia la bussola più efficace, se non addirittura l’unica, per andare avanti.

Ha concluso l’on. Dambruoso, dichiarando, come rappresentante della Ca­mera dei deputati, di essere soddisfatto e orgoglioso dei contributi e degli spunti di riflessione forniti dal convegno, e ritenendo che il parlamento sia il luogo dove sintetizzare le varie esperienze e individuare le forme migliori per tutelare i diritti fondamentali di cui si è parlato nel convegno.

L’iniziativa è stata annunciata e ha avuto eco sui media locali e nazionali.

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Un terzo convegno, organizzato con lo stesso titolo dall’Associazione Integra Onlus e da Alleanza Cattolica, in collaborazione con Progetto Osservatorio, con il patrocinio della Regione Lombardia e il contributo del Centro Studi Culturale Parlamento della Legalità, si è tenuto sabato 28 marzo nel­l’Hotel Michelangelo a Milano. L’evento, dedicato alle persecuzioni dei cristiani e alle questioni relative all’accoglienza dei rifugiati, è stato realizzato con fondi del ministero dell’Interno — Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione, Progetti SPRAR, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati — e della prefettura di Milano tramite un accordo quadro per i servizi di accoglienza ai cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale. In rappresentanza del prefetto ha partecipato la dottoressa Donatella Cera, dirigente dell’area Diritti Civili, Cittadinanza, Condizione Giuridica dello Straniero, Immigrazione e Diritto d’Asilo della prefettura.

Davanti a un pubblico di oltre trecento persone, ha introdotto i lavori la dottoressa Çuka, la quale ha presentato le attività d’Integra Onlus, l’organizza­zione di cui è presidente, che opera nel campo delle politiche migratorie, avvalendosi di professionalità italiane e migranti altamente qualificate e multidisciplinari, in grado di dare significative e specifiche risposte alle problematiche socio-cultu­rali su tutto il territorio nazionale. L’aspetto dell’integrazione degli im­migrati non è di facile comprensione, soprattutto perché si guarda a essi in modo demagogico e ideologico, con un atteggiamento di rifiuto oppure di accoglienza indiscriminata senza alcun impegno di dialogo e d’integrazione culturale.

È intervenuto quindi l’on. Dambruoso, questore della Camera dei Deputati, che, ricordando l’attualità della minaccia terroristica in Italia, ha sottolineato l’urgenza del dialogo con gl’immigrati che ripudiano il terrorismo. Primo firmatario di una mozione volta a impegnare il governo a «[…] rendersi promotore nelle se­di europee e internazionali di ogni iniziativa necessaria ad assicurare la concreta protezione dei perseguitati per motivi religiosi», l’on. Dambruoso ha auspicato che di fronte a un tema così drammatico vengano compiuti tutti gli sforzi possibili a livello nazionale e internazionale.

Ha quindi portato i saluti della Regione Lombardia la dottoressa Cristina Cappellini, assessore regionale alle Culture, Identità e Autonomie, ribadendo la grande attenzione prestata dall’istituzione che rappresenta al tema della persecuzione dei cristiani.

Ha moderato i lavori il dottor Marco Invernizzi, di Alleanza Cattolica, che in apertura ha dato lettura del saluto di S. E. mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, e di monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione Sociale dell’arcidiocesi di Milano.

Il convegno è stato organizzato con l’obiettivo di denunciare la persecuzione dei cristiani nel mondo e contemporaneamente di mostrare i legami che esistono fra le guerre in corso, tutte le persecuzioni religiose e la presenza problematica nella Penisola di un numero di rifugiati sempre maggiore. Il 60 per cento dei profughi che entrano in Italia, è stato ricordato, fuggono da una situazione d’insostenibile violazione dei diritti umani, cioè non emigrano per motivi economici. A questa drammatica situazione è stata dedicata la prima sessione, Storie, luoghi e volti delle persecuzioni, aperta con la toccante testimonianza del dottor Paul Bhatti, fratello e continuatore dell’opera di Shabbaz Batti (1968-2011), ministro in Pakistan per le minoranze, assassinato da terroristi islamisti. An­ch’e­gli già ministro per l’Armonia Nazionale e per i Problemi delle Minoranze del governo pachistano e presidente della All Pakistan Minorities Alliance (APMA), il dottor Bhatti, accolto in sala da un commosso applauso, ha parlato del fratello Shahbaz, del suo impegno a favore di tutte le minoranze del suo Paese e del suo sacrificio. Ha quindi spiegato la sua decisione di raccogliere il testimone di Shah­baz e ha illustrato la drammatica situazione dei cristiani in Pakistan e l’impegno in loro difesa, anche tentando un dialogo con l’islam moderato.

Il dottor Alfredo Mantici, direttore editoriale del periodico online Look­outnews, ha auspicato che si faccia tesoro degli errori compiuti in passato dal­l’Occidente che al momento del crollo dell’Impero Ottomano ha favorito in Medio Oriente e in Nordafrica la nascita di Stati nazionali con confini tracciati senza tener conto delle differenti etnie e religioni; ha poi dato il proprio sostegno a solide autocrazie locali, che hanno governato soffocando i diritti civili; ha quindi abbattuto il regime di Saddam Hussein (1937-2006) in Iraq senza un progetto preciso sulla fase successiva; e ha dato infine appoggio alle «primavere arabe», guardate con simpatia come se fossero espressione di una libertà di tipo illuminista. Il Medio Oriente è in profonda trasformazione: nasceranno nuovi Stati dopo la grande guerra civile in corso fra islamici sciiti e sunniti, le cui vittime però sono soprattutto cristiane. Gli Stati occidentali dovranno capire quali sono gl’interlocu­tori credibili e nello stesso tempo difendersi dal terrorismo coinvolgendo la comu­nità islamica in Italia. Il dottor Mantici ha concluso auspicando che l’islam moderato s’impegni in Italia in attività di contrasto al terrorismo in collaborazione con le forze di polizia italiane.

Il dottor Aldo Morrone, medico infettivologo, consulente speciale per la medicina delle migrazioni per il ministero della Salute, ha presentato sia la sua decennale esperienza di assistenza alle vittime della guerra e della carestia, anche attraverso la proiezione d’immagini toccanti, sia il lavoro svolto in Italia nell’assistenza sanitaria agl’immigrati. Dopo avere lodato l’impegno spesso eroico e commovente della Marina Militare italiana, ha sottolineato la necessità di un impegno anche culturale per manifestare una vicinanza concreta ai popoli sofferenti e soprattutto alle famiglie che fuggono precipitosamente perdendo tutto, come la Sacra Famiglia perseguitata dal re Erode.

La seconda sessione, Italia, Europa e Occidente di fronte all’odio, è stata aperta dall’intervento dell’arcivescovo Agostino Marchetto, già nunzio apostolico e segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, definito da Papa Francesco «il migliore ermeneuta del Concilio Vaticano II». Mons. Marchetto ha precisato il concetto di libertà religiosa, centrale sia quando si parla di persecuzione sia per quanto riguarda l’integrazione dei rifugiati, perché alla base di esso, come insegna il Magistero della Chiesa, vi è la di­gnità di ogni persona, che va rispettata nell’atto di scegliere e professare la propria religione: libertà dalla coercizione e libertà di agire secondo la propria coscienza senza interferenze da parte dello Stato, come è stato ben chiarito nella dichiarazione conciliareDignitatis Humanae. La dignità della persona umana è il filo rosso di tutto il documento e mons. Marchetto ha ricordato che anche in Occidente il principio non è sempre rispettato, come quando per esempio si nega il diritto all’obiezione di coscienza.

Il viceprefetto Maurizio Falco, del dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno, ha portato la voce delle istituzioni sul tema dell’accoglienza dei rifugiati. Ricordando che l’Italia sta facendo uno sforzo notevole per tener testa alla velocità degli eventi, ha sottolineato l’interdipen­denza fra i rapidi mutamenti politici in Paesi geograficamente lontani, gli atti terroristici anche in aree più vicine e i fenomeni migratori. Ha confermato l’im­pegno dell’Italia a intercettare le cellule terroristiche, coinvolgere l’Europa in un’azione comune nei confronti dei migranti e potenziare sia l’accoglienza su tutto il territorio nazionale, sia il lavoro d’integrazione, del quale non si parla mai abbastanza ma che è molto importante soprattutto per avviare il dialogo con l’islam moderato.

La dottoressa Costanza Miriano, giornalista presso Rai Vaticano e scrittrice, ha raccontato quanto sia difficile attirare l’attenzione deimedia sui temi del convegno, perché all’interno delle redazioni esiste un pregiudizio ideologico sui cristiani perseguitati, che spinge a relegarli nelle pagine interne o a condannarli al silenzio, sebbene i cristiani siano la minoranza più perseguitata nel mondo. Ma i mediapreferiscono dare spazio maggiore alle notizie che provocano emotività e quest’ultima si attiva molto più facilmente quando scatta il meccanismo d’identificazione fra il destinatario della notizia e la vittima. È la prossimità che rende partecipi: la sorte dei cristiani purtroppo non sta a cuore all’opinione pubblica, anche perché si è persa la consapevolezza delle radici cristiane dell’Oc­cidente.

Eppure i cristiani uccisi a causa diretta o indiretta della loro fede sono oltre centomila all’anno, uno ogni cinque minuti, come ha ricordato il dottor Massimo Introvigne, responsabile nazionale vicario di Alleanza Cattolica, che ha concluso i lavori inserendo in un quadro più ampio le due principali tematiche del convegno e traendo alcune conclusioni sui cristiani perseguitati, attraverso alcuni di fatto e di analisi. Sottolineando anch’egli il paradosso dei cristiani, che sono la minoranza più perseguitata del mondo, ma anche quella di cui i mediaparlano di meno, Introvigne ha spiegato che ciò accade perché dal 1989 ci si rifiuta di fare i conti con il comunismo; perché è scomodo parlare dell’ul­tra-fon­da­mentalismo islamico e — per non essere considerati razzisti e neocolo­nialisti — della presenza nei continenti asiatico e africano di etno-nazionalismi e tribalismi spesso violenti e sanguinari; perché l’Occidente, che ha chiuso le porte al cristianesimo, vuol evitare di parlare di Cristo; e perché affrontare il tema delle persecuzioni significa dover affrontare anche quello della libertà religiosa, che nemmeno in Occidente viene rispettata (1).

L’iniziativa è stata annunciata e ha avuto eco sui media nazionali ed è stata seguita in diretta streaming sull’emittente Maria TV da più di 7.000 utenti, mentre altri 2.500 hanno visto il filmato in replica.

(1) Cfr. Massimo Introvigne, Cristiani perseguitati: perché il mondo tace?, in questo numero di Cristianità, pp. 49-53.

 

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