Rapporto sulla Chiesa ucraina

Alleanza Cattolica 39 anni fa
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Josyf Card. Slipyj, Cristianità n. 72 (1981)

 

La situazione della Chiesa greco-cattolica in Ucraina nella autorevolissima descrizione – quasi un testamento spirituale – del cardinale Josyf Slipyj, che la dirige, in patria e poi dall’esilio, dal 1944. La sua terribile relazione – scritta su sollecitazione dell’Aiuto alla Chiesa che soffre – è stata letta il 3 agosto 1980 a Königstein, in occasione del congresso Kirche in Not. La trascriviamo da L’Eco dell’Amore, n. 2, marzo 1981.

 

Dopo 35 anni di persecuzione comunista

Rapporto sulla Chiesa ucraina

 

La liquidazione della Chiesa ucraina

Il 1º novembre 1944 morì il mio santo predecessore, il servo di Dio metropolita Andrej Szeptyckyj. Dio mi affidò il duro compito di succedergli nel momento in cui la nostra Chiesa cattolica ucraina stava per essere liquidata dalle autorità sovietiche con l’aiuto del patriarcato di Mosca.

Già l’11 aprile 1945 venivo arrestato insieme a tutti gli altri vescovi. Entro un anno più di 800 sacerdoti ci raggiunsero nella prigionia. Dall’8 al 10 marzo 1946 venne inscenato il sinodo illegale di Leopoli che, sotto la pressione degli atei, proclamò la «riunificazione» della Chiesa cattolica ucraina con l’Ortodossia dominata dal regime sovietico.

Dieci vescovi assassinati o morti

Questa «riunificazione», e con essa la liquidazione ufficiale della nostra Chiesa, venne effettuata con brutale violenza. I vescovi furono deportati negli angoli più sperduti dell’Unione Sovietica e quasi tutti morirono o furono uccisi in prigionia. Ognuno di noi dovette percorrere la sua via crucis. Adesso che ho compiuto 88 anni, le sofferenze di Jeniseisk, di Mordovia, di Polaria, di Inta e della Siberia sono soltanto un ricordo per me, ma allora si trattava di una pesante prova. Ringrazio l’Onnipotente che mi ha dato la forza di portare questa croce per quasi 18 anni, e rendo un riverente omaggio ai dieci confratelli dell’episcopato, ai più di 1.400 sacerdoti, alle 800 suore e alle decine di migliaia di fedeli che hanno suggellato la loro fedeltà al Papa, alla Sede Apostolica Romana e alla Chiesa universale con il sacrificio della loro vita.

Scelta fra apostasia e deportazione

I nostri sacerdoti vennero posti dinanzi alla scelta: o aderire alla «Chiesa del regime», rinnegando così l’unità cattolica, o affrontare la dura sorte della deportazione per almeno dieci anni, con tutte le misure punitive che essa comportava. La stragrande maggioranza dei sacerdoti scelse la via delle prigioni e dei campi di concentramento dell’unione Sovietica.

Uno dei nostri migliori sacerdoti, rinchiuso dal 1945 al 1955 nei campi di Potma, Sarovo, Javas, Uljanovo e Polivanovo, scriveva ai suo parrocchiani: «Accetto questa prigionia come una penitenza e la offro per voi affinché questa croce vi sia risparmiata. Vi benedico e prego per voi. Cinque volte al giorno prego per tutti i miei parrocchiani. La domenica celebro la divina liturgia. Ogni giorno tengo un moleben (funzione serale) […]. Mi hanno proposto l’apostasia, ma ho rifiutato […]. La causa di Dio deve trionfare. Conservate la fede dei vostri padri!».

Ma quand’anche uno di questi sacerdoti sopravviva alla condanna di dieci anni, la fine della persecuzione non è in vista. Mi hanno scritto a proposito di un monaco nei Carpazi: «Nel 1968 venne nuovamente condannato a tre anni di prigionia solo per avere insegnato il catechismo a dei bambini. Egli ha dovuto scontare questi anni fino all’ultimo giorno. Nel 1973 venne condannato ancora una volta a un anno e mezzo di detenzione per avere pregato al capezzale di una malata […]. Il governo sovietico sostiene, come punto fermo, che la Chiesa cattolica ucraina è interdetta, e quindi persino la preghiera in una casa privata costituisce crimine contro lo Stato».

Fedeli senza sacerdoti

Ciò nonostante i credenti rimangono fermi nella loro fede. Nei villaggi sperduti, dove la chiesa è sprangata e il sacerdote è stato deportato, essi aprono di nascosto la chiesa, cantano i vespri, i moleben e quelle parti della divina liturgia che sono riservate al popolo. Cito da un rapporto che ho ricevuto recentemente: «Ogni domenica i fedeli affluiscono in chiesa e, insieme al cantore, cantano il mattutino e la santa Liturgia, cioè tutti i responsori, dato che non abbiamo un sacerdote. Sopra l’altare c’è un calice e le candele sono accese».

I fedeli sono talmente attaccati alle celebrazioni liturgiche che partecipano alla liturgia anche nelle chiese ortodosse, quando il sacerdote ortodosso gode della loro fiducia.

Il sistema ateo ha fallito nel suo intento

Malgrado la persecuzione che infierisce da 35 anni, possiamo constatare con gratitudine che la nostra Chiesa, già condannata a morte, non soltanto vive, ma cresce nell’Ucraina occidentale come in quella orientale e anche nell’Unione Sovietica, là dove vivono nostri deportati, soprattutto in Siberia.

Nell’Unione Sovietica la nostra Chiesa conta almeno quattro milioni di fedeli che sono rimasti attaccati a Roma. La loro fede è forte e porta abbondanti frutti: abbiamo sacerdoti, monaci, suore, numerose vocazioni e una gerarchia clandestina. Il sistema ateo non è stato capace di distruggere la fede. Genitori cresciuti in uno Stato ateo educano i loro figli nello spirito cristiano. Dissidenti, formati nelle scuole atee, parlano di Dio e difendono la Chiesa. Una donna trentacinquenne ha ammesso davanti al tribunale, senza esitazione, di aver fatto battezzare i suoi quattro bambini e di insegnar loro le preghiere e il catechismo. Uno scolaro quattordicenne, al quale un turista aveva chiesto se pregava, ha risposto prontamente: «Certo che prego!».

Adorazione perpetua nell’Unione Sovietica

Le lettere che ricevo dai nostri fedeli sono incoraggianti. Quest’anno la superiora di una congregazione religiosa mi ha mandato gli auguri di Pasqua. Essa scrive: «Adoriamo il Santissimo giorno e notte […] alcune figlie si sono sposate». Ciò significa che alcune giovani suore hanno pronunciato i voti perpetui.

Suore clandestine, che operano come infermiere negli ospedali, danno una magnifica testimonianza e conducono a Cristo molti fra coloro che sono alla ricerca. La loro vita di dedizione induce molte altre giovani a seguire il loro esempio. Persino dei medici atei, che sanno di avere a che fare con delle religiose, apprezzano talmente la loro dedizione che fanno di tutto per farle rimanere nei loro ospedali. 

Le vocazioni non mancano

Volendo diventare sacerdote, un giovane medico della Transcarpazia studia teologia usando libri presi in prestito. Giovani medici, ingegneri, giuristi, ecc., si dedicano a Dio come sacerdoti o monaci. Un vescovo clandestino mi scrive in una lettera dell’8 gennaio 1980: «Presto ordineremo i nuovi sacerdoti che studiano teologia per corrispondenza. Le nostre suore portano le interrogazioni scritte ai candidati e raccolgono poi le risposte. Gli esami orali li faremo a primavera o in estate, all’aria aperta. Poi seguiranno le ordinazioni».

La storia di padre Mykola

In una lettera dell’11 febbraio 1980 un maturo ed esperto sacerdote ci rassicura: «Fra i sacerdoti recentemente ordinati ci sono delle personalità eminenti». È una grande lode. Ma chi conosce quanta fede occorre per accettare la grazia del sacerdozio nella Chiesa delle catacombe? E quanta abnegazione è richiesta per perseverare in questa vocazione? Per farvelo comprendere voglio narrarvi la storia vera di uno dei nostri sacerdoti.

Chiamiamolo Mykola: figlio di genitori profondamente religiosi, sentì fin da giovane il desiderio di farsi sacerdote.

Sacerdoti clandestini provvidero alla sua istruzione. Venne ordinato nel 1975.

Ordinazione in cantina

L’ordinazione ebbe luogo in una cantina, fra gente fidata. Oltre a Mykola c’erano altri 11 ordinandi. Il vescovo clandestino venne assistito da alcuni sacerdoti anziani. Nessuno portava paramenti liturgici dato che nella pastorale della Chiesa catacombale bisogna essere estremamente prudenti. Come equipaggiamento sacerdotale Mykola ricevette paramenti, altare e suppellettili liturgiche, il tutto sistemato in un astuccio da barba. Quale il suo contenuto? Un bicchiere in miniatura, un cucchiaino, un piccolo nastro colorato che funge da epitrachelion (stola) e due bottigliette contenenti acqua e vino. Il pane, avvolto in un tovagliolo, se lo mise in tasca. I dodici neo-sacerdoti concelebrarono la loro prima divina liturgia nella cantina, insieme al loro vescovo. Poi, con la sua benedizione, partirono verso le nuove catacombe per svolgervi il loro compito al servizio di Cristo e dei suoi fratelli perseguitati.

Il peregrinare di un prete clandestino

Come lavorano padre Mykola e i suoi undici amici? I giovani sacerdoti cercano di proposito un impiego mal retribuito che permetta loro una certa libertà di movimento. Essi celebrano la liturgia secondo le possibilità. Padre Mikola cerca persone di fiducia in ogni località. La domenica visita un villaggio e si unisce alla folla raccolta intorno alla chiesa.

– «Si celebrerà la liturgia?», egli chiede.

– «La gente prega da sola, poiché il sacerdote è stato deportato», gli rispondono.

Allora padre Mykola si reca in sacrestia e chiede al vecchio sacrestano se può celebrare la divina liturgia. Dapprima il sacrestano lo scruta con diffidenza, ma poi si lascia convincere e lo aiuta a indossare i paramenti. Padre Mykola prende posto dinanzi all’altare e comincia a cantare. I presenti rispondono con le lacrime agli occhi: da tanto tempo non hanno visto un sacerdote, né udito la Parola di Dio!

Dopo aver lasciato la chiesa, il sacerdote torna a essere il semplice operaio sovietico. Il sacrestano lo invita a pranzo insieme ad alcune persone fidate. Chiedono a padre Mykola di volersi trattenere alcuni giorni dato che ci sono molti bambini non battezzati, dei malati che vogliono confessarsi e delle tombe non ancora sigillate. Egli rimane nel villaggio e adempie il suo compito sacerdotale.

La Madre di Dio lo protegge

Generalmente padre Mykola viene ospitato in una casa dove può, in caso di necessità, nascondersi. Talvolta viene denunciato, ma la gente ha sempre saputo impedire il suo arresto. Quando svolge la sua funzione sacerdotale, c’è sempre chi monta la guardia. Quando non è possibile celebrare in chiesa, la liturgia ha luogo in casa di fedeli fidati. Talvolta egli battezza nottetempo e in segreto i figli di funzionari del partito. È così che egli e i suoi amici percorrono l’Ucraina. Egli visita non soltanto i fedeli cattolici ma anche gli ortodossi. Tutta l’Ucraina crede che la Madre di Dio lo protegge e che Maria invia i suoi sacerdoti per consolare il suo povero popolo.

La storia di padre Mykola, estratta da un rapporto dell’ottobre 1979, testimonia di una fede eroica che cresce nelle avversità e che è capace di spostare montagne. Ma a prezzo di quali e quante lotte e sofferenze essa viene ottenuta? È ciò che ha dovuto sperimentare il dissidente ortodosso Oles’ Berdnyk, arrestato nel dicembre 1979 per aver scritto al Papa: «Sono nato e cresciuto in un paese dove l’ateismo è l’insegnamento ufficiale. Attraverso la lotta e la sofferenza ho trovato Cristo e ho sperimentato la realtà della sua vita».

Una via crucis cosparsa di cadaveri

Fu questa l’esperienza di uno dei nostri vescovi clandestini che poco tempo fa venne scoperto mentre esercitava le sue funzioni. Invano, con minacce e torture, il KGB tentò di forzarlo a collaborare. Anche il tentativo di scindere dall’interno l’unità della Chiesa, promettendo una certa libertà, naufragò, perché il vescovo sapeva che per la Chiesa non esiste altra via se non quella della croce. Questa via crucis della Chiesa ucraina è ancor oggi cosparsa di cadaveri. 

Nel marzo del 1980 fu trovato nel villaggio di Tomaschivka, distretto di Rohatyn, il cadavere del nostro sacerdote Anatol Gorgula. Lo avevano legato, cosparso di benzina e bruciato. I suoi fedeli mi hanno fatto sapere che l’unica sua colpa era di essere rimasto fedele alla sua Chiesa e di aver celebrato la divina liturgia.

Nel maggio del 1980 venne trovato a Zymma Voda – vicino a Leopoli – il sacerdote sessantenne Ivan Kotyk massacrato a bastonate nella fabbrica dove lavorava. Il suo volto era livido, il naso pieno di sangue raggrumato, i denti spezzati e la bocca riempita di pane. I suoi fedeli lo hanno sepolto cantando inni religiosi. C’era tanta di quella gente che il corteo funebre era lungo 600 metri…

Rimane ancora sempre vero quello che il nostro giovane testimone della fede Josyf Terelia scrisse sopra un lembo di stoffa a Papa Paolo VI il 6 marzo 1977: «Tempi amari sono giunti per la Chiesa greco-cattolica in Ucraina. Noi, fedeli di questa Chiesa, siamo costretti a far battezzare clandestinamente i nostri bambini, a sposarci, a confessarci e a farci seppellire di nascosto. I nostri preti soffrono negli asili psichiatrici dove vengono distrutti psichicamente […]. Io vivo in uno Stato dove il solo essere cristiano è già un crimine. Mai nel passato i fedeli della Chiesa di Cristo sono stati perseguitati come ai nostri giorni. Ai cattolici ucraini è stato tolto tutto: una normale vita in famiglia, la libertà di parola, la celebrazione della liturgia nella propria chiesa. Viviamo nelle catacombe! A causa della Parola di Dio lo spirito vivente viene crocifisso. Dei miei trentaquattro anni di vita ne ho trascorsi ben quattordici in prigioni! campi di concentramento e istituti psichiatrici […]. Senza il sostegno di tutta la cristianità i misfatti nel mondo dei senza Dio non avranno fine […] Supplichiamo i nostri fratelli cattolici di difendere la martoriata Chiesa cattolica ucraina!».

La Chiesa dei martiri vive

La nostra Chiesa non è morta, come taluni nel mondo libero pensano o forse addirittura auspicano, dal momento che la sua presenza intralcia i loro piani troppo umani. La nostra Chiesa ucraina vive. La miglior prova è nel suo martirio. Essa soffre perché crede, crede perché soffre, e si rallegra di poter soffrire per Dio. Così leggo in una lettera del maggio 1980: «Noi siamo gli eletti del Signore; è una grazia poter soffrire per Dio e per la sua Chiesa».

Per i nostri fratelli, il fatto che la nostra Chiesa esista tuttora, dopo 35 anni di sanguinosa persecuzione, è un miracolo della grazia di Dio che li costringe continuamente a riflettere. Questo miracolo rende la loro fede incrollabile.

Anche il regime comunista sa che la sua lotta per le anime, iniziata 60 anni orsono con tanta boria e millanteria, non ha ottenuto il successo sperato. I continui appelli della stampa diretti alla gioventù – persino alla gioventù comunista organizzata – invitanti a non prendere parte ai servizi liturgici, e la ancor sempre continuata derisione delle cose sacre e dei credenti, dimostrano chiaramente che una gran parte della popolazione rimane attaccata alla fede. Questa fede è talmente forte da essere in grado di sottrarre la gioventù all’influenza dei dirigenti comunisti e di condurla a Dio. Soltanto chi ha vissuto l’inferno comunista può comprendere il ruolo che la Chiesa svolge nella mia patria quale maestra di fede e di morale.

A buon diritto nel 1973 lo storico ucraino Valentyn Moroz, all’epoca ancora dissidente nell’Unione Sovietica, scriveva: «La Chiesa è così profondamente radicata nella vita culturale che è impossibile intaccarla senza danneggiare al contempo tutta la struttura spirituale della nazione».

Questo è vero, ma per il nostro popolo la Chiesa ha un significato ancora più profondo: insieme alle altre comunità cristiane che rifiutano di collaborare con la dittatura comunista, essa è la colonna e il fondamento della verità e della morale per tutti coloro che vogliono vivere concretamente il Vangelo.

Significato per la diaspora e per la Chiesa universale

L’esistenza e la forza spirituale della Chiesa nella mia patria è della massima importanza per la perseveranza nella fede di quegli ucraini che, sparsi per tutto il mondo in seguito alla fuga o all’emigrazione, sono rimasti fedeli alla loro Chiesa. Infatti, senza l’esistenza di una Chiesa madre non si può nemmeno parlare di una Chiesa nella diaspora! Come il popolo ebreo nella cattività babilonese, non appena dimenticò Gerusalemme, finì inevitabilmente con l’adattarsi ai costumi pagani, così anche la diaspora ucraina perderebbe la sua identità qualora fosse privata dei suoi legami vitali con la Chiesa madre. Questa pericolosissima assimilazione darebbe avvio a un processo che non soltanto nel campo nazionale, ma anche in quello religioso, terminerebbe per il nostro popolo con la perdita della sua intima essenza e della sua fede cattolica.

Dato che nella comunità di vita divina, che con san Paolo chiamiamo il Corpo Mistico di Cristo, l’esistenza di una Chiesa influenza tutte le altre Chiese, la situazione della Chiesa ucraina non può lasciare nessuno indifferente.

Benché spogliata di tutti i suoi mezzi istituzionali, organizzativi e materiali, essa rappresenta, con il Cristo inerme, una sorgente di forza interiore e di autentico rinnovamento per tutte le Chiese consorelle. Così essa dà il suo prezioso contributo al patrimonio spirituale della Chiesa universale.

Significato per l’ecumenismo

Se vogliamo ora considerare il posto e il significato della Chiesa cattolica ucraina nel quadro della Chiesa universale, dobbiamo parlare dell’unità di tutti i cristiani. L’unità in Cristo deve essere restaurata e le profonde ferite della divisione nel Corpo Mistico devono essere sanate. Il Concilio Vaticano II ci ha dato questo compito. Nell’Europa orientale si è lavorato per questo già fin dall’unione di Brest-Litovsk.

Il cosiddetto dialogo ecumenico prosegue oggi alacremente, ma si limita purtroppo al cerchio ristretto dell’alto clero e degli esperti. In Occidente il popolo vi partecipa poco e nell’Unione Sovietica affatto. Ma nell’Unione Sovietica, grazie alla croce della persecuzione portata in comune, è cresciuto un vero ecumenismo. Purificato da una autentica testimonianza di fede e dal sangue dei martiri, esso ha raggiunto le radici più profonde del Vangelo: la ricerca non dell’umano, ma del divino. Infatti cattolici e «ortodossi», battisti e altre comunità religiose soffrono per Cristo nella stessa maniera. Questa sofferenza comune li rende tutti parimenti figli di Dio e della sua Chiesa. Questo risultato è un guadagno di valore incalcolabile. L’ecumenismo moderno farebbe bene a non perdere di vista questa nuova situazione.

E il regime comunista?

Possiamo anche domandarci: che cosa può attendersi la nostra Chiesa ucraina dal regime comunista? Assolutamente nulla!

All’interno del sistema comunista non c’è posto per la Chiesa. Se questa viene in qualche modo tollerata, ciò si deve esclusivamente al perseguimento di scopi non-ecclesiali o anti-ecclesiali. E se nelle strutture ecclesiastiche tollerate dallo Stato sovietico scopriamo degli elementi cristiani positivi, ciò è dovuto non alla volontà del comunismo dominante ma alla volontà di Dio. Non possiamo aspettarci il vero bene della Chiesa da un regime che per sua natura deve combattere Dio.

È per questo che i nostri fratelli e sorelle in Ucraina fanno affidamento soltanto su Dio che, mediante un miracolo della sua provvidenza, può, anche a migliaia di chilometri di distanza, ispirare esseri umani e farne strumento del suo amore misericordioso. Questa opera dell’amore soccorritore nei confronti del mio popolo martoriato viene compiuta da molti anni e in maniera ammirevole dall’Aiuto alla Chiesa che soffre, di padre Werenfried van Straaten. A nome del mio popolo dimenticato e misconosciuto ringrazio lui e voi per l’incalcolabile aiuto che abbiamo potuto ricevere. La nostra riconoscenza è tanto più grande perché sentiamo che ci date non soltanto il vostro denaro ma anche una parte del vostro cuore.

Il vostro compito soccorritore

Molto più importante dell’aiuto materiale è l’aiuto spirituale e morale che voi potete concedere. È vostro compito e dovere non dimenticare mai i fratelli perseguitati. Il dr. Ivan Czorniak, già professore e rettore del nostro seminario di Leopoli, morto come un santo il 26 gennaio 1980 dopo un calvario protrattosi per 35 anni, mi supplicava nella sua ultima lettera di fare di tutto per influire sull’opinione pubblica, per scuotere la coscienza del mondo, per esigere l’elementare diritto di libertà religiosa per tutti i popoli oppressi nell’Unione Sovietica e per impedire che la Chiesa del silenzio venga messa a tacere da coloro che possono parlare. Ora che si avvicina il giorno in cui Dio mi toglierà da questa vita, intendo avvalermi di questa occasione, che è forse l’ultima, per soddisfare l’estremo desiderio del mio fratello martoriato.

Ma non basta parlare. Dovete pregare, operare e soprattutto vivere una vita cristiana coerente. Quando verrà finalmente il giorno in cui i nostri fratelli della Chiesa perseguitata scopriranno di nuovo, nella Chiesa del mondo libero, la forza morale, la fede incrollabile e la difesa globale dei diritti dell’uomo, allora si farà più grande il loro coraggio per proseguire la battaglia. Allora i loro cuori saranno colmi di una più grande fiducia. Allora il loro giogo si farà dolce e il loro peso leggero (Mt. 11, 30). Amen.

Roma, 28 luglio 1980.

Josyf Card. Slipyj

Patriarca

 

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  Cristianità, Magistero episcopale
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