Resistenza anticomunista in Romania

Pierre Faillant de Villemarest 33 anni fa
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Pierre Faillant de Villemarest, Cristianità n. 146-147 (1987)

 

Venuta alla luce dopo l’inverno fra il 1986 e il 1987, ma frutto di una gestazione decennale, l’Azione Democratica Rumena riunisce cattolici e ortodossi nella lotta contro il regime liberticida e affamatore.

 

Mentre i mass media occidentali tacciono 

Resistenza anticomunista in Romania

 

Fanfare ben orchestrate, sfilate con fazzoletti rossi al collo, belle ragazze infiocchettate, danze folcloristiche: tutto era perfetto, alla fine di maggio del 1987, quando Mikhail Gorbaciov era andato a ispezionare le sue riserve di caccia rumene. Per altro, troppo perfetto. E sarebbe sbagliato credere che il guardiacaccia e la sua tribù potessero sfidare realmente il sorriso beffardo del loro padrone. Senza l’Unione Sovietica il fallimento economico rumeno è ormai irreversibile, a brevissimo termine. Nessun palliativo potrebbe evitarlo, mentre la popolazione è sempre più irritata dalle sue condizioni che, l’inverno prossimo, non saranno neppure più di vita, ma di sopravvivenza.

Quando, a meta degli anni Sessanta, la tribù Ceausescu è giunta al potere, il paese viveva più o meno decorosamente, ma in modo abbastanza sopportabile rispetto agli altri paesi abbandonati al comunismo nel 1945: il trenta per cento della popolazione attiva era ancora impiegata nell’agricoltura e, grazie alla sua produzione petrolifera, la Romania se la cavava abbastanza bene, anche se per il rotto della cuffia.

Un’indipendenza fittizia 

Mosca aveva proposto al nuovo numero uno della Romania un’operazione molto particolare, consistente nel prendere ostentatamente posizioni un poco «divergenti» in seno all’Oriente europeo, per accreditare in Occidente l’idea di un comunismo «indipendente». Su questa base si trattava di giocare la carta della Romania «latina» presso gli occidentali, per sviluppare legami nello stesso tempo affettivi, economici, culturali e commerciali e per penetrare negli ambienti governativi e dell’alta società dell’Europa Occidentale, soprattutto di quella francese e italiana. Bucarest sarebbe rimasta legata alle operazioni dell’internazionale comunista attraverso l’ufficio di coordinamento dell’informazione dei paesi del Patto di Varsavia: in codice, l’operazione si chiamava «Orizzonte»…

In questo modo Bucarest ha potuto condannare agevolmente l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e quella dell’Afghanistan nel 1979, e così via. E questo accreditava l’idea dell’esistenza di fatto di un comunismo indipendente e accettabile…

Ma la tribù Ceausescu si è quasi subito lanciata in progetti grandiosi, irrazionali, come trasformare il paese da potenza agricola e petrolifera in un immenso complesso siderurgico e petrolchimico, che sarebbe stato uno dei polmoni dei Balcani. Nello stesso tempo, si distruggevano chiese, templi, vestigia storiche, per sostituirli con edifici ultramoderni, inabitabili, e con viali e corsi spettacolari. La tribù accumulava anche per sé beni immobili e personali tali da far impallidire d’invidia i Marcos delle Filippine. E il tutto dura da vent’anni.

Attualmente il popolo è sottoalimentato, senza carne, sostituita per mesi da pesce conservato, importato, insipido. Niente patate, se non dopo code di diverse ore, niente burro, elettricità razionata, niente lampade per uso privato da più di quaranta watt, niente metano da riscaldamento o da cucina dopo le venti, al massimo due ore di televisione la sera, e così via.

Paradossi dell’economia socialista à la Ceausescu: produttrice di petrolio, ancora autosufficiente dal 1965 al 1973, la Romania deve importare ogni anno dall’Unione Sovietica dal trenta al quaranta per cento del suo fabbisogno minimale, ma esporta il quaranta per cento delle sue 11.500.000 tonnellate.

Le cose stanno in questi termini, mentre vivaci danze popolari hanno accolto Mikhail Gorbaciov, venuto a ricordare a Nicolae Ceausescu che la sua apparente indipendenza comportava condizioni di efficacia nella lotta contro le società dell’Europa Occidentale, e che la ricreazione è finita. E se l’opposizione al regime cresce, Mosca incolperà Nicolae Ceausescu davanti alla comunità comunista delle sue possibili conseguenze nell’Europa Orientale, dove bastano già il bubbone polacco, la resistenza slovacca, i problemi serbo-albanesi.

Infatti, l’opposizione a Nicolae Ceausescu cresce di anno in anno, nonostante le centinaia di campi di deportazione, di prigioni e di ospedali psichiatrici nel paese. Dopo tre decenni passati nelle catacombe, si è riorganizzata, senza rumore, partendo dalle parrocchie e dai sacerdoti clandestini.

Dal 1948 al 1980, l’ottanta per cento dei quadri religiosi della Chiesa cattolica di rito latino, di quella «unita» — cioè della stessa Chiesa cattolica di rito orientale — e di quella ortodossa, è stato ucciso, deportato, è scomparso (1). Ma, nonostante tutto, trascurando il clero «ufficiale» sottomesso al partito e suo strumento, in Romania, come in Unione Sovietica, restano quanti sono sopravvissuti, hanno resistito e sviluppato le loro reti.

Già nell’agosto del 1977, un Comitato per la Protezione della Chiesa «unita» rumena osava pretendere da Nicolae Ceausescu che rivedesse le leggi del 1948 che ne vietavano l’esistenza. Decine di prelati e di sacerdoti sono stati identificati, assassinati, deportati. Dei battisti hanno fatto la loro ricomparsa nella regione del Banato.

Da parte cattolica, in questi ultimi dieci anni, si è ramificato e strutturato un movimento segreto, che ha per altro riunito un certo numero di ortodossi disgustati dai loro sacerdoti «ufficiali», e che si è manifestato dopo l’inverno fra il 1986 e il 1987; nelle campagne, nelle fabbriche, nelle università, in occasione degli scioperi e delle proteste di un popolo che non vuol morire di soffocamento e di privazioni.

Le Chiese, base clandestina del rinnovamento rumeno

Questo movimento si chiama RDA, Azione Democratica Rumena. All’inizio di marzo del 1987 ha diffuso in tutte le province del paese un manifesto di quaranta pagine che rivendica «il ritorno ai valori spirituali tradizionali del cristianesimo in Romania» e rimprovera alla Chiesa ortodossa ufficiale «di essere compiacente verso il regime comunista ateo». Anche se l’ottanta per cento dei ventidue milioni di abitanti della Romania si dichiara fedele alla Chiesa ortodossa, i tre quarti di quella che sopravvive nelle catacombe sono giunti a un’intesa con i cattolici.

Parallelamente in Transilvania, dove abitano due milioni di ungheresi, la rivista clandestina HPT, «Stampa Ungherese di Transilvania», riesce a eludere tutte le indagini della polizia e, come i volantini e le pubblicazioni della vicina RDA, diventa una miniera di informazioni su quanto accade nel paese.Tutte le manifestazioni operaie, contadine, universitarie e intellettuali sono riportate senza enfasi, con precisione.

Frattanto Nicolae Ceausescu assicura ai suoi visitatori occidentali che in Romania sono autorizzati quattordici culti diversi, sulla base della Costituzione. Ma quando, nel 1986, dagli Stati Uniti erano state inviate ventimila Bibbie, la sua polizia le ha requisite e le ha trasformate in carta igienica…

In Romania, come nei paesi vicini, covano fuochi di cui i giornali dell’Europa Occidentale o americani non danno notizia tutte le volte che testimoniano una resistenza di ispirazione spirituale e quindi non «ricuperata» dai club socialisti oppure atei dei paesi del mondo non comunista. Tuttavia, presto o tardi, essa romperà la cortina costituita dalle censure dell’Occidente europeo e di Oltre Atlantico. In Romania, contro Nicolae Ceausescu oppure il suo prossimo successore.

Pierre Faillant de Villemarest

 

Note:

(1) Per la distruzione di queste Chiese, cfr. SERGIU GROSSU, Le calvaire de la Roumanie chrétienne, France-Empire, Parigi 1987.

 

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 Pierre Faillant de Villemarest

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