Un’antica novella che può essere riletta in contesti attuali
di Lucia Menichelli
Nelle Storie di Erodoto (484 ca. – 425 ca. a.C.) un ampio spazio è riservato agli aneddoti, che l’autore accoglie e divulga come exempla significativi della mentalità che orienta le azioni degli uomini e suscita gli eventi. Tra le novelle più famose, ricordiamo quella di Gige e Candaule, raccontata al capitolo ottavo del primo libro, per risalire alla fondazione dei Mermnadi, la dinastia di Creso (596-546 a.C.), il sovrano della Lidia (regno dell’antico Vicino Oriente) che, primo tra i “barbari”, aveva sottomesso al pagamento di un tributo i Greci abitanti delle città costiere dell’Asia Minore fondate a seguito del processo di colonizzazione di quella regione. Creso era stato il primo a compiere azioni ingiuste nei confronti dei Greci e per questo Erodoto riporta su di lui un famoso quanto profondo dialogo con il greco Solone (638 a.C.–558 a.C.) sul tema della felicità. Ma prima di narrarlo, lo storico ricostruisce a ritroso la successione del potere in Lidia, risalendo a Gige, il primo sovrano dei Mermnadi, che diventa il protagonista di un’efferata storia dai contorni piccanti.

La morte del re Candaule (o Sadyatte o Myrsile, re di Lidia, VIII secolo a.C.). Assassinato da Gige, suo confidente e rivale, che lo pugnala e sposa sua moglie la regina Tudo. Dipinto di Giovanni Battista Pittoni
Prima di Gige, il potere era in mano agli Eraclidi, il cui ultimo esponente fu Candaule; costui, perdutamente innamorato di sua moglie, non riesce a sopportare che nessun altro ne possa apprezzare la bellezza e, mosso da un perverso e narcisistico desiderio di mostrarla a qualcuno, ordina al suo più fedele servitore, Gige di nascondersi nella sua camera da letto per vederla nuda. Gige non può che eseguire il comando, ma viene scorto dalla donna che immediatamente, sentendosi oltraggiata, medita vendetta: a sua volta ella ordina a Gige di uccidere Candaule e di prendere poi il suo posto. E così Gige, nascondendosi, come già aveva fatto precedentemente, nella camera da letto, uccide il suo re e ne prende il posto, dando inizio alla nuova stirpe regnante.
L’opera di Erodoto era destinata non a essere letta, ma ascoltata attraverso una lettura pubblica e comunitaria: per questo la narrazione, soprattutto in queste novelle, è semplice ed essenziale e lascia spazio al discorso diretto. Quindi sono proprio le parole dei personaggi che chiariscono il senso della vicenda, come fossero dei commenti impliciti ai fatti. Candaule per motivare la sua assurda richiesta sostiene che “le orecchie sono più infide degli occhi”: in certi contesti sociali per essere apprezzati si deve essere visti; Gige controbatte che “una donna che si spoglia della sua veste, si spoglia anche del suo pudore” e quindi è bene che “ognuno guardi le proprie cose” e infine implora di non essere costretto a commettere “azioni illecite”: le sue massime morali decisamente più elevate tentano vanamente di arginare il dispotismo del re. Ma per Candaule finisce male, perchè la regina è ancora più spietata: rinfacciando a Gige proprio la sua obbedienza cieca e incondizionata e accusandolo quindi di aver compiuto azioni illecite, gli impone l’esecuzione dell’inevitabile contrappasso, offrendo in palio se stessa e il potere.
La meccanica ripetizione delle azioni del re e della regina rientrano in una logica di necessità che avrebbe potuto essere messa in crisi se Gige avesse deciso di obbedire a quella legge superiore cui si era appellato, del tutto ignorata dal monarca orientale e che lui stesso sceglie di eludere per salvarsi la vita. Ma la sua colpa sarà espiata in seguito, dopo cinque generazioni, dalla sventura che subirà il suo discendente Creso, quando sarà sconfitto dal re persiano Ciro. Anche Creso si era insuperbito, definendosi l’uomo più appagato della terra per le sue immense ricchezze, ma lo aveva ammonito sul senso profondo della felicità, possibile per l’uomo solo se basata sul rispetto delle norme etiche, Solone l’Ateniese, il saggio che per primo introdusse il concetto politico di Eunomia, il Buon Governo basato sul riconoscimento della legge morale iscritta nel cuore dell’uomo: un’idea su cui nei secoli si è costruita la scienza politica del mondo occidentale.
Un’ultima notazione riguarda il fatto che, al di là della collocazione spaziale e temporale della novella, le cattive azioni dei suoi personaggi sono purtroppo ascrivibili agli uomini di ogni epoca e latitudine. Per questo, nel percorso didattico svolto in una delle mie classi abbiamo immaginato di collocare questa vicenda all’interno di un contesto malavitoso attuale, evidenziando che la disumana strumentalizzazione del prossimo, la donna oggetto di un morboso desiderio di possesso o la feroce imposizione di un’alternativa tra obbedienza o morte, ancora oggi caratterizzano la gestione del potere e i rapporti interpersonali all’interno delle associazioni criminose.
Sabato, 13 giugno 2026
