Stati Uniti d’America: verso le elezioni presidenziali del 1996

Marco Respinti 25 anni fa
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Marco Respinti, Cristianità n. 247-248 (1995)

 

Articolo sostanzialmente anticipato in Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno XLIV, n. 249, 28-10-1995, p. 15, con il titolo redazionale Parte dal Sud la riscossa conservatrice, senza note e senza sottotitoli.

 

Stati Uniti d’America: verso le elezioni presidenziali del 1996

 

Nel 1996 gli Stati Uniti d’America saranno chiamati a eleggere il nuovo presidente della Repubblica, che s’insedierà ufficialmente nel gennaio del 1997; dunque, la lunga marcia che culminerà in novembre inizierà proprio nei primi mesi del 1996 con le elezioni primarie nel New Hampshire e nel1’Iowa.

La crisi del Partito Democratico

Attualmente, il Partito Democratico non sembra attraversare una stagione felicissima, percorso da mille contraddizioni e privo di figure significative che lo possano guidare a una vittoria politica tale da rimediare alla perdita della maggioranza in Congresso (1). Nel 1992 si disse che i grandi nomi del Partito Democratico avevano sostanzialmente preferito mandare avanti un «pesce piccolo» – William «Bill» Jefferson Clinton –, per paura di soccombere nel confronto con George Herbert Walker Bush, ma, in realtà, il Partito Democratico – salvo sorprese e rivelazioni future – appare piuttosto sguarnito di figure carismatiche. Michael Stanley Dukakis, Paul Efthemios Tsongas, Walter Frederick Mondale e Mario Matthew Cuomo, ma anche il clan dei Kennedy, sembrano proprio aver perso molto del proprio smalto. Lo stesso elettorato tradizionale democratico sembra subire forti scossoni: per esempio nel Sud, dove peraltro il Partito Repubblicano è sempre stato un «piccolo gregge», inviso all’elettorato bianco conservatore che, per ragioni storiche risalenti alla Guerra di Secessione (1861-1865), si è sempre ben guardato dall’appoggiare quello che chiama «il partito di Lincoln» o, con espressione sprezzante, il «partito del Nord».

Del resto, però, i democratici hanno finito per divenire il ricettacolo di tutte le idee e di tutti gli attivisti liberal e radicali, tanto da mutare profondamente, anche nel Sud, la propria immagine pubblica. Oggi – come afferma lo scrittore e poeta William P. Mills (2), originario del Mississippi e attento osservatore della realtà degli Stati del Sud – i democratici sono soltanto il partito dei gruppi omosessuali, delle femministe, dei radicali più spinti, nonché i paladini del multiculturalismo e delle minoranze; ovvero, di quanto sta distruggendo e atomizzando la società statunitense. E, fra le «minoranze», la crème del pensiero liberal intende addirittura anche i gay, le lesbiche e le donne, «etnie» (sic) neglette e sfruttate dai «maschi bianchi». Il tutto secondo la medesima logica destrutturante e «politicamente corretta» che vorrebbe rivedere perfino quel linguaggio «offensivo e discriminante», che usa termini come «seminario», un vocabolo assolutamente e insopportabilmente troppo «maschilista»… 

Già ai tempi di Ronald Wilson Reagan, parte del Sud conservatore, una volta schierato con i democratici, decise di sostenere il candidato repubblicano e quanto egli, in qualche modo, rappresentava; ovvero, essenzialmente, l’opposizione al progressismo. Un segnale altrettanto forte è giunto – nel novembre del 1994 e su tutto il territorio nazionale – quando, nelle elezioni per il rinnovo del Congresso, trionfarono i repubblicani, quanto a tesi certamente migliori dei democratici «liberal» (3). 

Dunque, i riflettori del 1996 saranno in gran parte puntati sugli sfidanti repubblicani, decisi a strappare a Bill Clinton il seggio presidenziale. Fra i nomi più in vista è stato fatto quello del governatore della California, Pete Wilson, che dell’opposizione all’immigrazione clandestina – una vera e propria piaga negli Stati Uniti d’America – ha fatto il proprio cavallo di battaglia. Certamente questo tema gli avrebbe fatto guadagnare un numero cospicuo di voti conservatori, ma difficilmente Pete Wilson avrebbe potuto vincere, innanzitutto per le sue posizioni favorevoli all’aborto, la «bestia nera» della destra americana. Ma Pete Wilson ha gettato la spugna anzitempo. Poi è circolato abbondantemente il nome del generale Colin Luther Powell, al quale avrebbe potuto essere sostenuto – sempre che si fosse candidato con i repubblicani – dall’ex segretario di Stato James Addison Baker e, presumibilmente, almeno da una parte dell’entourage dell’ex presidente George H. W. Bush (4). Ma i grandi media puntano il dito sui maggiorenti del partito, Robert «Bob» Joseph Dole e Philip «Phil» William Gramm, spesso già indicati – soprattutto il primo – come sicuri per la nomination. 

Torna la candidatura di Patrick J. Buchanan 

Però, vi è un altro «incomodo» da tener presente: quel Patrick J. Buchanan di cui i media sempre e solo alla ricerca del «nuovo» e del sensazionale – quello che eternamente rima con superficiale – avevano perso le tracce. 

Patrick J. Buchanan ha proposto di nuovo – come nel 1992 – la propria candidatura e ha rinnovato la propria sfida dentro e fuori il partito politico nelle fila del quale si candida. Ogni tanto, in America e altrove, ci si chiede perché l’outsider – così poco omogeneo alle logiche e alle dottrine ufficiali di partito – non abbandoni i repubblicani e non crei un suo nuovo combattivo raggruppamento politico. Non pochi commentatori, stanchi del lungo «condominio democratico-repubblicano», auspicherebbero la costituzione di una «terza forza»; ma, quantunque la crescita della «voglia del terzo partito» abbia un significato rilevante e interessante dal punto di vista sociologico e contenutistico, non appare oggi realisticamente ipotizzabile che un uomo come Patrick J. Buchanan possa lasciare i repubblicani in modo indolore. Si torni con il pensiero, per un attimo, al «fenomeno Ross H. Perot» del 1992: il risultato più evidente e immediato della sua candidatura da indipendente – lanciata, ritirata e poi rilanciata – fu di raccogliere i voti di quella fetta «arrabbiata» di americani che, in assenza di un terzo candidato relativamente forte – ma decisamente sempre lontano dal successo elettorale finale –, avrebbero votato per George H. W. Bush «turandosi il naso» e battendo Bill Clinton. Vi è chi sostiene che, se l’America è sopravvissuta a James «Jimmy» Earl Carter e a George H. W. Bush, può ben sopravvivere oggi a Bill Clinton e domani al sorgere di un «terzo polo», forte abbastanza per porre sul tappeto, in maniera decisiva, certe questioni, seppur ancora non tanto da poter guadagnare la presidenza (5). Può darsi. Resta il fatto che, spallata dopo spallata, prima o poi la società americana potrebbe non reggere più l’urto di personaggi come quelli evocati – e di quanto costoro si portano dietro –, senza contare che la dispersione di forze, anche in buona fede, rischia di avere l’effetto certissimo – data la bassa probabilità di successo di un terzo candidato – di rimandare «alla prossima volta» la discussione di questioni politico-culturali decisive. Appunto quelle che stanno a cuore al «popolo del terzo partito» e a chi vota repubblicano turandosi il naso. 

Dunque, Patrick J. Buchanan correrà ancora con i repubblicani certamente più per queste ragioni che per fede cieca in quello che viene chiamato anche GOP, Grand Old Party. E quei mass media che ripetono meccanicamente solo la «voce di Washington»,secondo la quale sarebbe già scontato l’antagonismo Clinton/Dole nel novembre del 1996, ignorano fatti rilevantissimi. Lo afferma, con decisione, catholic eye, la newsletter del NCCL, The National Committee of Catholic Laymen, di New York, un organismo specificamente cattolico, legato alla prestigiosa The Human Life Foundation, sempre di New York (6).

Infatti, Patrick J. Buchanan nell’estate del 1995 ha ottenuto – per certi versi sorprendentemente – un grande successo di folla a Dallas, nel Texas, ma, soprattutto, un’affermazione significativa nelle straw poll dell’Iowa – un voto non ufficiale che serve come test d’opinione –, dove ha totalizzato 1.922 voti. Questi, se sommati agli 804 di Alan Keyes – altro candidato antiabortista, che però, assieme a Robert K. Dornan, viene indicato da catholic eye come nell’impossibilità di infrangere la «barriera del candidato non-credibile» (7) –, sarebbero saliti a 2.726, una cifra superiore ai 2.582 voti ottenuti dal tandem vincente Bob Dole-Phil Gramm (8).

«Per una Lepanto teopolitica»: «ripudiare l’illuminismo» e «riportare Dio nella storia»

Peraltro, su Patrick J. Buchanan si stanno concentrando ancora le vecchie calunnie già lanciate nel 1992 e ancora pesa la mancanza delle ingentissime quantità di denaro necessarie nella politica americana. Ma il primo fattore – secondo la newsletter del NCCL – sta, per certi versi, giocando a favore di Patrick J. Buchanan, trasformandolo nell’avversario più pugnace di Bob Dole. Del resto, il «giornalista prestato alla politica» basa la propria campagna elettorale sul fatto di essere l’unico candidato a toccare seriamente tematiche care al «cittadino medio», come l’immigrazione, l’affemative action – la politica assistenzialistica e retoricamente filo-«diritti civili», che ha creato una vera e propria «discriminazione a rovescio» ai danni dei «maschi bianchi» – e l’aborto.

Inoltre, Patrick J. Buchanan – come scrive catholic eye – è un «tradizionalista cattolico duro, un fatto che né nasconde né sottopone a compromesso (9), dal momento che è ben nota la sua fedeltà al Magistero morale della Chiesa cattolica anche in politica, quindi la sua attenzione e adesione alla dottrina sociale della Chiesa. Il voto cattolico, una volta – per la questione delle minoranze – compattamente democratico, è venuto via via frammentandosi e, fin dai tempi del sostegno dato a John Fitzgerald Kennedy, negli anni 1960 – «Risparmiaci, Signore!», scrive la newsletter (10) –, i cattolici non hanno più avuto nessuno «dei loro» da sostenere. Il più prossimo è stato Ronald W. Reagan, l’«irlandese» – «si “sentiva” cat- tolico» (11) –, che vinse la presidenza anche grazie ai cosiddetti Reagan Dems, gli elettori democratici che allora votarono per il GOP, e poi sono rimasti in qualche modo attaccati a quel partito. 

Con queste caratteristiche, non è difficile collegare la candidatura di Patrick J. Buchanan alle tematiche sollevate dalla newsletter del NCCL in un articolo riguardante la battaglia contro la filosofia politica illuministica che Papa Giovanni Paolo II ha lanciato dalle pagine del libro-intervista Varcare le soglie della speranza, ossia la sfida ad andare oltre «[…] il razionalismo illuministico [che] ha posto fra parentesi il Dio vero e, in particolare, Iddio Redentore» (12). Infatti, catholic eye afferma che, dal canto suo, il Pontefice sta cercando di «riportare Dio nella storia», ossia di compiere l’itinerario esattamente opposto a quello secolaristico della filosofia moderna. Qualcuno – pare suggerire la direzione della newsletter – deve assumersi il compito di tradurre in politica pratica quest’orientamento culturale. Se, per certi versi, il compito appare colossale, non si può scordare che – scrive il periodico –, «[…] come lo scomparso grande anglicano C. S. Lewis ha detto una volta, “il cristianesimo è esattamente la religione da cui non può venire separato il miracolo”: oremus per una Lepanto teopolitica?» (13). 

Marco Respinti

 

Note:

(1) Cfr. un ampio reportuge sulla crisi del Partito Democratico statunitense, in STEVEN V. ROBERTS ET ALII, Near-Death Experience, in U.S. News & World Report, vol. 119, n. 18, 6-11-1995, pp. 28-38; nello stesso numero del periodico, sulla cui copertina campeggia il titolo The Democrats. Is the party Over? e ricco di altra documentazione sulla stessa tematica, cfr. anche WARREN COHEN, What have you done for us lately?, p. 40; nonché GLORIA BORGER, Stay the course(s), p. 44. 

(2) Comunicazione di William «Bill» P. Mills all’autore, Olginate (Lecco) 18-9-1995. 

(3) Cfr. i miei La corsa ad ostacoli di Bill Clinton, in Secolo d’Italia. Quotidiano del MSI-DN, 11-11-1994; Trionfo dei conservatori nelle mid-term elections statunitensi?, in Gazzetta Ticinese. Settimanale del mercoledì, anno 194, n. 48, 30-11/6-12-1994, p. 11; e Carlson, ipotesi per una rivoluzione conservatrice, in Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, 12-2-1995.

(4) Comunicazione di Bill Mills all’autore, cit. In realtà, il generale Colin L. Powell ha poi deciso di ritirarsi dalla competizione elettorale, dandone annuncio ufficiale alla stampa statunitense l’8-11-1995.

(5) Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1992, queste considerazioni vennero espresse in THOMAS J. FLEMIGN, America First 194/1991, in Chronicles. A Magazine of Amencan Culture, vol. 15, n. 12, dicembre 1991, pp. 12-14; cfr. anche il mio l’opzione Buchanan, in Pagine Libere di azione sindacale, anno XV, n. 7-8, luglio-agosto 1995, pp. 10- 12.

(6) Cfr. rubrica ln the News, in catholic eye, newsletter mensile del NCCL, The National Committee of Catholic Laymen, di New York, n. 143, 28 agosto 1995, p. 1.

(7) Ibidem.

(8) Rubrica eyeview, ibid, p. 4.

(9) Rubrica In the News, ibid.,pp.1-2.

(10) Ibid., p. 2.

(11) Ibidem.

(12) GIOVANNI PAOLO II con VITTORIO MESSORI, Varcare le soglie della speranza, Mondadori, Milano 1994, p. 57. L’articolo sulla newsletter dell’ NCCL è Enlightenment Politics, in catholic eye, cit., p. 1, che riporta la medesima citazione. Cfr. un altro forte pronunciamento anti-illuministico del Papa, in GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai rappresentanti del mondo della cultura, delle Chiese non cattoliche e agli studenti durante l’incontro nel Castello di Praga, del 21-4-1990, n. 7 (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XIII, 1, p. 972), in cui il Pontefice, con riferimento particolare al Vecchio Continente, affermò: «Se la memoria storica dell’Europa non si spingerà oltre gli ideali dell’illuminismo, la sua nuova unità avrà fondamenti superficiali e instabili». A commento, cfr. GIOVANNI CANTONI, Cultura, Europa e «rieducazione», in Cristianità, anno XVIII, n. 180-181, aprile-maggio 1990, pp. 3-4.

(13) Enlightenment Politics, cit., p. 1. 

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