Re Baldovino dei Belgi o la coscienza di un re

Alleanza Cattolica 27 anni fa
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Card. Godfried Danneels, Cristianità n. 222 (1993)

 

Per un «re esemplare e cristiano fervente»

Re Baldovino dei Belgi o la coscienza di un re

 

Sabato 31 luglio 1993, nella residenza di Motril, presso Granada, in Spagna, è improvvisamente deceduto Sua Maestà Baldovino I, re dei Belgi, a sessantadue anni d’età e dopo quarantadue anni di regno. Sabato 6 agosto, a Bruxelles, nella cattedrale di Saint-Michel, S. Em. il card. Godfried Danneels, arcivescovo di Malines-Bruxelles, ha celebrato la Messa funebre. Fra le personalità venute da diversi paesi del mondo a rendere omaggio al sovrano era S. Em. il card. Angelo Sodano, segretario di Stato di Sua Santità, nominato legato pontificio dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, che — nel telegramma inviato alla regina Fabiola appena appreso il decesso e all’Angelus del 1° agosto — ha definito il defunto «re esemplare e cristiano fervente». Nel corso della celebrazione il porporato belga ha pronunciato un’omelia, il cui testo è stato diffuso dall’arcivescovado di Malines-Bruxelles e pubblicato con il titolo Le Roi Baudoin a été le berger de son peuple, in la documentation catholique, anno 75, n. 2078, 5/19-9-1993, pp. 769-770. I sottotitoli sono dell’originale; il titolo e la traduzione sono redazionali.

 

Fratelli e sorelle nella fede,

Voi tutti che siete venuti per onorare la memoria del re con il vostro rispetto e con il vostro affetto,

Vi sono re che sono più che re: sono i pastori del loro popolo. Non si limitano a regnare, amano, fino a dare la propria vita. Tale è stato Re Baldovino. Egli amava. La sua intelligenza politica affondava le proprie radici profonde nel cuore, il suo savoir-faire gli derivava dalla sua forza d’amare. Il segreto del suo regno era il suo cuore. Ci ha appunto lasciati attraverso la porta del cuore — solo e surrettiziamente — come per dirci: «Non volevo darvi troppo dolore».

Un re secondo il cuore degli uomini

È stato un re secondo il cuore degli uomini. Ci amava, noi l’amavamo. La sua morte ha suscitato nel paese una profonda emozione e una riconoscenza immensa. La morte del re ha risvegliato quanto vi è di più prezioso nel cuore di ciascuno di noi. Paradossalmente, questa settimana di dolore ci ha resi tutti un po’ migliori.

È stato un re secondo il cuore degli uomini, secondo il nostro cuore. Quest’uomo discreto, silenzioso, sempre sorridente, infinitamente delicato, aveva un cuore largo come le spiagge lungo il mare. Vi nascondeva tutte le gioie e tutte le sofferenze del suo paese e del suo popolo. Quest’uomo portava in sé un calore, una capacità di ascolto e di empatia difficilmente im­ma­gi­nabili. Si diceva fosse malinconico, ma questa ma­linconia era solo il pudore che accompagna ogni gioia che è interiore e che ha la sua fonte in Dio. Il re era un uomo di una gioia interiore intensa, bruciante come il fuoco sotto la cenere, là ove fa più calore.

Sì, sull’esempio di Davide, il grande re della Bibbia, Re Baldovino è stato il pastore del suo popolo. Privilegiava i piccoli, i poveri, gli emarginati. Soprattutto negli ultimi mesi, li cercava. In occasione delle sue visite attraverso il paese, lo si vedeva spesso, con la Regina, intrattenersi con gente semplice o con bambini, piegando il capo e l’orecchio per ascoltarli. Con il suo sorriso accoglieva le loro confidenze e le conservava nel cuore come la Vergine Maria. Come lei, diceva d’altronde sempre «sì». Vi è qualcuno in questo paese che ha detto «sì» tanto spesso come il re? E in circostanze tanto difficili? E se gli succedeva di dire «no», era al male. Era qualcosa di diverso da un «sì» travestito al bene?

Come un buon pastore, ha continuamente ascoltato o compatito: ha dato la sua vita per i suoi. Vi sono due fuochi che consumano: la carità è uno di questi fuochi. L’ha consumato. La sua dipartita viene troppo presto. Ma, come dice la Scrittura, in pochi anni ha portato a termine una vita lunga, «giunto in breve alla perfezione, ha compiuto una lunga carriera» (Sap. 4, 13).

Il re ha sofferto molto. La sofferenza è stata la sua compagna a partire dalla più giovane età e durante tutta la vita. Non l’ha mai abbandonato. Ma l’ha fatto maturare, l’ha trasformato, gli ha dato una rara capacità di compassione. Ha triturato il suo cuore come il mugnaio tritura il grano per farne il buon pane del popolo. Ma, attraverso le sue ferite, non ha forse guarito le nostre? Grazie alle sue sofferenze, la pace della comunità del nostro paese non è mai stata gravemente turbata. Le sue piaghe non ci hanno forse accostati li uni agli altri? Il suo silenzio non ha temperato le nostre violenze verbali? Le sue conversazioni e il suo paziente andare e venire non hanno riavvicinato quanti rischiavano di ignorarsi sempre più ogni giorno? Grazie alla sua presenza discreta e alla sua «carità politica» il Belgio non ha forse potuto imboccare la svolta politica della sua storia costituita dalla trasformazione in una federazione, nella pace e nel rispetto della democrazia, come il re diceva ancora il 21 luglio scorso, non senza una certa fierezza? Il re ha sofferto. Egli diceva un giorno: «Essere re vuol dire servire la verità e soffrire per il proprio popolo».

Questo re-pastore è stato soprattutto il modello del suo popolo. Gli ha dato l’esempio di una coscienza raffinata, sensibile, infinitamente delicata, docile alle più piccole ingiunzioni morali e spirituali. Per lui la coscienza era un assoluto: era la voce dell’uomo in profondità e la voce di Dio. Le ha sempre seguite, anche a rischio dei suoi interessi personali, a rischio di mettere in questione il trono. Pensava che la vita umana avesse questo prezzo. Lo si è detto troppo sensibile alla dimensione morale. Oltre l’intenzione critica, egli vi vedeva piuttosto un elogio. Se viene definita troppo morale la difesa dei grandi valori della civiltà occidentale e anche universale, la promozione della famiglia, la priorità data a quanti sono senza lavoro, agli esclusi, ai bisognosi, ai diritti dell’uomo, all’ordine internazionale, non dovremmo essere tutti, seguendo il suo esempio, «troppo morali»?

Quest’uomo abitato dall’amore, si faceva un dovere di essere un modello nella sua vita matrimoniale e nella sua vita familiare, in stretta unione con la famiglia di suo fratello, il Principe Alberto. Con la Regina, probabilmente ci ha lasciato al riguardo una delle eredità più preziose. Oltre la morte che li ha appena separati, in questo campo il Re e la Regina hanno veramente il diritto di dirci: «Vi esortiamo dunque, fatevi nostri imitatori» (1 Cor. 4, 16). Il re diceva: «Chi vuol fare l’unità nel suo paese, deve esercitarsi a farla anzitutto nel suo focolare e nella sua famiglia». Infatti le due case sono costruite con lo stesso cemento, quello dell’amore.

Un re secondo il cuore di Dio

Se era un re secondo il cuore degli uomini, secondo il nostro cuore, era anche un re secondo il cuore di Dio. Senza dubbio, in futuro, molti ne faranno il ritratto, scrivendo la storia del suo regno. Vi si scoprirà «il segreto del re»? Infatti, aveva un segreto: il suo Dio, che amava alla follia e dal quale era così amato.

Sotto la copertura delle sue attività pubbliche e po­litiche, sgorgava una sorgente calma e nascosta: era la sua vita in Dio. La preghiera, l’Eucaristia quotidiana, la lettura del Vangelo, il suo amore per la Vergine Maria, la penitenza: ecco le fonti segrete che alimentavano il fiume della sua esistenza. Mentre serviva gli uomini, non smetteva di pensare a Dio. In ogni volto d’uomo che gli si presentava, discerneva il volto di Cristo. Indubbiamente verrà un giorno in cui questo segreto, questo mistero di Re Baldovino verrà svelato. Lo spero. Allora tutti porteranno la mano alla bocca con un gesto di meraviglia. Come il centurione sotto la croce, gli uomini diranno: «Veramente quest’uomo era giusto» (Lc. 23, 47).

 Il Re non ha mai fatto segreto della sua fede personale. Ma non se ne è mai servito inopportunamente, per circonvenire quanti non la condividevano. Il suo spirito d’equità, l’oggettività del suo giudizio, il suo enorme rispetto di tutto quanto era buono, valido, umano, retto e utile è stato apprezzato da tutti. Infatti sapeva che la fede è un dono al servizio degli uomini e non un’arma per farsi valere.

Beato il popolo che ha avuto un tale re…

Caro Sovrano, come ci mancherete! Saremmo orfani inconsolabili se non sapessimo che, al posto di un re, Dio ci sta dando un «intercessore» per il Belgio. Voi che avete così a lungo pregato nel vostro piccolo oratorio nel grande palazzo di Laeken, siete ora davanti al trono dell’Agnello. Non avete cambiato professione, avete cambiato solamente luogo. Come avete fatto durante la vita, continuate a pregare per noi. Caro Sovrano, per la fede sappiamo che vivete. Vicino a voi abbiamo acceso il cero pasquale. Se il nostro cuore di credenti è invaso dalla luce bianca della risurrezione, come potremmo rivestire il nostro corpo con colori di lutto? Abbiamo perduto un re. Dio ci ha dato al suo posto un intercessore e un protettore. Beato il popolo che ha ricevuto un tale re perché lo governasse in vita e un tale Angelo per vegliare su di lui dopo la morte. Grazie Sire e caro Re Baldovino. Vi ringraziamo e vi chiediamo un’ultima cosa che non ci rifiuterete: pregate per noi!

+ Card. Godfried Danneels
Arcivescovo di Malines-Bruxelles

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