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San Giuseppe il tekton

14 Gennaio 2022 by Michele Brambilla

Falegname

Cosa ci insegna san Giuseppe sull’etica del lavoro

di Michele Brambilla

Papa Francesco focalizza nell’udienza del 12 gennaio un particolare rilevantissimo: «Gli evangelisti Matteo e Marco definiscono Giuseppe “falegname” o “carpentiere”. Abbiamo ascoltato poco fa che la gente di Nazareth, sentendo Gesù parlare, si chiedeva: “Non è costui il figlio del falegname?” (Mt 13,55; cfr Mc 6,3). Gesù praticò il mestiere del padre» per lunghissimi anni, e questo è stato determinante nell’alimentare l’incredulità dei suoi concittadini non appena Cristo iniziò il suo ministero pubblico.

«Il termine greco tekton, usato», spiega il Papa, «per indicare il lavoro di Giuseppe, è stato tradotto in vari modi. I Padri latini della Chiesa lo hanno reso con “falegname”. Ma teniamo presente che nella Palestina dei tempi di Gesù il legno serviva, oltre che a fabbricare aratri e mobili vari, anche a costruire case, che avevano serramenti di legno e tetti a terrazza fatti di travi connesse tra loro con rami e terra», pertanto non è sbagliata la qualifica di “carpentiere”. L’importante è considerare il fatto che san Giuseppe e lo stesso Gesù sono vissuti del proprio lavoro manuale.

Il Santo Padre riflette: «Questo dato biografico di Giuseppe e di Gesù mi fa pensare a tutti i lavoratori del mondo, in modo particolare a quelli che fanno lavori usuranti nelle miniere e in certe fabbriche; a coloro che sono sfruttati con il lavoro in nero; alle vittime del lavoro – abbiamo visto che in Italia ultimamente ce ne sono state parecchie -; ai bambini che sono costretti a lavorare e a quelli che frugano nelle discariche per cercare qualcosa di utile da barattare». Esorta: «Pensiamo alle vittime del lavoro, degli incidenti sul lavoro; ai bambini che sono costretti a lavorare: questo è terribile! I bambini nell’età del gioco devono giocare, invece sono costretti a lavorare come persone adulte. Pensiamo a quei bambini, poveretti, che frugano nelle discariche per cercare qualcosa di utile da barattare. Tutti questi sono fratelli e sorelle nostri, che si guadagnano la vita così, con lavori che non riconoscono la loro dignità». Dignità umana che è lesa anche nei disoccupati: «Tornano a casa: “Hai trovato qualcosa?” – “No, niente … sono passato dalla Caritas e porto il pane”. Quello che ti dà dignità non è portare il pane a casa. Tu puoi prenderlo dalla Caritas: no, questo non ti dà dignità. Quello che ti dà dignità è guadagnare il pane, e se noi non diamo alla nostra gente, ai nostri uomini e alle nostre donne, la capacità di guadagnare il pane, questa è un’ingiustizia sociale in quel posto, in quella nazione, in quel continente». Si invitano, allora, i governanti a creare le condizioni per la piena occupazione, in modo che nessuno sia costretto a mendicare o sia sfruttato.

«Non si tiene abbastanza conto del fatto che il lavoro è una componente essenziale nella vita umana, e anche», dice il Pontefice, «nel cammino di santificazione. Lavorare non solo serve per procurarsi il giusto sostentamento: è anche un luogo in cui esprimiamo noi stessi, ci sentiamo utili, e impariamo la grande lezione della concretezza, che aiuta la vita spirituale a non diventare spiritualismo», ovvero a perdere l’ancoraggio alla realtà concreta. Allora «è bello pensare che Gesù stesso abbia lavorato e che abbia appreso quest’arte proprio da san Giuseppe».

Francesco ripete in proposito una preghiera molto significativa, composta nel 1969 da san Paolo VI, che la propose il 1 maggio, per la Chiesa festa di S. Giuseppe lavoratore:

«O San Giuseppe,
Patrono della Chiesa,
tu che, accanto al Verbo incarnato,
lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane,
traendo da Lui la forza di vivere e di faticare;
tu che hai provato l’ansia del domani,
l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro:
tu che irradii oggi, l’esempio della tua figura,
umile davanti agli uomini
ma grandissima davanti a Dio,
proteggi i lavoratori nella loro dura esistenza quotidiana,
difendendoli dallo scoraggiamento,
dalla rivolta negatrice,
come dalle tentazioni dell’edonismo;
e custodisci la pace nel mondo,
quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei popoli. Amen».

Espressioni come «rivolta negatrice» e «tentazioni dell’edonismo» richiamano direttamente il clima di quell’epoca, segnata dalla Rivoluzione del Sessantotto, di cui stiamo ancora raccogliendo i “cocci” morali e sociali. Se il Papa regnante porge di nuovo questa preghiera è perché ritiene che ci riguardi ancora in prima persona. E come dargli torto?

Venerdì, 14 gennaio 2022

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