Sul cerimoniale del potere

Plinio Corrêa de Oliveira 39 anni fa
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Plinio Corrêa de Oliveira, Cristianità n. 73-74 (1981)

 

Il 20 gennaio 1981 è stato insediato alla presidenza degli Stati Uniti Ronald Reagan. Una risposta ante litteram agli inevitabili quesiti suscitati dagli aspetti teatrali dell’avvenimento è costituita dal commento alla cerimonia di insediamento del generale Dwight Eisenhower, a suo tempo svolto, con il consueto acume, dal professor Plinio Corrêa de Oliveira. Alle considerazioni suggerite dalla cerimonia di insediamento del presidente Eisenhower seguono quelle sulla incoronazione della regina Elisabetta II di Inghilterra, altra occasione concreta, per l’illustre pensatore brasiliano, di ampia trattazione dottrinale dell’interessantissimo tema costituito dal cerimoniale del potere politico. I due studi, intitolati As cermonias da posse de Eisenhower à luz da doutrina catolica e Por que o nosso mundo pobre e igualitario se empolgou com o fausto e a magestade da coroação?, sono comparsi rispettivamente in Catolicismo, anno III, n. 27, marzo 1953, e n. 31, luglio 1953. Gli articoli sono riprodotti integralmente, can un titolo complessivo redazionale.

 

Alla luce della dottrina cattolica

Sul cerimoniale del potere

 

1. Le cerimonie di insediamento di Eisenhower alla luce della dottrina cattolica

La cerimonia della trasmissione delle funzioni presidenziali negli Stati Uniti è stata riferita dalla stampa quotidiana con la massima abbondanza di particolari. È naturale che sia accaduto così. Eccettuato il Sommo Pontificato, che per numerose ed evidenti ragioni è al di sopra del confronto con qualsiasi funzione terrena, nessuna carica, ai giorni d’oggi, conferisce più poteri di quella di presidente degli Stati Uniti. Infatti la Costituzione di questo paese attribuisce al primo magistrato una grande somma di prerogative che, in tempo di guerra, possono assumere una ampiezza quasi dittatoriale. Gli Stati Uniti sono, nel momento presente, in un tale vertice di forza militare ed economica, che tutta la vita internazionale delle cinque parti della terra passa tra le mani del suo presidente. La drammatica congiuntura storica in cui viviamo può dare una importanza decisiva, nel senso della guerra oppure della pace, a un numero enorme di risoluzioni che il presidente è costretto a prendere in ogni momento. In altri termini, diverse volte al giorno il capo dello Stato americano è chiamato a decidere i destini del mondo. È molto interessante l’atto attraverso il quale una creatura umana entra ufficialmente nell’esercizio di una così terribile somma di poteri. È, quindi, perfettamente naturale che tutti i particolari di questo atto, di una importanza senza confronti, interessino il mondo intero.

Il cerimoniale, specchio di un’epoca

Proprio perché gli atti importanti, sia della vita dei popoli che dei privati, interessano in tutti i loro particolari, l’ordine naturale delle cose richiede che tali atti si facciano con certi riti, apparato e formalismo, che devono essere maggiori o minori a seconda della loro maggiore o minore importanza. In tutti i tempi, vi sono state grandi solennità per effettuare l’insediamento nella dignità di imperatore o di re; solennità minori per l’insediamento di un ministro, oppure di un governatore di una provincia; minori ancora per quella di un prefetto, e così via in scala discendente. Perfino per la investitura nella più modesta delle funzioni pubbliche, anche nella nostra epoca di prosaicismo sfrenato, ci si serve di un certo quale rituale, in occasione della prestazione dell’impegno di ben servire.

Tutto questo è a tale punto naturale, ragionevole, normale, che, ripetendo questi concetti, ci viene in mente il consigliere Acacio (1). E se il pittoresco personaggio di Eça de Queiroz ci sentisse, aggiungerebbe subito che la solennità di un insediamento deve ubbidire ad alcune considerazioni principali: a. rendere sensibile a tutti la intrinseca rispettabilità di questo atto; b. manifestare la serietà di spirito e l’onestà di intenzioni con cui il nuovo dignitario assumerà le sue responsabilità; c. esprimere i sentimenti e i propositi dei presenti nei confronti del nuovo dignitario.

Per questo, lo studio del cerimoniale e del protocollo è di innegabile importanza per la conoscenza degli ambienti e degli stati d’animo sotto la cui influenza si sono formati. Infatti, se vogliamo conoscere l’idea che gli egiziani si facevano della dignità regale, che cosa vi è di meglio dello studio della etichetta di cui si circondava tutta la vita del faraone? Il pomposo cerimoniale del nazismo ci rivela molto del modo con cui la dottrina nazionalsocialista e la sensibilità delle masse hitleriane consideravano le funzioni del Führer. E così via.

La conoscenza esatta del cerimoniale di insediamento del presidente degli Stati Uniti ci rivela, di conseguenza, molto di quanto l’americano di oggi pensa delle funzioni del capo di Stato. Vi è poi da fare tutto uno studio di psicologia collettiva sulle informazioni relative all’insediamento, che, in questo senso, meritano non soltanto di essere lette, ma anche commentate.

Riassunto delle informazioni

Ricordiamo anzitutto gli elementi più essenziali delle informazioni.

Alle 11,30 del giorno 20 gennaio, il presidente Truman avrebbe dovuto lasciare definitivamente la Casa Bianca per andare a prendere il generale Eisenhower nel suo albergo. Di fatto, però, il generale e sua moglie precedettero Truman e lo andarono a prendere alla Casa Bianca, per dirigersi da là al Campidoglio. È stato un gesto distinto, un tratto di cortesia che il nuovo presidente ha voluto usare verso il suo predecessore. Quattro anni fa, Truman si era insediato in cilindro. Questa volta, però, tanto lui quanto Eisenhower portavano il cappello di feltro. Truman ed Eisenhower, questo serio, e quello sorridente, hanno proseguito per il Campidoglio sulla macchina presidenziale. Su un’altra automobile, si vedevano le signore Eisenhower e Truman. Veniva poi il resto del corteo. Durante il tragitto, quattro guardie con il cappello floscio, poste sui predellini dell’automobile presidenziale, la proteggevano. All’arrivo erano presenti, in Campidoglio, i più alti dignitari civili e militari degli Stati Uniti: tutto il senato, tutta la camera dei deputati, i governatori dei quarantotto Stati, generali, ammiragli, ambasciatori e membri della Corte Suprema. Questi ultimi si presentavano indossando toghe nere. Le altre personalità ufficiali vestivano abiti da passeggio e cappelli flosci. Lentamente, tutte le persone invitate sono venute prendendo posto sulle tribune, nel recinto, nel banco destinato ai ministri. Si notava la presenza dei membri del gabinetto Truman, e del ministero del nuovo presidente. Infine, il generale Eisenhower, Richard Nixon, eletto alla vicepresidenza, e Truman si sono diretti alla rotonda, dove si stava per svolgere la cerimonia del giuramento. I presenti applaudono Eisenhower. La cerimonia giunge al suo punto culminante. L’arcivescovo cattolico di Washington, mons. Patrick O’Boyle, posto di fronte a Eisenhower, recita una breve orazione. Subito dopo il senatore William Knowland porge la Bibbia a Nixon, che presta il giuramento di prassi. Poi l’artista negra Dorothy Maynor canta l’inno nazionale. La banda dei fucilieri di marina esegue America, la marcia patriottica preferita dal generale. Il rabbino Hillel Silver recita allora una preghiera. Eisenhower, che al mattino ha assistito a un ufficio solenne nella chiesa nazionale presbiteriana, «serio e raccolto, chiude gli occhi», ci dice un dispaccio, mentre il rabbino prega. Fred Vinson, presidente della Corte Suprema, porge due Bibbie, una detta la Bibbia Massonica, sulla quale hanno prestato giuramento tutti i presidenti nordamericani a partire da George Washington, e l’altra una Bibbia da tasca sulla quale trentotto anni fa Eisenhower prestò a West Point il suo giuramento di ufficiale. Il generale recita la formula: «Io Dwight Eisenhower, giuro solennemente di svolgere con fedeltà il mio compito di presidente degli Stati Uniti, di preservare e di difendere con tutte le mie forze la Costituzione degli Stati Uniti». Vinson a questo punto ha detto: «Dio la aiuti». Al che il generale ha risposto: «Dio mi aiuti». È insediato il 34º presidente degli Stati Uniti. Scoppiano applausi, ci si scambiano felicitazioni. Eisenhower chiede ai presenti di pregare per lui. E poi inizia la lettura del suo discorso. Quando è terminata, il vescovo della Chiesa episcopaliana dà la sua benedizione. Si scambiano nuove felicitazioni.

Il corteo presidenziale, composto da circa cinquanta persone, si dirige verso l’uscita. Lasciando il Campidoglio, il presidente Eisenhower ha abbandonato la macchina ufficiale nera per una brillante Cadillac bianca. Dietro alla Cadillac vengono i tamburi della banda militare, in alta uniforme, che fanno tremare al loro passaggio le vetrate. Un battaglione di fanteria scorta le bandiere, i «marescialli» della parata le affiancano. Sono il generale Spaatz, l’ammiraglio Kirk e il generale Gerow. Sfilano, poi, ventimila uomini e donne delle diverse armi e corpi militari. Sessantacinque bande musicali segnano il tempo.

Eisenhower resta in piedi sull’automobile, durante il tragitto. Gli sta accanto la signora Eisenhower, con tre orchidee bianche sul risvolto dell’abito. Le finestre sono piene di gente. Sulle piante vi sono grappoli di ragazzi. Il presidente avanza verso la Casa Bianca sotto una nuvola di coriandoli. Quando il generale giunge alla residenza presidenziale, prende posto in un palco. La sfilala comincia con imponenza. La aprono le bandiere dei quarantotto Stati, e duemila cadetti di West Point con i loro chepì con il pennacchio. Segue un carro allegorico scortato dagli allievi della scuola navale di Anapolis in uniforme bianca: simboleggia la «fede religiosa». Passano poi gli indiani, brandendo i tomahawk e trascinando fino a terra le loro piume multicolori. Il presidente stringe loro calorosamente le mani. Un altro carro allegorico, e quindi vengono bande musicali in uniforme. Poi un altro carro, che rappresenta un lattante: Eisenhower nella sua prima infanzia. Si nota anche una delegazione di cow-boy, inviata dal Kansas, Stato natale del presidente. Questo Stato si è fatto rappresentare anche da una delegazione di «belle ragazze in corte gonne rosso vivo», recitano i dispacci. Passa quindi, su superbe cavalcature nere, la polizia a cavallo della Pennsylvania. A essa segue un cow-boy isolato, che tenia una prima prodezza: prende al laccio un poliziotto. La signora Eisenhower applaude. Il cow-boy si mette allora davanti al presidente, e chiede il permesso di prenderlo al laccio. Eisenhower lo autorizza e si mette in piedi. I fotografi scattano fotografie. Poi un’altra nota imponente: gli ussari della Georgia passano con le loro tuniche rosse alla Brandenburg, e i loro stivali lucidi. Segue il gruppo delle majorette, vestite di bianco, a gambe nude, che fanno giochi di abilità con i loro lunghi bastoni. Lo Stato del Kentuky si fa rappresentare da miss Hilda Bayburry, campionessa mondiale delle majorette, che avanza manovrando il suo bastone «come un’elica, tra salti acrobatici». Mascherati da Zio Sam passano quindi i rappresentanti dei negri repubblicani di New York. Il Maine ha inviato un carro con quindici ragazze in costume da bagno, nonostante il freddo. Vengono poi «grandi e belle ragazze in gonne corte». Quindi una banda musicale. E infine viene, «per coronare tutto», dicono i dispacci, «miss America, ex miss Video Venus, ex miss televisione», in mezzo a battimani: è il carro della Florida. Miss America è in costume da bagno, «ma porta sulle spalle nude una pelle di zibellino». Seguono marinai, aviatori, fanteria, paracadutisti, carri armati Patton, e con questi Miss Burmah, l’elefantessa mascotte del Partito Repubblicano. La mascotte ha fatto un inchino davanti al presidente e ha proseguito. Dopo Miss Burmah è venuto il cannone atomico da settanta tonnellate, trainato da trattori. Il corteo è stato chiuso da un carro dello Stato della Columbia, che ha aperto davanti al presidente una gabbia piena di colombi, che hanno preso il volo in un battere d’ali. Era ormai sera. Era terminata la sfilata. Il presidente, sua moglie, il seguito si ritirano alla Casa Bianca, E così si è chiuso quello che un dispaccio ha definito il «carnevale nello stesso tempo patriottico, militare e hollywoodiano, immagine sintetizzata degli Stati Uniti con i suoi indiani, i suoi elefanti, le sue chorus girl, il suo cannone atomico, le sue automobili, i suoi aerei».

Stati Uniti: la realtà e la propaganda

Passiamo dalla descrizione alla analisi. Le parole della agenzia di stampa esprimono molto bene l’impressione d’insieme che le cerimonie ci lasciano: «immagine sintetizzata degli Stati Uniti, con i suoi indiani, i suoi elefanti, le sue chorus girl, il suo cannone atomico, le sue automobili, i suoi aerei», sì, e più ancora la sua ricchezza il suo potere immenso, e… i suoi aspetti carnevaleschi.

Precisiamo i termini. Non si tratta, evidentemente, dell’autentica e reale America del Nord, della tradizionale e vera America del Nord, quando, in un caso come questo, si parla di «Stati Uniti». Si tratta della mentalità, dei costumi, dell’ambiente di una «America del Nord» di superficie, dell’America del Nord della propaganda, della demagogia, di Hollywood, dei night-club e delle stravaganze. Tutto questo sarebbe forse tanto infantile confonderlo con la vera America del Nord, quanto sarebbe ridicolo identificare il Brasile vero con il Brasile grossolano, delle boite di Copacabana e altrove, delle macumba e dei candomblé più o meno autentici che vengono indicati come nostri – costumi con i quali abbiamo poco a che vedere e credenze contrarie alle nostre -, del carnevale che ha cessato di essere brasiliano da quando è degenerato da festa familiare in esplosione di una delle cose più internazionali che vi siano, che è la lascivia, e di tutte le specie di carnevali politici, parlamentari, ecc., di cui è piena la nostra terra. Lentamente si viene formando nel mondo intero una immagine di Rio de Janeiro, diffusa dal cinema e dalla radio, che potrebbe essere riassunta in pochi elementi: l’intramontabile Pão de Açucar, il mare, una palma, e ai piedi di questa un negro indolente che canta un samba, oppure balla una danza qualsiasi; sullo sfondo, i grattacieli di Copacabana, il tutto promettente ai turisti, a piene mani, tutte le delizie della natura e della civiltà. Che vi sia di tutto questo, in Brasile, è ovvio. Ma che questo sia il Brasile, no. È quanto si può dire degli Stati Uniti. Tutto il carnevale «hollywoodiano» costituisce negli Stati Uniti qualcosa di indiscutibilmente importante. Ma che gli Stati Uniti siano soltanto questo, che tutta la nazione americana si esprima nella cerimonia dell’insediamento, no. Quando vi è stato un insediamento di presidente della repubblica che, nella sua cerimonia, esprimesse tutto il Brasile, il Brasile reale di tutte le categorie della popolazione, così diverso e così lontano dal Brasile ufficiale? Facendo questa distinzione tra Stati Uniti e Stati Uniti, vogliamo proprio servirci come termine di paragone della nostra stessa patria, per mostrare il nostro desiderio di non ferire qualsiasi suscettibilità legittima. Ma, in ultima analisi, l’insediamento di Eisenhower – considerato nel suo aspetto protocollare e sociale – ha espresso qualche cosa di realmente esistente. E questo qualche cosa è importante analizzarlo.

Perché, se riconosciamo che rappresenta più gli aspetti superficiali degli Stati Uniti, e di pura propaganda, che quelli reali? La ragione è semplice. L’America del Nord che il mondo intero conosce, gli Stati Uniti che il cinema, il teatro, la stampa, la radio, la televisione indicano come la nazione del presente per eccellenza, quella alla quale si devono conformare tutti i popoli se non vogliono essere anacronistici, se non vogliono mantenersi a tale punto fuori dalla vita moderna da essere schiacciati dal rullo compressore degli avvenimenti, sono appunto gli Stati Uniti di superficie, di propaganda. La propaganda mondiale non solo si è organizzata in pro della diffusione di questa immagine, ma anche contro quanti resistono alla sua attrazione. Chi non concorda con questo stile «americano» di vedere e di sentire, chi non brucia incenso davanti a questo idolo, è «reazionario». E questa parola viene caricata di una successione di scariche elettriche pericolose… almeno per gli sciocchi. Essere reazionario significa essere diverso, eccentrico, antipatico, significa avversare la mollezza, la sconsideratezza, la pigrizia, la sensualità, l’orgoglio di molta gente, significa – sommo orrore! – avere nemici! Essere reazionario significa sognare grandi fuochi nei quali sono arrostiti vivi dei bambini, significa sognare cariche di cavalleria contro vecchi e donne, significa voler ritornare al carro trainato dai buoi, e, cosa mille volte peggiore di tutto questo, significa volerla fare finita con il cinema. Dolore! Come si può pensare di vivere senza cinema? Chi ci aiuterà a passare il tempo, a sciupare il tempo, ad ammazzare il tempo, senza cinema? Chi ci darà modo di fuggire da noi stessi e dagli altri, il giorno in cui i reazionari chiudessero i locali cinematografici? No, decisamente, è necessario farla finita con i reazionari. Ora, chi non va d’accordo con i costumi «hollywoodiani» è reazionario. È necessario farla subito finita con quelli a cui non piacciono i costumi «hollywoodiani». Non è semplice il ragionamento? E con ragionamenti semplici di questo tipo, certa propaganda mondiale monta una autentica persecuzione morale contro quanti hanno l’audacia di non essere d’accordo con essa… Come abbiamo detto, tutto questo, per gli sciocchi, è dannoso. Infatti non sono molti quelli che hanno il coraggio di uscire in una buona risata sana davanti al vociare della propaganda mondiale, e di continuare a parlare e a vivere come credono bene.

Da parte nostra, non facciamo complimenti. Benché non abbiamo mai ordinato una carica di cavalleria contro vecchi e donne, e non sentiamo nessun prurito di bruciare bambini, abbiamo osservazioni da fare a proposito della grande cerimonia che si è svolta negli Stati Uniti. Saremo perciò tacciati di essere reazionari? Poco importa. Non per questo la verità cesserà di essere verità.

Per evitare interpretazioni tendenziose

Cominciamo con l’analizzare gli aspetti religiosi della cerimonia dell’insediamento. In molti Stati, oggi, si perseguita apertamente e crudelmente la Chiesa cattolica. In altri domina un laicismo terreo, che esclude completamente la religione da qualsiasi partecipazione alla vita pubblica, benché venga a essa concessa libertà di esistenza come associazione privata, su un piano di uguaglianza con qualsiasi società filatelica o di caccia. In contrasto con questo, negli Stati Uniti spunta spesso un pensiero religioso, nel corso della cerimonia dell’insediamento. La nazione americana non vuole dirsi né atea né laica, e in questo merita lode. C’è ancora di più. È confortante vedere che, mentre alcuni decenni fa l’unica Chiesa vera era, nel complesso della Unione, quantité négligeable, oggigiorno si è tanto sviluppata che le autorità hanno ritenuto di non doverla mantenere estranea alla investitura del supremo magistrato della nazione. Da ciò l’invito all’arcivescovo di Washington a prendere parte alla cerimonia.

Non abbiamo informazioni sufficientemente particolareggiate sull’insediamento di Eisenhower, per procedere in un commento su una materia così delicata. Il fatto che abbia a esso partecipato un prelato di così alta posizione gerarchica come l’arcivescovo di Washington è evidentemente di un grande peso per pensare che le cose si siano svolte in modo conveniente. Tuttavia, il dovere della stampa consiste nell’illuminare la opinione pubblica. Osservando i fatti nel loro insieme, come sono stati riferiti, vi sono certe reazioni che è necessario segnalare ed esautorare.

Purtroppo, sono numerosi in tutti gli ambienti gli idolatri della tolleranza religiosa, che sognano una società interconfessionale, nella quale tutti i culti – compreso quello cattolico, ben inteso – conviverebbero senza attaccarsi né escludersi reciprocamente, ma, al contrario, collaborando a un’opera di cultura e di civiltà comune a tutti. Sarebbero la cultura e la civiltà dei tempi nuovi, fondate non sui dogmi e sulla morale di questa oppure di quella religione, ma esclusivamente sulle credenze e sulle norme di condotta che tutte le religioni hanno in comune. Questa città nuova, basata sul rifiuto di ogni «discriminazione razziale o religiosa», messa di fronte alle diversità di credenze, si manterrebbe a esse indifferente, considerandole secondarie e perfino di poco valore, per porsi su un piano molto superiore, e indirizzare lentamente tutti gli spiriti verso una interpenetrazione fraterna di tutte le religioni. Si tratterebbe della civiltà, della cultura interconfessionali, che preparano la umanità interconfessionale del mondo di domani.

Già da molto tempo la propaganda della massoneria – e ricordiamo di passaggio che la Bibbia del giuramento dell’insediamento ha il triste e inconsueto nome di Bibbia Massonica – sta lavorando nel senso di inculcare in tutti i modi, nei popoli dell’Occidente e anche in quelli dell’Oriente, questa mentalità. Questo spiega il successo tra noi della utopia maritainiana della cristianità interconfessionale: gli spiriti erano pronti per accettarla.

Proprio per questo, molti brasiliani, in tutti i settori della opinione pubblica, hanno osservato con simpatia gli aspetti religiosi dell’insediamento di Eisenhower. Propensi ad analizzare i fatti dal punto di vista dei loro preconcetti, hanno visto in questi aspetti l’affermazione dello Stato, della cultura, della civiltà interconfessionali, il cui avvento desiderano.

«Una democrazia né cattolica, né protestante, né israelita»

Come abbiamo detto, ci asteniamo da un apprezzamento dei fatti, che conosciamo in modo superficiale. Ma pensiamo opportuno trascrivere, a questo punto, un brano della lettera apostolica Notre Charge Apostolique, del beato Pio X, contro il Sillon, datata 25 agosto 1910. Questo brano mostrerà quanto questi sogni di una umanità interconfessionale si allontanano dall’autentico pensiero della Chiesa: «Ma, più strane ancora, spaventose e causa di tristezza allo stesso tempo, sono l’audacia e la leggerezza d’animo di uomini che si dicono cattolici, che sognano di riformare la società in simili condizioni e di stabilire sulla terra, al di sopra della Chiesa cattolica, “il regno della giustizia e dell’amore” con operai venuti d’ogni dove, di qualsiasi religione o senza religione, con o senza credenze perché dimentichino ciò che li divide: le loro convinzioni religiose e filosofiche e che mettono in comune ciò che li unisce: un generoso idealismo e forze morali attinte “dove possono”.

«Quando si pensa alle forze, scienza e virtù soprannaturali che furono necessarie per stabilire la società cristiana e alle sofferenze di milioni di martiri, alla luce dei Padri e dei Dottori della Chiesa, alla dedizione di tutti gli eroi della carità, alla potente gerarchia voluta dal cielo, ai fiumi di grazia divina; e tutto ciò costruito, unito, compenetrato dalla vita e dallo spirito di Gesù Cristo, la Sapienza di Dio, il Verbo fatto uomo; quando si pensa, dicevamo, a tutto ciò, si rimane attoniti al vedere nuovi apostoli che si accaniscono a voler far meglio mettendo in comune un vago idealismo e virtù civili. Che faranno? Che cosa si otterrà da questa collaborazione? Una costruzione puramente verbale e chimerica dove si vedranno risplendere in un tafferuglio e in una seducente confusione le parole: libertà, giustizia, fratellanza, amore, uguaglianza ed esaltazione umana, tutto basato su una dignità umana mal intesa. Sarà una rumorosa agitazione, sterile per il fine proposto e che tornerà a profitto di agitatori di masse meno utopisti. Veramente si può dire che il “Sillon” con l’occhio fisso ad una chimera, prepara il socialismo.

«Noi temiamo che vi sia di peggio. Il risultato di questa promiscuità nel lavoro, il beneficiario di questa azione sociale cosmopolita, non può essere che una democrazia che non sarà né cattolica, né protestante, né israelita, una religione (poiché il “Sillon” è una religione, l’hanno affermato i capi) più universale della Chiesa cattolica che riunisce tutti gli uomini divenuti finalmente fratelli e compagni nel “regno di Dio”. – “Non si lavora per la Chiesa, si lavora per l’umanità» (2).

Cedimenti alla demagogia

E passiamo ora ad altri aspetti.

Se in qualsiasi epoca il lusso inconsueto, straordinario, deve essere condannato, a fortiori deve esserlo nella nostra epoca, di tanta miseria. Tuttavia, non si deve arrivare alla esagerazione. E vi sarebbe esagerazione se, con il pretesto della economia, si sopprimesse non solamente quanto è lusso straordinario, ma anche quanto è eleganza. Ci sembra che siano caduti in questa esagerazione il presidente Eisenhower e il presidente Truman, abbandonando l’uso del cilindro. E, forse, ancora più sintomatica di questo, è stata la abolizione dell’abito da cerimonia. I protestanti hanno sempre predicato una semplificazione assoluta del culto. La Chiesa – anche se mantenendosi nei giusti limiti convenienti a ogni epoca – non ha mai partecipato di questo orientamento, insegnando che per gli atti umani più importanti necessita un ragionevole splendore, perchè siano circondati da una atmosfera necessaria di rispetto. Il cilindro e l’abito da cerimonia non hanno un prezzo incompatibile con la economia dei popoli moderni. Si usano in molte occasioni secondarie, e perfino per le corse dei cavalli. Chi potrà ammettere che nel paese più ricco del mondo, in un paese nel quale l’uso dello smoking la sera è molto frequente, costituisca una economia comprensibile la soppressione dell’abito da cerimonia per l’insediamento presidenziale? No, la ragione è un’altra. È il desiderio di capitolare davanti alla ondata di demagogia, di involgarimento, di livellamento di tutti i valori verso il basso. In sé stesso, il cilindro ha poca importanza. Ma come segno di uno stato d’animo, la sua soppressione è molto importante. La registriamo, quindi, con dispiacere.

E quanto al carnevale, sarà ragionevole che coesista con un atto di tanta importanza quanto la investitura di un magistrato supremo? Un avvenimento di questa natura deve suscitare negli spiriti idee serie, disposizioni nobili ed elevate. Una sfilata militare, una cerimonia religiosa, sono atti perfettamente congruenti con un insediamento di capo di Stato. Non si potrebbe dire lo stesso di un carnevale. Chi immaginerebbe una festa carnevalesca subito dopo il matrimonio? Chi immaginerebbe un ballo carnevalesco come esito naturale della cerimonia di consegna del premio Nobel per la pace? Chi non capisce che vi è in questo qualcosa di allarmante, un disordine nervoso, della immaginazione, della sensibilità, che non può tralasciare di produrre nel campo dei fatti concreti gli effetti più folli?

Se almeno le due cerimonie, quella ufficiale e quella carnevalesca, fossero state chiaramente separate! Ma no. La presenza delle truppe, alcune che marciano perfino in alta uniforme, dà alla sfilata un tono ufficiale, di eleganza militare, di grandezza marziale, che stona clamorosamente con le girl che sgambettano seminude sui carri, in una esibizione di corpi da night-club. In questo vi è qualcosa di contraddittorio, di intrinsecamente disordinato, che non verrà visto soltanto da chi non vorrà vederlo. E che l’ondata del carnevale sia arrivata fino alla tribuna presidenziale, esponendo la figura rispettabile del supremo magistrato a servire da bersaglio alle prodezze di un cow-boy, è cosa ancora più incomprensibile.

Incomprensibile, secondo le leggi della logica. Ma congruente con la vera tempesta di stravaganza, di immoralità, di follia, che spazza il mondo contemporaneo. In mezzo alla sfilata carnevalesca, negli Stati Uniti, vi era un cannone atomico. Il particolare fa pensare. Un grande carnevale, che deve terminare con una esplosione atomica… Gli storici, fra duecento anni, non vedranno, in questo, uno dei simboli più tipici dei nostri giorni?

* * *

Abbiamo fatto questi commenti con il desiderio di illuminare molti spiriti, che il plauso generale alle cerimonie dell’insediamento avrà disorientati. Sarà superfluo dire che, terminando le nostre note, ci rimane solamente da chiedere a Dio che il quadriennio inaugurato negli Stati Uniti sia realmente fecondo per la difesa del mondo contro il comunismo.

2. Perchè il nostro mondo povero e ugualitario si è entusiasmato per il fasto e la maestosità della incoronazione?

In occasione dell’insediamento del generale Eisenhower alla carica di presidente della repubblica degli Stati Uniti, abbiamo scritto alcune considerazioni, che hanno suscitato interesse tra i lettori di Catolicismo. In quella occasione abbiamo promesso di analizzare anche le cerimonie della incoronazione della regina d’Inghilterra, Elisabetta II. E di questo impegno ci veniamo a sdebitare.

Monografia sociale di palpitante interesse

La splendida cerimonia ha offerto una visione di insieme – soltanto su un piano simbolico, ma che, precisamente per il fatto di essere simbolico, traduce meglio di qualsiasi altro alcuni aspetti della realtà – dell’Inghilterra con tutto quanto essa è, possiede e può al giorno d’oggi. Le istituzioni inglesi, il loro significato profondo, il loro passato, le loro presenti condizioni di esistenza, le tendenze con cui avanzano verso il futuro, la situazione attuale della Gran Bretagna nel Commonwealth e nel mondo, le prospettive favorevoli e anche le spesse nebbie che si delineano per essa sugli orizzonti diplomatici, tutto, insomma, si è riflesso in qualche modo nella incoronazione, e nelle cerimonie che l’hanno preceduta e che a essa hanno fatto seguito. Inoltre, in tutte queste cerimonie vi è una tale ricchezza di aspetti, che rende ciascuna di esse capace di suscitare tante considerazioni, che non sarebbe troppo se una équipe di specialisti, in questa epoca di indagini sociologiche, dedicasse alle cerimonie, alle manifestazioni e alle solennità di cui la incoronazione è stata il punto centrale, una ricerca accurata, che andrebbe a formare certamente alcuni grossi volumi.

Le nostre aspirazioni, evidentemente, devono essere più limitate. Non vogliamo trattare di tutti gli aspetti delle feste della incoronazione, e non tentiamo neppure di elencarli. Vogliamo prendere in considerazione solamente un lato di questo vasto argomento.

La uguaglianza, idolo del nostro secolo

In tutti i campi della vita odierna si manifesta la influenza schiacciante dello spirito di uguaglianza. In altri tempi, la virtù, la culla, il sesso, la educazione, la cultura, l’età, il genere di professione, i poteri altre circostanze ancora, modellavano e sfumavano la società umana con la varietà e la ricchezza di mille distinzioni e colori, influivano in tutti i modi nei rapporti tra gli uomini, segnavano a fondo le leggi, le istituzioni, le attività intellettuali, i costumi, la economia, e comunicavano a tutta l’atmosfera della vita pubblica e privata una nota di gerarchia, di rispetto, di gravità. In questo consisteva uno dei tratti spirituali più profondi e tipici della società cristiana. Si esagererebbe se si affermasse che oggi tutte queste distinzioni e sfumature sono state abolite. Sarebbe tuttavia impossibile non riconoscere che molte sono scomparse completamente, e che le poche che restano vanno riducendosi e scolorendo giorno dopo giorno.

Indubbiamente, la vita è una costante trasformazione di tutto quanto non è perenne. Sarebbe normale che molte delle sfumature di altri tempi scomparissero, e che se ne formassero altre. Ma attualmente non si dà, per così dire, una sola trasformazione che non abbia come effetto un livellamento, che non favorisca direttamente o indirettamente la marcia della società umana verso uno stato di cose assolutamente ugualitario. E quando quelli di sotto rallentano la poussée ugualitaria, sono quelli di sopra che si incaricano di portarla avanti. Questo fenomeno non è circoscritto a una nazione, e neppure a un continente, e sembra spinto da un vento che soffia sul mondo intero. Il tifone livellatore rettifica qui e là – in Asia, per esempio, e in certe zone ipercapitalistiche dell’Occidente – abusi intollerabili, imponendo in altri luoghi mutamenti ammissibili, distruggendo in altri, infine, diritti incontestabili, e colpendo a fondo lo stesso ordine naturale delle cose. In tutti questi casi, però, importa notare che questo tifone ugualitario, di ampiezza cosmica, non cessa di soffiare. Fatta una riforma giusta, tende a continuare la sua opera livellatrice e a passare a quanto è dubbiosamente giusto, e una volta raggiunto questo punto, entra con impeto crescente nel terreno di quanto è chiaramente ingiusto. Questa sete di uguaglianza si sazia solamente con il livellamento completo, totale, assoluto. La uguaglianza è la meta verso la quale tendono le aspirazioni delle masse, la mistica che governa l’azione di quasi tutti gli uomini, l’idolo sotto la cui egida l’umanità spera di trovare l’età dell’oro.

Un fatto sconcertante: la popolarità della incoronazione

Ora, mentre questo tifone soffia con una forza senza precedenti, nel pieno svolgimento di questo enorme processo mondiale, una regina è incoronata secondo riti ispirati da una mentalità assolutamente anti-ugualitaria. Questo fatto non irrita, non provoca proteste, e, al contrario, è accolto da una enorme ondata di simpatia popolare. Il mondo intero ha festeggiato la incoronazione della giovane sovrana inglese, quasi come se le tradizioni che ella rappresenta fossero un valore comune a tutti i popoli. Da ogni parte sono affluite a Londra persone desiderose di estasiarsi di fronte a uno spettacolo tanto anti-moderno. Davanti a tutti gli apparecchi televisivi si sono raccolti avidi, assetati di vedere la cerimonia, uomini, donne, bambini di tutte le nazioni, di tutte le lingue, delle più diverse professioni, e, il che è assolutamente straordinario, delle più diverse opinioni. In questo immenso movimento spirituale della umanità contemporanea vi è qualcosa di sorprendente, di contraddittorio, di sconcertante forse, che esige una analisi accurata. Ed è questo l’oggetto del nostro studio.

Alcune spiegazioni

Questo fatto ha attirato l’attenzione di diversi commentatori, che hanno proposto alcune spiegazioni. Gli uni hanno ricordato che, nella misura in cui la ugualitarizzazione si diffonde e i re si vanno facendo rari, anche una incoronazione diventa più eccezionale, più straordinaria, più interessante. Altri, insoddisfatti da queste ragioni, hanno cercato un motivo diverso. La bellezza delle cerimonie, considerate nel loro aspetto puramente estetico, avrebbe attirata l’attenzione degli amanti del genere. La debolezza di queste spiegazioni è ovvia. Tutto, nelle informazioni relative alla incoronazione, ha dimostrato che le masse si sono commosse per essa, non per un semplice impulso di curiosità, per vedere la ricostruzione di una cerimonia storica o lo svolgimento di uno spettacolo artistico, ma per un immenso movimento di ammirazione quasi religiosa, di simpatia, anche di tenerezza, che ha circondato non solo la giovane regina, ma tutto ciò che ella e la istituzione monarchica dell’Inghilterra simboleggiano. Se la incoronazione fosse stata, per quanti l’hanno vista, un semplice spettacolo storico, una pura curiosità artistica, che avrebbe potuto essere rappresentata ugualmente bene o meglio da attori professionisti, come spiegare il fremito di gioia, il rinnovarsi di speranze in un futuro migliore, le manifestazioni di apoteosi, le acclamazioni senza fine, dei giorni della incoronazione?

Qualcuno ha azzardato un’altra spiegazione. L’uomo ha mostrato in tutti i tempi, in tutti i luoghi, una debolezza: il gusto per i titoli onorifici, per le distinzioni, per la pompa. Ora, l’ugualitarismo razionale e austero dei nostri giorni non alimenta assolutamente questa debolezza. E, così, quando una occasione come la incoronazione dà a ciò pretesto, l’uomo sente tutto il diletto che suole dargli il soddisfacimento delle sue debolezze.

A nostro modo di vedere, vi è molta ganga in questa opinione, ma vi è anche un filone d’oro. Il filone consiste nel riconoscere che nella natura umana vi è una tendenza profonda, permanente, forte, verso ciò che è pompa, titolo onorifico, distinzione, e che l’ugualitarismo odierno comprime questa tendenza, generando una nostalgia profonda, che esplode tutte le volte che ne trova una occasione. La ganga consiste nel considerare questa tendenza una debolezza. Che il gusto per le onorificenze, e per le distinzioni dia origine a molte manifestazioni della piccineria umana, non vi è chi lo neghi. L’errore sta nel dedurne che questo gusto sia in sé stesso una debolezza! Come se la fame, la sete, il desiderio di riposo, e tante altre tendenze naturali nell’uomo, e in sé assolutamente legittime, dovessero essere considerate cattive, erronee, ridicole, per il semplice fatto che sono occasioni di eccessi e anche di crimini senza numero! Perfino i sentimenti più nobili dell’uomo possono portarlo a debolezze. Non vi è sentimento più rispettabile dell’amore materno. Tuttavia, a quanti errori può portare, a quanti ha già portato, a quanti ancora porterà in futuro… 

Una virtù essenziale: l’amor proprio

Il gusto dell’uomo per le onorificenze, per le distinzioni, per la solennità, non è altro che la manifestazione del saggio istinto di sociabilità, tanto inerente alla nostra natura, tanto giusto in sé stesso, tanto saggio quanto qualsiasi altro istinto di cui Dio ci ha dotati. 

La nostra natura ci porta a vivere in società con altri uomini. Ma non si accontenta di una qualsiasi convivenza. Per le persone con una struttura spirituale retta, e perciò fatta eccezione degli eccentrici, degli atrabiliari, dei nevropatici, la convivenza umana realizza perfettamente i loro obiettivi naturali soltanto quando è fondata sulla conoscenza e sulla comprensione reciproche, e quando da questa conoscenza e da questa comprensione nasce la stima, l’amicizia. In altri termini, l’istinto di sociabilità richiede non una convivenza umana fondata su equivoci, irta di incomprensioni e di attriti, ma un contesto di rapporti pacifici, armoniosi e piacevoli.

Anzitutto, vogliamo essere conosciuti per ciò che effettivamente siamo. Un uomo che abbia qualità tende naturalmente a manifestarle, e desidera che queste qualità gli acquistino la stima e la considerazione dell’ambiente in cui vive. Un cantante, per esempio, tende a farsi ascoltare, e a suscitare nell’uditorio il gusto che le qualità della sua voce meritano. Per la stessa ragione, un pittore tende a esporre le sue tele, uno scrittore a pubblicare i suoi lavori, un uomo colto a comunicare quanto sa., ecc. E per una ragione analoga, infine, l’uomo virtuoso si onora di essere tenuto come tale. La indifferenza totale rispetto al concetto che ha di noi il prossimo, non è virtù ma mancanza di amor proprio. 

È chiaro che il retto e discreto desiderio di una buona reputazione può facilmente corrompersi come tutto quanto è inerente all’uomo. È una conseguenza del peccato originale. Così, anche l’istinto di conservazione può facilmente degenerare in paura, il ragionevole desiderio di alimentarsi in gola. ecc. Nel caso concreto della sociabilità. è molto facile che giungiamo all’eccesso di considerare il plauso dei nostri simili un autentico idolo, l’obiettivo di tutti i nostri atti, la ragione del nostro comportamento virtuoso; che per ottenere questo plauso fingiamo qualità che non abbiamo, oppure rinneghiamo i nostri princìpi più sacri (chi saprà mai quante anime il rispetto umano trascina all’inferno!); che portati da questa sete commettiamo crimini per salire a posti e a condizioni elevate; che affascinati da questo obiettivo diamo una importanza risibile ai più piccoli fattori capaci di metterci in mostra; che proviamo odî violenti, esercitiamo vendette atroci contro chi non ha riconosciuti in tutta la loro pretesa ampiezza i meriti che immaginiamo di avere. La storia pullula letteralmente di tristi esempi di tutto questo. Ma, insistiamo, se con questo argomento dovessimo concludere che è intrinsecamente cattivo il desiderio dell’uomo di essere conosciuto e stimato dai suoi simili per quello che veramente è, dovremmo condannare tutti gli istinti, la nostra stessa natura. 

È certo, anche, che Dio esige che rispetto al nostro buon concetto presso il prossimo, siamo distaccati interiormente, come rispetto a tutti gli altri beni della terra, l’intelligenza, la cultura, la carriera, la bellezza, la ricchezza, la salute, la vita stessa. Ad alcuni Dio chiede un distacco non soltanto interiore, ma esteriore, dalla considerazione sociale, come ad altri chiede non soltanto la povertà in ispirito ma la povertà materiale effettiva. È allora necessario ubbidire. E da ciò il fatto che le agiografie rigurgitano di esempi di santi che fuggono dalle più lecite manifestazioni di apprezzamento da parte dei loro simili. 

Nonostante tutto questo, è lecito in sé stesso che l’uomo desideri essere stimato da quelli con cui convive.

Una condizione di esistenza della società: la giustizia

Questa tendenza naturale è per altro consonante con uno dei principi più essenziali della vita sociale, che è la giustizia, secondo la quale si deve dare a ciascuno quello a cui ha diritto non soltanto in beni materiali, ma anche in onore, distinzione, stima, affetto. Una società basata sul disconoscimento totale di questo principio sarebbe assolutamente ingiusta. «Date a tutti ciò che è dovuto, a chi il tributo il tributo, a chi il dazio il dazio, a chi il timore il timore, a chi l’onore l’onore», ci dice san Paolo (3).

Aggiungiamo che queste manifestazioni sono dovute di rigore non solamente ai meriti personali, ma anche alla funzione, alla carica o alla posizione che una persona detiene. Così, il figlio deve rispettare suo padre anche se cattivo, il fedele deve riverire il sacerdote anche se indegno, il suddito deve rispettare il suo sovrano anche se corrotto. San Pietro comanda agli schiavi che onorino i loro signori anche se di carattere intrattabile (4).

E d’altro canto è necessario anche saper onorare in un uomo la stirpe illustre dalla quale discende.

Questo punto è particolarmente doloroso per l’uomo ugualitario di oggi. Tuttavia è così che pensa la Chiesa. Leggiamo l’insegnamento profondo e splendido di Pio XII: «Le ineguaglianze sociali, anche quelle legate alla nascita, sono inevitabili: la natura benigna e la benedizione di Dio all’umanità illuminano e proteggono le culle, le baciano, ma non le pareggiano. Guardate pure le società più inesorabilmente livellate. Nessun’arte ha mai potuto operare tanto che il figlio di un gran Capo, di un gran conduttore di folle, restasse in tutto nel medesimo stato di un oscuro cittadino perduto fra il popolo. Ma se tali ineluttabili disparità possono paganamente apparire un’inflessibile conseguenza del conflitto delle forze sociali e della potenza acquisita dagli uni sugli altri, per le leggi cieche che si stimano reggere l’attività umana e metter capo al trionfo degli uni, come al sacrificio degli altri; da una mente invece cristianamente istruita ed educata esse non possono considerarsi se non quale disposizione voluta da Dio con il medesimo consiglio delle ineguaglianze nell’interno della famiglia, e quindi destinate a unire maggiormente gli uomini tra loro nel viaggio della vita presente verso la patria del cielo, gli uni aiutando gli altri, a quel modo che il padre aiuta la madre e i figli» (5).

L’amor proprio e la giustizia impongono la formazione del protocollo

Abbiamo visto, fino a questo punto, che la stessa natura esige che nella convivenza sociale siano tenuti nella dovuta considerazione tutti i valori umani, che differiscono gli uni dagli altri quasi all’infinito.

Come applicare, in pratica, questo principio? Come ottenere che un valore sia visto e riconosciuto da tutti gli uomini, e che ciascuno senta esattamente in che misura questo valore deve essere riverito? Più concretamente, come insegnare a tutti che la virtù, l’età, il talento, la stirpe illustre, la carica, la funzione, devono essere onorate? Come indicare la misura esatta di rispetto e di amore che si deve a ciascuno? In tutti i tempi, in tutti i luoghi, lo stesso ordine naturale delle cose è venuto risolvendo il problema con l’aiuto dell’unico mezzo pienamente efficace: il costume.

Saggezza profonda del protocollo della incoronazione

Così, usando gli stessi modi di trattare con le persone di identica condizione, il buon senso, l’equilibrio, il tatto delle società umane è venuto creando punto per punto, in ogni paese o in ogni area culturale, le regole di cortesia, le formule, i gesti, diremmo quasi i riti adeguati a definire, insegnare, simboleggiare ed esprimere quanto si deve a ogni persona, secondo la sua condizione, in materia di venerazione e di stima.

Sotto l’influsso della Chiesa, la civiltà cristiana ha portato all’apogeo questa bella arte dei costumi e dei simboli sociali. Ne è derivata la meravigliosa cortesia e affabilità di modi dell’europeo, e, per estensione, dei popoli americani nati dall’Europa; i princìpi della Rivoluzione francese del 1789 si sono incaricati di colpirla profondamente.

I titoli di nobiltà, i simboli dell’araldica, le decorazioni, le regole del protocollo, non sono stati altro che mezzi mirabili, pieni di tatto, di precisione e di significato, per definire, graduare e modellare i rapporti umani all’interno dei quadri politici e sociali allora esistenti. A nessuno potrebbe accadere di vedervi una pura vanità. La stessa Chiesa, che è maestra di tutte le virtù e combatte tutti i vizi, ha istituito titoli di nobiltà, ha distribuito e distribuisce decorazioni, ha elaborato per sé tutto un cerimoniale di una mirabile precisione nel definire tutte le differenze gerarchiche che la legge divina e la saggezza dei Papi sono venute creando nel suo seno nel corso dei secoli. Sulle decorazioni il beato Pio X ha detto: «Le ricompense concesse al valore contribuiscono potentemente a suscitare nei cuori il desiderio di azioni rilevanti, perché se glorificano uomini distinti che hanno ben meritato dalla Chiesa oppure dalla società, trascinano gli altri con l’esempio a percorrere la stessa carriera di gloria e di onore. Con questa saggia intenzione, i Pontefici Romani, Nostri Predecessori, hanno circondato di un amore speciale gli Ordini Cavallereschi, quasi come stimoli di gloria […]» (6).

Che vi sia poi una insegna per la carica suprema dello Stato, insegne proprie per le persone di stirpi più illustri, vesti di gala per i dignitari incaricati delle funzioni di maggiore importanza politica, che tutto l’apparato di questi simboli sia utilizzato nella cerimonia di insediamento del capo dello Stato, in tutto questo non vi è una mascherata, né concessioni a debolezze. Vi è soltanto la osservanza di regole di comportamento assolutamente conformi con l’ordine naturale delle cose.

Modernizzazione sconsiderata

Ma, dirà qualcuno, non sarebbe conveniente modernizzare tutti questi simboli, aggiornare tutte queste cerimonie? Perché conservare riti, formule, abiti del più remoto passato?

La domanda è di un semplicismo rozzo. I riti, le formule, gli abiti, per il fatto di esprimere situazioni, stati d’animo, circostanze realmente esistenti, non possono essere creati oppure riformati bruscamente e per decreto, bensì gradualmente, lentamente, in generale impercettibilmente,

attraverso l’azione del costume. Ora, questo processo di trasformazione è stato reso impossibile dalla Rivoluzione francese con tutta la sua sequela di avvenimenti. Infatti, l’umanità si è lasciata trascinare dal miraggio di un ugualitarismo assoluto, ha votato al disprezzo e all’odio tutto quanto, nel campo dei costumi, esprime disuguaglianze, e ha istituito un ordine di cose nuovo, basato sulla tendenza al livellamento completo, all’abolizione di tutte le etichette e di tutte le regole di comportamento. Imbevuta di questo spirito, ha perso la capacità di mettere mano nelle cose del passato per un fine diverso da quello di distruggerle. Se l’uomo contemporaneo dovesse riformare riti e istituire simboli, siccome la Rivoluzione francese ha creato in lui l’adorazione della legge e il disprezzo del costume, cercherebbe, per di più, di farlo per decreto. E, ancora una volta, niente è più irreale, più artificiale, in molti casi più pericoloso, delle realtà sociali che si immagina di poter creare per legge. La corte da operetta, rutilante, sfarfalleggiante, e profondamente volgare, di Napoleone lo ha mostrato bene.

Distruggere per distruggere

Per altro, è necessario aggiungere che il semplice fatto che un rito, oppure un simbolo, sia molto antico, non è ragione sufficiente per abolirlo, ma piuttosto per conservarlo. L’autentico spirito tradizionale non distrugge per distruggere. Al contrario, conserva tutto, e distrugge solamente quanto ha motivi reali e seri per essere distrutto. Infatti, l’autentica tradizione, se non è una sclerotizzazione, una rigida fissazione nel passato, è ancora meno una negazione costante di esso.

A questo proposito, ci si permetta di citare un’altra pagina magistrale di Pio XII. Rivolgendosi alla nobiltà e al patriziato romano, e facendo riferimento alla tradizione che l’aristocrazia della Città Eterna vi rappresentava, il Pontefice ha detto: «Molti animi, anche sinceri, s’immaginano e credono che la tradizione non sia altro che il ricordo, il pallido vestigio di un passato che non è più, che non può più tornare, che tutt’al più viene con venerazione, con riconoscenza se vi piace, relegato e conservato in un museo che pochi amatori o amici visitano. Se in ciò consistesse e a ciò si riducesse la tradizione, e se importasse il rifiuto o il disprezzo del cammino verso l’avvenire, si avrebbe ragione di negarle rispetto e onore, e sarebbero da riguardare con compassione i sognatori del passato, ritardatari in faccia al presente e al futuro, e con maggior severità coloro, che, mossi da intenzione meno rispettabile e pura, altro non sono che i disertori dei doveri dell’ora che volge così luttuosa.

«Ma la tradizione è cosa molto diversa dal semplice attaccamento ad un passato scomparso; è tutto l’opposto di una reazione che diffida di ogni sano progresso. Il suo stesso vocabolo etimologicamente è sinonimo di cammino e di avanzamento. Sinonimia, non identità. Mentre infatti il progresso indica soltanto il fatto del cammino in avanti, passo innanzi passo, cercando con lo sguardo un incerto avvenire; la tradizione dice pure un cammino in avanti, ma un cammino continuo, che si svolge in pari tempo tranquillo e vivace, secondo le leggi della vita, sfuggendo alla angosciosa alternativa: “Si jeunesse savait, si vieillesse pouvait!”; simile a quel Signore di Turenne, di cui fu detto: “Il a eu dans sa jeunesse toute la prudente d’un âge avancé, et dans un âge avancé toute la vigueur de la jeunesse(Fléchier, Oraison funèbre, 1676). In forza della tradizione, la gioventù, illuminata e guidata dall’esperienza degli anziani, si avanza di un passo più sicuro, e la vecchiaia trasmette e consegna fiduciosa l’aratro a mani più vigorose che proseguono il solco cominciato. Come indica col suo nome la tradizione è il dono che passa di generazione in generazione, la fiaccola che il corridore ad ogni cambio pone in mano e affida all’altro corridore, senza che la corsa si arresti o si rallenti. Tradizione e progresso s’integrano a vicenda con tanta armonia, che, come la tradizione senza il progresso contraddirebbe a sé stessa, così il progresso senza la tradizione sarebbe una impresa temeraria, un salto nel buio.

«No, non si tratta di risalire la corrente, di indietreggiare verso forme di vita e di azioni di età tramontate, bensì, prendendo e seguendo il meglio del passato, di avanzare incontro all’avvenire con vigore di immutata giovinezza» (7).

Nostalgia di un sano ordine naturale

Ora, proprio con questa tradizione il mondo contemporaneo ha rotto, per adottare un progresso nato non dallo sviluppo armonioso del passato, ma dai tumulti e dagli abissi della Rivoluzione francese. In un mondo livellato, poverissimo di simboli, regole, modi, compostezza, di tutto quanto significa ordine e distinzione nella convivenza umana, e che in ogni momento continua a distruggere il pochissimo di ciò che a esso resta, mentre la sete di uguaglianza si va saziando, la natura umana, nelle sue fibre profonde, va sentendo sempre di più la mancanza di ciò con cui così follemente ha rotto. Qualcosa di molto intimo e forte in essa le fa sentire uno squilibrio, una incertezza, una insipidità, una paurosa volgarità di vita, che tanto più si accentua quanto più l’uomo si riempie dei tossici della uguaglianza. 

La natura ha reazioni improvvise. L’uomo contemporaneo, ferito e trattato male nella sua natura da tutto un tenore di vita costruito su astrazioni, chimere, teorie vane, nei giorni della incoronazione si è rivolto, affascinato immediatamente ringiovanito e riposato, verso il miraggio di questo passato così diverso dal terribile giorno d’oggi. Non tanto per nostalgia del passato, quanto di certi princìpi dell’ordine naturale che il passato rispettava, e che il presente viola in ogni momento.

Ecco, a nostro modo di vedere, la spiegazione più profonda e più reale dell’entusiasmo che ha preso il mondo durante le feste della incoronazione.

Plinio Corrêa de Oliveira

 

Note:

(1) Personaggio dello scrittore portoghese José Maria de Eça de Queiroz (1846-1900), corrispondente al francese signor di La Palisse. Sta, perciò, per sostenitore di ovvietà, di luoghi comuni (n.d.r.).

(2) BEATO PIO X, Lettera apostolica Notre Charge Apostolique, del 25-8-1910, in La pace interna delle nazioni, insegnamenti pontifici a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., 2ª ed., Edizioni Paoline, Roma 1962, pp. 291-292.

(3) Rom. 13, 7.

(4) Cfr. 1Pt. 2, 18.

(5) PIO XII, Discorso al Patriziato e alla Nobiltà Romana del 5-1-1942, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. III, p. 347.

(6) BEATO PIO X, Breve sugli Ordini Equestri Pontifici, del 7-2-1905, in Actes de Pie X, Editions des Questions Actuelles, Parigi s.d., vol. II, p. 6.

(7) PIO XII, Discorso al Patriziato e alla Nobiltà Romana, del 19-1-1944, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. V, pp. 179-180.

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 Plinio Corrêa de Oliveira

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