San Filippo d’Etiopia

Il fondamento biblico dell’evangelizzazione di una terra straniera, ma anche la confutazione, impressa nella Bibbia medesima, del libero esame protestante
Michele Brambilla 9 mesi fa
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di Michele Brambilla

Se l’udienza del 25 settembre era stata quasi monopolizzata dalla figura di santo Stefano, quella del 2 ottobre si concentra sull’altro protodiacono passato alla storia, san Filippo. «Dopo il martirio di Stefano», riassume Papa Francesco, «la “corsa” della Parola di Dio sembra subire una battuta d’arresto, per lo scatenarsi di “una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme” (At 8,1)». Se «nel Libro degli Atti, la persecuzione appare come lo stato permanente della vita dei discepoli», la predicazione del Vangelo si “sblocca” grazie proprio a san Filippo. 

«A questo punto», infatti, «lo Spirito Santo segna una nuova tappa del viaggio del Vangelo: spinge Filippo ad andare incontro a uno straniero dal cuore aperto a Dio. Filippo si alza e parte con slancio e, su una strada deserta e pericolosa, incontra un alto funzionario della regina di Etiopia, amministratore dei suoi tesori». Il Papa puntualizza che «quest’uomo, un eunuco, dopo essere stato a Gerusalemme per il culto, sta tornando al suo paese. Era un proselito giudeo dell’Etiopia. Seduto in carrozza, legge il rotolo del profeta Isaia, in particolare il quarto canto del “servo del Signore”», corrispondente a Is 53,1-12, una pagina così cara alla meditazione cristiana da divenire nei secoli la prima lettura della liturgia del Venerdì Santo secondo il rito romano e la lettura veterotestamentaria della Messa detta “del giorno” o “di Passione” della Domenica delle Palme nel rito ambrosiano.

«Filippo si accosta alla carrozza e gli chiede: “Capisci quello che stai leggendo?” (At 8,30). L’Etiope risponde: “E come potrei capire, se nessuno mi guida?” (At 8,31)». Emerge così il ruolo insostituibile della Chiesa nel porgere e nell’interpretare la Scrittura, richiamato dal Papa giusto pochi giorni prima nella lettera apostolica Aperuit illis sull’istituzione della “domenica della parola di Dio”. L’eunuco incontra in Filippo il parere autorevole della comunità dei discepoli del Signore, l’unica che poteva risolvere i dubbi che la lettura privata dei Profeti stava suscitando in lui, e decide di farsi battezzare. Il brano del capitolo 8 degli Atti degli Apostoli spiegato dal Santo Padre non rappresenta così solamente l’inizio dell’evangelizzazione dell’Etiopia, terra di cristianità antichissima e rigogliosissima, ma anche, a ben vedere, una perfetta confutazione, inscritta nella Bibbia stessa, del concetto protestante di «sola Scriptura». 

Perché il libero esame delle Scritture si trasforma facilmente in una prigionia entro i propri pensieri, mentre l’ascolto della Chiesa restituisce al credente il vero volto di Colui che in quelle parole scritte tocca il cuore dell’uomo. La Chiesa è insomma “trasparente”: riflette la luce che le viene dallo Sposo.

Al termine dell’udienza Francesco prega «che lo Spirito faccia dei battezzati uomini e donne che annunciano il Vangelo per attirare gli altri non a sé ma a Cristo, che sanno fare spazio all’azione di Dio, che sanno rendere gli altri liberi e responsabili dinanzi al Signore».    

Giovedì, 3 ottobre 2019

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 Michele Brambilla

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Michele Brambilla, celibe, di professione insegnante, nasce il 21 aprile 1987 a Monza (MB). Consegue la laurea specialistica in Lettere il 10 luglio 2013 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il 22 novembre 2017 quella triennale in Scienze religiose presso l’Istituto di Scienze Religiose “Paolo VI” di Milano, con indirizzo pedagogico. Conosce Alleanza Cattolica da adolescente, nel suo ambiente parrocchiale d’origine, e diventa militante nel marzo 2017. Già nel 2012 comincia a collaborare al sito regionale lombardo di AC, Comunità Ambrosiana, per approdare poi, dopo la promessa di militanza, su quello nazionale: su entrambi cura principalmente pagine dedicate al Magistero papale ed episcopale.