Sulla tolleranza del male nell’ordine sociale internazionale e nazionale

Plinio Corrêa de Oliveira 39 anni fa
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Plinio Corrêa de Oliveira, Cristianità n. 70 (1981)

 

Di fronte al deteriorarsi ormai cronico e recidivo dei rapporti tra le nazioni e allo sviluppo tragicamente fecondo del terrorismo, è consueto e naturale che l’uomo comune – il «cittadino» illuso e deluso – si volga ad auspicare una qualche efficacia dagli organismi internazionali, colpito – di volta in volta – dalla inutilità, dalla pericolosità e dalla dannosità di quelli esistenti. Per aiutare questa meditazione a svilupparsi in salutare riscoperta e riferimento al diritto naturale e cristiano, trascriviamo, nella sua integrità, un memorabile discorso del Santo Padre Pio XII, di venerata memoria, sul tema della Comunità internazionale, pronunciato il 6 dicembre 1953, testimonianza viva di una delle innumerevoli occasioni perdute dal mondo moderno, disattendendo le indicazioni del Magistero della Chiesa. Al testo accompagnamo il commento, con un titolo complessivo redazionale, a suo tempo svolto dal professor Plinio Corrêa de Oliveira, presidente del consiglio nazionale della Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade (TFP), in tre articoli intitolati: Desfazendo exploracoes maritainistas, A Comunidade dos Estados segundo as normas de Pio XII e Tolerar o mal em vista de un bem superior e mais vasto, comparsi rispettivamente in Catolicismo – la prestigiosa rivista cattolica di cultura, edita sotto l’egida di S.E. Rev.ma mons. Antonio de Castro Mayer, vescovo di Campos, in Brasile -, anno IV, n. 42, giugno 1954; n. 43, luglio 1954 e n. 44, agosto 1954. Gli articoli sono riprodotti completamente e senza alcun ritocco, neppure nei loro riferimenti a eventi contingenti, per conservare intatti, tra l’altro, il carattere e il sapore del magistero contro-rivoluzionario del professor Plinio Corrêa de Oliveira, magistero che si esercita principalmente nell’intervento in concreto, e che intende rispondere soprattutto ai problemi anche storicamente reali.

 

Dagli insegnamenti di Pio XII

Sulla tolleranza del male nell’ordine sociale internazionale e nazionale

 

 

1. Demolizione di strumentalizzazioni maritainiane

Pubblichiamo oggi, con sottotitoli redazionali, il testo integrale della importantissima allocuzione diretta dal Santo Padre Pio XII, gloriosamente regnante, il 6 dicembre scorso, ai membri della Unione dei Giuristi Cattolici Italiani, riuniti per studiare un tema di palpitante attualità: «nazione e comunità internazionale».

In questa allocuzione il Sommo Pontefice ha dato importanti insegnamenti dottrinali, e direttive pratiche molto precise, su due problemi che già da tempo venivano preoccupando l’opinione cattolica: 1. come giudicare la formazione dei grandi blocchi di nazioni e la eventuale strutturazione di una organizzazione mondiale delle nazioni?; 2. Che atteggiamento dovrebbero assumere i paesi cattolici se la condizione perché si realizzasse una tale organizzazione fosse la libertà, per gli eretici o i pagani, di praticare sul loro territorio culti contrari alla santa Chiesa?

Queste due domande, diverse in sé stesse, ma molto affini, ne evocano un’altra più elevata, cioè quella relativa ai rapporti tra il potere spirituale e quello temporale, tra la Chiesa e lo Stato. Spieghiamo perché.

La Cristianità medioevale

Nel Medioevo l’Europa, omogeneamente cattolica, ha formato una famiglia di nazioni sotto la direzione spirituale vigorosa e costante dei Papi, e la presidenza temporale più o meno effettiva, e più o meno onoraria, degli imperatori del Santo Impero romano-germanico. Era la Cristianità. Teoricamente, e spesso anche in pratica, questa famiglia di nazioni costituiva un solo blocco per difendere la civiltà cristiana contro i maomettani, oppure contro i barbari che infestavano le frontiere orientali della Cristianità. Sul piano interno di questa comunità i Papi esercitavano la funzione di autentici conservatori del diritto naturale e del diritto cristiano, principalmente per ciò che riguardava i rapporti tra i diversi paesi cattolici, e di difensori sommi della fede, mobilitando, quando era necessario, la spada dello Stato per la sconfitta delle eresie.

Questa funzione è stata molto studiata. Fra i numerosi libri che su di essa sono stati pubblicati nessuno, forse, è così attraente quanto la monumentale compilazione di atti pontifici soprattutto medioevali, presentata con il titolo Acta Pontificia Juris Gentium da due professori della Università Cattolica del Sacro Cuore, di Milano, il conte Giorgio Balladore Pallieri e Giulio Vismara (1).

In essa, fra altri documenti, si legge la famosa lettera Apud Urbem veterem, del 27 agosto 1263 di Papa Urbano IV a Riccardo, re eletto dei romani: «Colui che regge il Cielo e la terra, cioè colui che conosce l’ordine del Cielo e può istituire sulla terra l’immagine dell’ordine celeste, può anche ricavare dalle cose superiori esempi per quelle inferiori; e, così, come ha costituito nel firmamento celeste due grandi lumi perché alternatamente illuminino il mondo, così anche, sulla terra, istituendo nel firmamento della Chiesa universale i suoi maggiori doni, cioè il sacerdozio e l’impero, per il reggimento completo delle cose spirituali e mondane, ha diviso in tale modo le funzioni di entrambi i poteri che per la loro funzionale diversità non si ostacolassero mai l’un l’altro. Al contrario, concordino nella unione dei fini, in ragione della loro funzione, nella esecuzione del governo affidato. Così, l’innegabile vantaggio della concordia di entrambi, apporterà tanto la mutua difesa quanto i mutui aiuti, e conseguirà che il più liberamente possibile si conservi la giustizia, venga al mondo la pace, si assicuri la tranquillità e si fomenti l’unione. Infatti, l’impero è orientato alla salvezza dalla autorità sacerdotale, e, aiutato dalla protezione di questa, rasserenate perturbazioni imminenti, diventa tranquillo e stabile. Il sacerdozio, a sua volta, deve avere un rifugio pio e sicuro nella mansuetudine e nella venerazione dell’imperatore. Governando con il fastigio dell’impero romano, questi deve svolgere, rispetto alla Chiesa, la funzione di speciale avvocato e di principale difensore. Nella forza del suo braccio trovano difesa la libertà della Chiesa, e si conservano i diritti di queste libertà; si estirpano le eresie; si dilata il culto della fede cristiana; debellati i nemici di questa, si conserva il popolo cristiano nella bellezza della pace e riposa in una opulenta tranquillità» (2).

E nella stessa opera si trova il seguente testo, ancora più famoso, di Bonifacio VIII, estratto dalla bolla Unam sanctam, del 18 novembre 1302: «Che ci sia una ed una sola santa Chiesa cattolica e apostolica siamo costretti a credere e a professare, spingendoci a ciò la nostra fede, e questo crediamo fermamente e con semplicità professiamo, e anche che non vi sia salvezza e remissione dei peccati fuori di lei, come lo Sposo proclama nel cantico: “Unica è la mia colomba, la mia perfetta; unica alla madre sua, senza pari per la sua genitrice”, il che rappresenta un corpo mistico, il cui Capo è Cristo, e il Capo di Cristo è Dio e in esso c’è “un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”. Al tempo del diluvio, invero, una sola fu l’arca di Noè, prefigurante l’unica Chiesa; era stata costruita da un solo braccio, aveva un solo timoniere e un solo comandante, ossia Noé, e noi leggiamo che fuori di essa ogni cosa sulla terra era distrutta. Questa Chiesa noi veneriamo, e questa sola, come dice il Signore per mezzo del Profeta: “Libera, o Signore, la mia anima dalla lancia e dal furore del cane, l’unica mia”. Egli pregava per l’anima, cioè per sé stesso – per la testa e il corpo nello stesso tempo – il quale corpo precisamente egli chiamava la sua sola e unica Chiesa, a causa dell’unità di promessa di fede, di sacramenti e di carità della Chiesa, ossia la “veste senza cuciture” del Signore, che non fu tagliata, ma data in sorte. Perciò in questa unica e sola Chiesa ci sono un solo corpo e una sola testa, non due, come se fosse un mostro, cioè Cristo e Pietro, vicario di Cristo e il successore di Pietro, perché il Signore disse a Pietro: “Pasci il mio gregge”. “Il mio gregge” egli disse, parlando in generale e non in particolare di questo o quel gregge: così è ben chiaro che egli gli affidò tutto il suo gregge. Se perciò i greci od altri affermano di non essere stati affidati a Pietro e ai suoi successori, essi confessano di conseguenza di non essere del gregge di Cristo, perché il Signore dice in Giovanni che c’è un solo ovile, un solo e unico Pastore. Sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo potere vi sono due spade, una spirituale, cioè, e una temporale, perché quando gli Apostoli dissero: “Ecco qui due spade” – che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apostoli a parlare – il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti. E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha realmente interpretato le parole del Signore, quando dice: “Rimetti la tua spada nel fodero”. Quindi ambedue sono in potere della Chiesa, la spada spirituale e quella materiale; una invero deve essere impugnata per la Chiesa, l’altra dalla Chiesa; la prima dal clero, la seconda dalla mano di re e cavalieri, ma secondo il comando e la condiscendenza del clero, perché è necessario che una spada dipenda dall’altra e che l’autorità temporale sia soggetta a quella spirituale. Perché quando l’Apostolo dice: “Non c’è potere che non venga da Dio e quelli che sono, sono disposti da Dio”, essi non sarebbero disposti se una spada non fosse sottoposta all’altra, e, come inferiore, non fosse dall’altra ricondotta a nobilissime imprese. Poichè secondo san Dionigi, è legge divina che l’inferiore sia ricondotto per l’intermedio al superiore. Dunque le cose non sono ricondotte al loro ordine alla pari e immediatamente, secondo la legge dell’universo, ma le infime attraverso le intermedie e le inferiori attraverso le superiori. Ma è necessario che chiaramente affermiamo che il potere spirituale è superiore a ogni potere terreno in dignità e nobiltà, come le cose spirituali sono superiori a quelle temporali. Il che, invero, possiamo chiaramente constatare con i nostri occhi dal versamento delle decime, dalla benedizione e santificazione, dal riconoscimento di tale potere e dall’esercitare il governo sopra le medesime, poiché, e la verità ne è testimonianza, il potere spirituale ha il compito di istituire il potere terreno e, se non si dimostrasse buono, di giudicarlo. Così sì avvera la profezia di Geremia riguardo la Chiesa e il potere della Chiesa: “Ecco, oggi ti ho posto sopra le nazioni e sopra i regni” e quanto segue. Perciò, se il potere terreno erra, sarà giudicato da quello spirituale, se il potere spirituale inferiore sbaglia, sarà giudicato dal superiore; ma se erra il supremo potere spirituale, questo potrà essere giudicato solamente da Dio e non dagli uomini; del che fa testimonianza l’Apostolo: “L’uomo spirituale giudica tutte le cose; ma egli stesso non è giudicato da alcun uomo” perché questa autorità, benché data agli uomini ed esercitata dagli uomini, non è umana, ma senz’altro divina, essendo stata data a Pietro per bocca di Dio e fondata per lui e per i suoi successori su una roccia, che egli confessò, quando il Signore disse allo stesso Pietro: “Qualunque cosa tu legherai ecc.”. Perciò chiunque si oppone a questo potere istituito da Dio, si oppone ai comandi di Dio, a meno che non pretenda, come i Manichei, che vi siano due principii; il che noi affermiamo falso ed eretico, poiché – come dice Mosè – non nei principii, ma “nel principio” Dio creò il Cielo e la terra. Quindi noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo e affermiamo che è assolutamente necessario per la salvezza di ogni creatura umana che sia sottomessa al Pontefice di Roma» (3).

Sfogliando la ricchissima compilazione di Balladore e di Vismara, balza agli occhi la profonda influenza che queste concezioni hanno avuto sull’azione del Papato. Infatti, nella sua eventuale scomunica e deposizione, nella nomina e nella destituzione di re come quelli di Sicilia, di Corsica, di Aragona, nel proteggere i sovrani contro le ingiuste rivolte dei sudditi e i sudditi contro le oppressioni dei sovrani, nel regolare i problemi internazionali di ordine morale, come il rispetto dei trattati, i diritti dei naufraghi, dei viaggiatori, dei crociati, dei pellegrini, degli stranieri, dei prigionieri di guerra, nel condannare il conio di monete fraudolente, nel dare disposizioni sulla condizione degli ebrei, nell’incitare alla guerra contro l’Islam, nel promuovere la pace fra i prìncipi cristiani, e ancora in mille altri comportamenti dei Papi, si nota il riflesso dei principi dottrinali che abbiamo sopra ricordato.

Il laicismo moderno

Insomma, questo ordine di cose rappresentava un pieno – o almeno un amplissimo – utilizzo di tutte le risorse dello Stato per promuovere la gloria di Dio: lotta contro gli eretici e gli infedeli, repressione dei crimini, propagazione della fede, stimolo alla virtù con tutta la forza della legge.

Con le tempeste del Rinascimento, dell’umanesimo e del protestantesimo, questo ordine di cose, già scosso dai legisti del tramonto del Medioevo, si andò indebolendo. Agonizzò nel corso dell’Evo Moderno, e morì con la Rivoluzione francese. Dopo il 1789 tutto questo si è trasformato in memoria storica, e il mondo è affondato in pieno laicismo.

Infatti la Rivoluzione ha istituito uno Stato che nega essere chiare le prove della divinità della Chiesa, uno Stato che si pone di fronte al problema religioso in un atteggiamento di dubbio ufficiale e definitivo, e osserva la Chiesa di Dio, le sette eretiche o scismatiche, i culti pagani e idolatrici con lo stesso sguardo di indifferenza, disinteressato e scettico. Tutti possono vivere a loro piacere, e lo Stato garantisce loro piena libertà e si disinteressa delle loro rispettive querelle, esigendo soltanto che rispettino l’ordine pubblico e i buoni costumi.

Questo il laicismo rosso di colore ateistico. In verità, vi sono forme di laicismo rosee, e di toni molto diversi. Lo Stato può essere laico e deista… Riconosce la esistenza di Dio, ma giudica impossibile sapere qual è la religione del Dio vero. Quindi si comporta con simpatia verso tutte, e con equidistanza da esse.

Questa la situazione che ha prevalso generalmente fino al 1917. Ma vi è ateismo e ateismo. Vi sono atei che sono tali perché «non sanno» se Dio esiste. E vi sono quelli che «sanno» che Dio non esiste. Al primo tipo di ateismo corrisponde lo Stato laico. Al secondo, lo Stato che perseguita ogni e qualsiasi religione. E questo rappresenta l’opposto diametrale dello Stato medioevale.

Tale tipo di Stato è sorto in Russia con il trionfo del comunismo, ha tentato di instaurarsi in Spagna con le abominevoli atrocità della dittatura che la guerra civile ha abbattuto, ha allungato gli artigli, dopo l’ultima conflagrazione, sulla Bulgaria, la Jugoslavia, l’Albania, la Romania, parte dell’Austria e della Germania, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, parte della Finlandia, la Cina, parte della Corea, parte dell’Indocina, l’Indonesia, il Guatemala. L’impero dell’ateismo attuale è uno dei più grandi imperi di tutti i tempi, e costituisce al servizio del demonio qualcosa di analogo – ed è geograficamente maggiore – a quanto è stato in altri tempi, al servizio della Chiesa, l’immensa monarchia degli Asburgo.

La forza di una memoria

Abbiamo detto poco sopra che in un mondo così costituito la organizzazione temporale dell’Europa medioevale, tutta posta al servizio della Chiesa, era soltanto una memoria. Ma una memoria può essere una grande forza, quando si fonda su un ideale elevato e attira molti uomini.

Esempio impressionante della forza delle memorie è certamente il cosiddetto Rinascimento, che ha rivoluzionato l’Europa con il puro amore a un passato morto da circa mille armi.

Ora, la memoria dello Stato sacrale del Medioevo ha anch’essa i suoi effetti al giorno d’oggi, e specialmente fra i cattolici.

Come evitare che un uomo, seriamente imbevuto della vera religione, formato nella meditazione dei principi proposti da tutti i santi – da Sant’Ignazio, per esempio, nella meditazione del principio e fondamento, oppure in quella delle due bandiere – desideri con tutta l’anima di utilizzare per la gloria di Dio tutte le creature, compreso lo Stato con tutti i suoi mezzi di azione?

Come evitare che un uomo di fede, che sa che la Chiesa presenta prove chiare e certe della sua divinità; che Dio dà le grazie necessarie per vedere queste prove; che il rifiuto di queste prove e di queste grazie costituisce ima offesa a Dio – come evitare che un tale uomo soffra per ogni atto di scetticismo, e soprattutto per la professione ufficiale di scetticismo di tutta una società rappresentata dallo Stato laico?

Come evitare che un fedele, realmente compenetrato di quanto dicono gli autori spirituali sulla violenza dello sregolamento delle passioni umane a causa del peccato originale, e sulla sottigliezza degli inganni del demonio, tema un serio pericolo per le anime dalla propaganda di sette eretiche che lusingano in tutti i modi l’orgoglio e la sensualità degli uomini?

Con tutto il dinamismo del loro amore verso Dio, le anime zelanti tendono ad amare quel passato magnifico. E Leone XIII ha fatto eco a esse quando ha esclamato: «Fu già tempo in cui la filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata ben addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato, quando la religione di Gesù Cristo posta solidamente in quell’onorevole grado che le conveniva, cresceva fiorente all’ombra del favore dei principi e della dovuta protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il sacerdozio e l’impero, stretti avventurosamente fra loro per amichevole reciprocità di servigi. Ordinata in tal guisa la società recò frutti che più preziosi non si potrebbero pensare, dei quali dura e durerà la memoria affidata ad innumerevoli monumenti storici, che nessun artifizio dei nemici potrà falsare od oscurare.

«Se l’Europa cristiana domò le nazioni barbare e le trasse dalla ferocia alla mansuetudine, e dalla superstizione alla luce del vero; se vittoriosamente respinse le invasioni dei musulmani, se tenne il primato della civiltà, e si porse ognora duce e maestra alle genti, in ogni maniera di lodevole progresso, se di vere e larghe libertà poté allietare i popoli, se a sollievo delle umane miserie seminò dappertutto istituzioni sapienti e benefiche, non vi è dubbio che in gran parte ne va debitrice alla religione in cui trovò ispirazione ed aiuto alla grandezza di tante opere. Senza fallo, tutti quei benefici sarebbero durati, se del pari fosse durata la concordia dei due poteri: e di maggiori anzi se ne poteva sperare, se con fedeltà e con costanza maggiore si fosse prestato il dovuto ossequio all’autorità, al magistero e ai disegni della Chiesa […].

«Ma il funesto e deplorevole spirito di novità, suscitatosi nel secolo XVI, prese da prima a sconvolgere la religione, passò poi naturalmente da questa al campo filosofico, e quindi in tutti gli ordini dello Stato. Da questa sorgente scaturirono le massime delle eccessive libertà moderne immaginate e proclamate in mezzo a grandi rivolgimenti del secolo passato con principi e basi di un nuovo diritto, il quale e non fu conosciuto mai ai nostri antichi, e per molti capi è in opposizione non solamente con la legge cristiana, ma anche con il diritto naturale» (4).

Da ciò a una lotta acerrima e molto lodevole contro il laicismo non vi è distanza. E da questa posizione di lotta a un rifiuto assoluto, incondizionale, di qualunque situazione che non sia quella ideale, il passo è breve. Molti lo avrebbero fatto imprudentemente, se non ci fosse stato l’insegnamento della Chiesa, superiore ai pensieri degli uomini, anche dei migliori, come il cielo è superiore alla terra.

Questo è il dinamismo dello zelo, con i suoi desideri, i suoi problemi, talora i suoi eccessi. Di questi ultimi il più delle volte si deve dire quanto di santa Teresa di Gesù dice la Chiesa: che è stata mirabile anche nei suoi errori.

Il tradimento del cattolico liberale

Molto diversa è la tiepidità, con le sue prudenze, con i suoi accomodamenti, con le sue vigliaccherie, con la sua completa mancanza di fiducia nel soprannaturale.

Fiacco nella fede, il cattolico liberale crede, senza sapere molto esattamente perché. Perciò niente gli pare più spiegabile, più facile da accadere, più naturalmente frequente, del dubbio, dello scetticismo, della neutralità religiosa. Il suo spirito patisce una infermità profonda. La verità e l’errore, il bene e il male non si diversificano molto per lui. Il principio di contraddizione, molla fondamentale dello spirito umano, funziona in lui con tutti i differimenti, le indecisioni, l’impotenza di una molla vecchia, rotta, debole. 

Per tutte queste ragioni, e perché ama le comodità, non gli piace lottare. E, inoltre, ha paura della lotta. Le lotte della Chiesa sono sempre incomprensibili se si fa astrazione dalla Provvidenza. Ora, il liberale ha una fede tiepida. Il soprannaturale lo lascia a disagio. Ragiona abitualmente in campo naturale e pensa di fare un atto eroico quando, talora, si eleva a un piano più alto. Come certi uccelli fatti piuttosto per camminare che per volare, che si mantengono in aria solo a titolo di eccezione, in un volo breve e pesante, che consuma le energie di tutto il loro organismo. Non confidando in Dio, ha mille ragioni eccellenti per temere sconfitte a ogni momento. E perciò l’unica politica che sa fare, che gli piace fare, che è solito fare, è quella delle concessioni.

Un tale liberale, niente lo turba. maggiormente del timore di uno scontro tra la Chiesa e questo moloch che è il neopaganesimo moderno. E vorrebbe sprofondare sotto terra quando vede un Pio XII affermare con coraggio: «Oh, non chiedeteci qual è il “nemico”, né quali vesti indossi. Esso si trova dappertutto e in mezzo a tutti: sa essere violento e subdolo. In questi ultimi secoli ha tentato di operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell’unità nell’organismo misterioso di Cristo. Ha voluto la natura senza la grazia; la ragione senza la fede; la libertà senza l’autorità; talvolta l’autorità senza la libertà. È un “nemico” divenuto sempre più concreto, con una spregiudicatezza che lascia ancora attoniti: Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato. Ed ecco il tentativo di edificare la struttura del mondo sovra fondamenti che Noi non esitiamo ad additare come principali responsabili della minaccia che incombe sulla umanità: un’economia senza Dio, una politica senza Dio. Il “nemico” si è adoperato e si adopera perché Cristo sia un estraneo nelle Università, nella scuola, nella famiglia, nell’amministrazione della giustizia, nell’attività legislativa, nel consesso delle nazioni, là dove si determina la pace o la guerra» (5).

Le memorie medioevali sono causa di terrore per il liberale. Sono il suo incubo continuo. E niente gli sembra più pericoloso del cattolico che le loda al giorno d’oggi e, ancora peggio, sostiene risolutamente la loro restaurazione.

Tesi e ipotesi

Di fronte a queste opposte tendenze, la Santa Sede ha assunto un atteggiamento che non tutti hanno compreso come devono.

Ricordiamo anzitutto che i canonisti distinguono, nell’insieme del mirabile ordine di cose vigente nel Medioevo quanto alle prerogative del Papato, i diritti esercitati dal Papa in quanto vicario di Gesù Cristo e i diritti che esercitava in virtù della sovranità feudale liberamente costituita in favore del Romano Pontefice – in generale per lodevole devozione – da molti re e capi di Stato. Fatta questa importante distinzione, capiremo meglio gli enunciati dei Papi:

I. La indifferenza dello Stato in materia religiosa è un grande peccato che: a. Attira su di esso la collera di Dio. Fatto molto importante per i popoli in quanto tali, poiché le nazioni non hanno vita eterna ed espiano in questo stesso mondo i loro peccati collettivi; b. Fonda tutta la vita giuridica e morale su base falsa, poiché nel laicismo assoluto ogni diritto e ogni legge hanno ragione di essere solo per la forza, e gli Stati fondati sulla forza sono debolissimi. E nel laicismo deista la legge naturale resta soggetta alle interpretazioni variabili degli uomini, e soffre facilmente mostruose deformazioni. È il caso del divorzio, ammesso in molti paesi che professano questo laicismo, come gli Stati Uniti; c. Infine, ancorché il laicismo deista rispetti tutto il diritto naturale, non rispetta le norme del diritto derivanti dalla Rivelazione, e con ciò adempie male i suoi doveri verso l’unica vera Chiesa, il che ridonda in immenso detrimento per le anime.

II. Così, lo Stato religiosamente indifferente ha in sé stesso i germi della decomposizione e della rovina, che tutte le forze del denaro e delle armi non possono debellare.

III. Questa è la tesi. Tuttavia, vi sono circostanze nelle quali i cattolici devono accettare come un male minore la libertà di culto per gli acattolici. È il caso, per esempio, dei paesi nei quali vi sono molti abitanti di altre religioni, e il fatto che lo Stato assuma un atteggiamento religioso ufficiale provocherebbe una guerra civile nella quale la nazione potrebbe scomparire. Per molteplici ragioni di buon senso, si vede che in ciò vi è un bene maggiore da salvare, e che il male minore consiste nel tollerare la pluralità di culti.

IV. Un male minore, però, non è necessariamente un male piccolo. L’amputazione delle gambe è un male immenso, benché sia un male minore in confronto alla perdita della vita. Perciò, i cattolici non devono accettare la indifferenza dello Stato come un fatto compiuto, definitivo e di poco momento. Deplorandola con tutte le fibre dell’anima, devono alimentare in sé il nobile desiderio della unione tra la Chiesa e lo Stato, e devono considerare la loro separazione come una grandissima ragione di infelicità. Di più. Devono agire con tutte le forze perché le circostanze immensamente dolorose che obbligano a una tale tolleranza siano quanto prima rimosse, e l’unione si possa ristabilire. L’indifferentismo dello Stato deve essere una piaga aperta nel cuore di ogni cattolico zelante.

Trasposizione di un problema

Pio XII nella sua allocuzione ha trasposto lo stesso problema nella sfera internazionale. Nell’epoca della bomba all’idrogeno, in cui si teme un collasso della civiltà, paragonabile soltanto al diluvio, il Papa vede come auspicabile la costituzione di un organismo internazionale. Parla in proposito come statista, che misura probabilità e pericoli, esaminando accuratamente, con grande esperienza e con ampie informazioni le circostanze concrete. Certo un organismo internazionale potrebbe favorire la realizzazione della Repubblica Universale auspicata dalle forze segrete. Ma d’altro canto lo sviluppo dell’ordine naturale delle cose richiede come completamento della struttura giuridica dei popoli civili un organismo internazionale. La mancanza di questo organismo può gettare in una guerra fatale. Pio XII, da esperto statista, valutando indubbiamente un pericolo e l’altro, propende per la organizzazione internazionale. E nello stesso tempo, con autorità di Sommo Pontefice, traccia le condizioni in cui sarebbe legittima, senza offesa per la sovranità degli Stati, ma anche senza dare a questa sovranità un significato esageratamente ampio, che la dottrina cattolica non può accettare.

E poi il Papa passa a un’altra questione. Se la costituzione di questo organismo esigesse la ammissione della libertà di culto, come agire? Pio XII vede bene che, nel caso concreto, trattandosi di organizzare Stati atei, laici, acattolici, cattolici, sarebbe risibile proporre a essi, come base, la Rivelazione. È quindi necessario rimanere sul terreno della legge naturale. Senza rinunciare al passato, senza escludere la possibilità di una lega di nazioni cattoliche vincolate dalla fede, all’interno della comunità internazionale, Pio XII accetta lealmente questa posizione come male minore, e ragiona in funzione di essa.

In che termini? Precisamente nei termini dei suoi predecessori. Se per salvare lo Stato da un turbamento profondo è legittimo ammettere la libertà di culto nella sfera nazionale, per salvare il mondo da una guerra, ancora di più, da un cataclisma, è legittimo ammettere la libertà di culto nella sfera internazionale. Non vi è nulla di più logico.

Perciò i fedeli devono dispiacersi immensamente del fatto che il mondo sia religiosamente diviso, e non sia possibile strutturarlo sull’unica base solida, perfetta, durevole, che è quella cattolica, apostolica e romana. Non devono e non possono aspettarsi da una strutturazione puramente naturale altro che il poco che essa può dare, e un «poco» molto precario.

Ma se questo «poco» posticipasse un conflitto catastrofico, che forse con il tempo e con il mutare delle circostanze si potrebbe evitare, sarebbe anche così un bene tanto altamente prezioso che Pio XII si allontanerebbe dall’insegnamento di tutti i suoi predecessori se decidesse in modo diverso.

* * *

Abbiamo voluto pubblicare integralmente la allocuzione del Santo Padre e commentarla, per mostrare quanto è infantile la pretesa di coloro che, fra noi, vedono in essa la Magna Charta del maritainismo.

In un altro numero, analizzeremo certi passaggi del documento, che mettono ancora più in chiaro quanto è puerile questa supposizione.

 

 

2. La Comunità degli Stati secondo le norme di Pio XII

Proseguiamo oggi i nostri commenti alla importantissima allocuzione del Santo Padre ai partecipanti al V Congresso Nazionale della Unione dei Giuristi Cattolici Italiani.

A proposito della costituzione di un organismo internazionale che abbracci gruppi di nazioni, e possibilmente tutti i paesi del globo, il Santo Padre Pio XII ha enunciato alcuni principi che si potrebbero riassumere in questi termini:

a. Vi è un fatto evidente: giorno dopo giorno «crescono in estensione e in profondità» (6) i rapporti tra persone di popoli diversi, meglio ancora, tra questi stessi popoli. La tecnica ha contribuito a creare una tale situazione. Tuttavia questo è sostanzialmente un fatto naturale, derivante «dalla più penetrante azione di una legge immanente di sviluppo». In sé, questa legge, per il fatto di essere naturale, è retta. Da ciò deriva che «si deve dunque non reprimerlo, ma piuttosto favorirlo e promuoverlo».

b. Gli Stati che formano i nuovi organismi internazionali resteranno sovrani. Questi organismi sono autentiche libere associazioni di Stati indipendenti, analoghe sul piano del diritto internazionale a quello che sono le semplici società di persone naturali o fisiche, nel campo del diritto privato. 

c. La regola fondamentale di queste comunità è la osservanza della legge naturale nei rapporti internazionali. La comunità degli stati avrà certamente un suo diritto positivo. Ma questo non sarà arbitrario, e avrà «la missione di definire più esattamente le esigenze della natura e di adattarle alle circostanze concrete».

d. Inoltre, la comunità delle nazioni potrà «prendere con una convenzione che, liberamente contratta, è divenuta obbligatoria, altre disposizioni dirette sempre al fine della comunità». Questo dal momento che – come è stato detto – tali disposizioni non contraddicano le leggi della natura, che sono leggi del Creatore.

e. Questa attribuzione legislativa della Comunità dei popoli è incompatibile con la concezione di sovranità di Hegel e del positivismo giuridico assoluto. Ma rispetta la sovranità rettamente intesa di ogni Stato. L’autentica sovranità «significa autarchia ed esclusiva competenza in rapporto alle cose e allo spazio, secondo la sostanza e la forma dell’attività», senza «dipendenza verso l’ordinamento giuridico proprio di qualsiasi altro Stato». Ma questa sovranità non esclude che allo stato sia negata «la facoltà di agire arbitrariamente e senza riguardo verso altri Stati». È ovvio che, senza pregiudizio per la sua indipendenza, e per la stessa forza naturale delle cose, «ogni Stato è immediatamente soggetto al diritto internazionale».

f. Popoli e individui hanno in sé diverse tendenze innate che giungono facilmente alla esagerazione, e che per ciò stesso creano il rischio di perturbare i rapporti internazionali. Questo rischio è accentuato dalla diversità di religione. Fra i popoli e gli stati che dovrebbero costituire la Comunità delle nazioni vi saranno cattolici, acattolici, atei. Come risolvere i problemi da ciò derivanti?

Comunità di Stati e Repubblica Universale

Per il momento ci fermiamo qui.

Prima della allocuzione di Pio XII il problema «Comunità degli stati» era intimamente legato – almeno in pratica – a quello della Repubblica Universale.

Come si sa, numerosi pensatori e politici influenti hanno propugnato, con sempre maggiore insistenza, la formazione di gruppi di stati fusi o quasi fusi tra loro, e hanno preconizzato che tali gruppi costituissero un primo passo verso la realizzazione di un solo Stato su tutta la terra, nel quale si sarebbero amalgamati, sviluppati e fusi tutti i paesi. 

Le condizioni politiche derivate dall’ultima guerra favorivano singolarmente questo piano, poichè creavano – almeno in apparenza – una alternativa crudele: o la realizzazione di super-Stati assorbenti per resistere al Leviatano sovietico, oppure la capitolazione di fronte al comunismo. In buona parte, il dramma~ della CED, la Comunità Europea di Difesa, nasce da questo problema.

In un altro ordine di idee, è cominciato ad apparire come evidente per numerose persone che un nuovo conflitto internazionale porterà con sé la fine della civiltà, e forse della umanità. Così, è parso loro che tutti i sacrifici sarebbero stati piccoli per evitare un tale esito. E niente si presentava loro come più razionale, più efficace, più definitivo in questo senso della soppressione di tutti i governi, di tutte le frontiere, di tutte le patrie, e della instaurazione della Repubblica Universale.

Le circostanze davano così forma, colore e vita, ai nostri giorni, ai pensieri dei rivoluzionari che, particolarmente a partire dal secolo scorso, vengono sognando il moloch di una repubblica universale, laica, socialista, ugualitaria, il piano ben noto delle sette segrete, che ancora ieri sembrava chimerico agli spiriti «realisti».

Negli ambienti cattolici, molti pensatori e studiosi si sono occupati dell’argomento, e la generalità di essi si divideva in due tendenze. Gli uni, attratti dagli aspetti filantropici e pacifisti della sognata Repubblica Universale, patteggiavano con essa secondo qualcuno dei mille modi con cui si può venire a patti con qualcosa, dalla adesione dichiarata, fino alla approvazione tacita, oppure alla accettazione molto rassegnata del fatto compiuto. Altri, tuttavia, reagivano. Non che sembrasse loro illegittimo oppure inconcepibile un organismo sovranazionale, sempre più fortemente richiesto dalle crescenti possibilità di comunicazione tra i popoli. Nel loro spirito era ben viva, al contrario, l’ammirazione per la Cristianità e il Santo Impero. Ma sembrava loro che i partigiani della Repubblica Universale fossero immensamente potenti, e d’altro lato l’unica resistenza pensabile che avevano davanti a sé era costituita da certi particolarismi, spesso spiegabili, in altri casi esagerati e gretti, ma in ogni caso molto vivaci. Qualsiasi passo si facesse nella direzione della formazione di blocchi internazionali, benché fosse legittimo nelle sue modalità iniziali, avrebbe indebolito questi particolarismi, e in ultima analisi avrebbe ridotto le resistenze psicologiche – immensamente più importanti di quanto si pensa – che si opponevano alla realizzazione dell’audace piano delle sette. Come si vede, vi era una grandissima adesione all’idea di un organismo internazionale che rispettasse e perfino difendesse la sovranità di ogni popolo. Ma vi era pure una grave obiezione strategica contro la opportunità di questa misura. Obiezione saggia, obiezione sensata, obiezione giusta, ispirata all’analisi acuta dell’orizzonte politico così come si presentava. In tesi, una comunità internazionale sarebbe stata eccellente. Concretamente, e per evitare il male maggiore della Repubblica Universale, era preferibile aspettare.

Condannato il sogno delle sette

La allocuzione del Santo Padre Pio XII ai giuristi cattolici italiani è venuta ad alterare completamente questo orizzonte, introducendo in esso un elemento nuovo di importanza sostanziale. Così, la tattica, il cui merito consiste nella sua adeguazione ai fatti, deve anch’essa mutare.

Questa modifica potremmo enunciarla così:

a. Pio XII ha dichiarato guerra formalmente alla concezione della Repubblica Universale che le sette vogliono imporre. Il suo discorso rende ben chiaro il principio già insegnato dalla Chiesa, ma dimenticato da molti, secondo cui la esistenza di Stati sovrani è conforme al diritto naturale, e la comunità degli Stati non deve attentare contro questa sovranità;

b. Egli si mostra risoluto a guidare il corso naturale e giusto degli avvenimenti, favorendo la creazione della Comunità delle nazioni, e facendo per questo tutti gli sforzi necessari. Ma nello stesso tempo circoscrive l’ambito di questo organismo, e stabilisce le condizioni nelle quali esso può contare sull’appoggio della Chiesa.

Questo intervento dottrinale e diplomatico del Santo Padre – già pronunciato forse, discretamente, in una allocuzione precedente – distrugge il primitivo quadro. Oggi non sono più di fronte soltanto i partigiani della Repubblica Universale e i particolarismi, eccessi tra i quali gli elementi moderati potevano solamente – tatticamente – favorire il male minore, che era certamente il particolarismo. Ora è in lizza la Santa Sede, a guidare con il suo prestigio. con la sua forza, con la sua saggezza, con il potere delle grazie di Dio, gli sforzi in favore di una soluzione equilibrata: né particolarismi esagerati, né Repubblica Universale, ma particolarismi legittimi, Stati sovrani e fratelli, soggetti al diritto naturale nel seno di una società. 

Perciò per i veri cattolici il problema si semplifica enormemente. Per loro non si tratta più di scegliere tra un male minore e un male maggiore, ma di agire e di pregare affinché l’operazione importantissima del Sommo Pontefice produca per la maggior gloria di Dio tutti i frutti che il suo cuore amorosissimo desidera.

La Comunità delle nazioni e la religione

Commentatori superficiali hanno esultato di fronte all’allocuzione pontificia, vedendo in essa una presa di posizione a favore dello «Stato vitalmente cristiano» sognato da Jacques Maritain. Tale stato metterebbe sul piede di uguaglianza la Chiesa e tutte le sette. Esso fonderebbe il suo diritto non sulla Rivelazione – poiché questo è il punto di divergenza tra le diverse religioni -, ma sulla legge naturale, nota attraverso il semplice lume di ragione, e, quindi, accettabile da parte dei fedeli di ogni credo.

Ora, dicono, il Santo Padre concepisce precisamente in questi termini la comunità delle nazioni. Essa non si strutturerebbe sulla base della fede, come in altri tempi la Cristianità e il Santo Impero, ma sulla base della legge naturale. Essa non avrebbe una religione ufficiale, ma sarebbe equidistante rispetto a tutte. Quindi sarebbe dimostrata la legittimità di un tale stato di cose.

Singolare mentalità

È incomprensibile come dei cattolici giungano a tali conclusioni e ne gioiscano.

Quando sì ama qualcosa o qualcuno – persone, istituzioni, dottrina – gli si desidera ogni bene, ogni onore, ogni gloria. Questo è vero a fortiori a proposito di Dio e della sua Chiesa. Se nell’ordine delle possibilità teoriche si può pensare a una società internazionale in cui tutte le nazioni, convertite a Cristo nostro Signore, riconoscano il suo regno e prendano come pietra fondamentale del loro diritto – nel campo internazionale e interno – la santa Chiesa, l’atteggiamento del cattolico zelante consiste nell’anelare con tutte le fibre dell’anima a questa situazione, e nell’accettarne qualsiasi altra dolente. Dolente, sì: questo è proprio il termine giusto. Infatti il luogo proprio di Cristo Re è il trono, e qualsiasi altra situazione gli venga attribuita è falsa, illegittima, impropria. Vi possono essere circostanze che portano il cattolico zelante ad accettare per la Chiesa un’altra situazione. La accetterà, poiché fare il contrario sarebbe stolto. Ma questa accettazione comporterà tre riserve:

a. deplorerà profondamente le circostanze concrete che lo forzano ad accettare questa situazione;

b. conserverà il desiderio ardente della situazione normale;

c. agirà con ogni diligenza perché le circostanze che gli impongono la situazione anormale siano rimosse.

Ora, si ha l’impressione che molti spiriti si comportino in modo diametralmente opposto di fronte alla dura contingenza in cui si trovano i cattolici in questo mondo in cui la maggioranza non è ancora cattolica:

a. fanno riferimento, senza il sia pur minimo dispiacere, alla divisione religiosa tragica che pesa sulla Cristianità a partire da Fozio e da Lutero e che è la causa sostanziale di tutti i nostri mali;

b. considerano una società nazionale o internazionale fondata sulla fede cattolica come un carcere oppure una cella dalla quale sono felici di essere fuggiti verso l’aria fresca e leggera dell’interconfessionalismo liberale;

c. vivono euforicamente in questa atmosfera, senza nessun dispiacere per la posizione secondaria cui si trova posta la Chiesa;

d. non desiderano lavorare per tornare all’ordine di cose precedente.

Il vero problema

È necessario fissare bene l’importanza di quanto qui viene detto. Il punto di divergenza tra noi e tali cattolici non è questo:

a. noi consideriamo come legittima soltanto la tesi di uno Stato ufficialmente cattolico;

b. loro accettano la tesi, ma ammettono anche l’ipotesi di un ordine di cose che imponga allo Stato un atteggiamento non ufficialmente cattolico.

Il punto di divergenza è questo:

a. noi ammettiamo chiaramente la tesi. Loro la negano, oppure, quando non la negano, riguardo a essa sono molto confusi e reticenti;

b. noi ammettiamo come loro l’ipotesi. Noi con un dispiacere profondo, loro con entusiasmo.

c. Vigente la situazione creata dall’ipotesi, vogliamo mantenere ben vivo tra i cattolici la conoscenza e l’amore della tesi, e desideriamo fare tutto il possibile perché la realtà corrisponda a essa. Loro tacciono la tesi, o fanno a essa riferimento senza zelo. Vivono bene sotto il dominio della indifferenza di Stato. Non fanno nulla per diffondere la tesi e portare il mondo a essa.

L’atteggiamento del vicario di Cristo

Quale delle due posizioni è approvata dalla allocuzione pontificia? Viene voglia di sorridere. Infatti, chi può dubitare dei sentimenti di un Papa a questo riguardo? Chi può dubitare che Pio XII deplori con tutte le fibre della sua anima la divisione religiosa del mondo, soprattutto la esistenza di una così immensa dittatura atea di là dalla cortina di ferro? Chi può dubitare che desideri la conversione di tutti i popoli all’unica Chiesa di Gesù Cristo, e che il giorno in cui tale conversione si dia, vorrà vedere la Rivelazione come base del diritto? In tutto quanto il Papa insegna e fa, questo è implicito ed esplicito in tutti i modi.

Nella sua allocuzione Pio XII, di fronte alla situazione contingente di divisione religiosa, e alla esistenza di popoli atei, accetta l’idea di una società internazionale basata sul diritto naturale, e senza una posizione confessionale ufficiale.

Ma dove è detto oppure insinuato che questa situazione gli riesce gradita, è per lui ragione di gioia? Dove è affermato che la reputa la situazione ideale? Dove è detto che rinunci alla situazione ideale?

E dove sono, dunque, i titoli per la gioia maritainiana?

Il Santo Padre Pio XII ha agito in questo caso come qualsiasi Papa del Medioevo, il che per altro è normale perché Pietro è sempre Pietro.

La Cristianità medioevale è sempre vissuta in guerra di legittima difesa contro barbari e saraceni. Se gli uni e gli altri non ci avessero attaccato; se non avessero violato le nostre frontiere, se avessero permesso ai missionari di evangelizzare nelle loro terre, e avessero rispettato i Luoghi Santi, se avessero osservato la morale naturale, nei loro rapporti con la Cristianità, non vi sarebbero state le crociate.

Se gli atei, gli eretici e gli scismatici di oggi volessero agire in questo modo – portati forse dalla paura di una ecatombe mondiale – perché fare contro di loro una crociata?

* * *

E così ci resta soltanto da analizzare la presa di posizione del Sommo Pontefice di fronte al problema della libertà religiosa all’interno di ogni Stato, compresi gli Stati atei.

Lo faremo nel prossimo numero, non senza toccare un altro problema. Parlando di «legge immanente di sviluppo» e di «tendenze innate», il Santo Padre ha canonizzato l’evoluzionismo?

 

 

3. Tollerare il male in vista di un bene superiore e più ampio

Facciamo oggi gli ultimi commenti all’importante discorso del Santo Padre Pio XI ai partecipanti al V Congresso Nazionale della Unione dei Giuristi Cattolici Italiani.

In questo documento il Sommo Pontefice formula il seguente problema: «Secondo la confessione della grande maggioranza dei cittadini, o in base ad una esplicita dichiarazione del loro Statuto, i popoli e gli Stati-membri della Comunità verranno divisi in cristiani, non cristiani, religiosamente indifferenti o consapevolmente laicizzati, od anche apertamente atei. Gl’interessi religiosi e morali esigeranno per tutta l’estensione della Comunità un regolamento ben definito, che valga per tutto il territorio dei singoli Stati sovrani membri di tale Comunità delle nazioni. Secondo le probabilità e le circostanze, è prevedibile che questo regolamento di diritto positivo verrà enunciato così: Nell’interno del suo territorio e per i suoi cittadini ogni Stato regolerà gli affari religiosi e morali con una propria legge; nondimeno in tutto il territorio della Comunità degli Stati sarà permesso ai cittadini di ogni Stato-membro l’esercizio delle proprie credenze e pratiche etiche e religiose, in quanto queste non contravvengono alle leggi penali dello Stato in cui essi soggiornano.

«Per il giurista, l’uomo politico e lo Stato cattolico sorge qui il quesito: possono essi dare il consenso ad un simile regolamento, quando si tratta di entrare nella Comunità dei popoli e di rimanervi?».

Come abbiamo visto in un articolo precedente, il Sommo Pontefice risponde affermativamente alla domanda.

Così, dunque, si può prevedere in futuro lo stabilirsi nel mondo di una società di nazioni sovrane, cristiane, pagane, forse atee, che includa nel suo statuto l’obbligo – liberamente contratto dagli Stati-membri – di tollerare nel territorio di ciascuna la pratica dei culti propri ai sudditi stranieri.

Una restrizione

Questa tolleranza avrà un limite. Qualora la pratica di una religione comporti atti considerati criminali dalla legge nazionale, non sarà obbligatorio tollerare questi atti. 

Ben inteso, questa restrizione deve essere interpretata con molta buona fede dagli Stati-membri. Qualsiasi imbroglio su questo punto distruggerebbe alla radice il delicato sistema. Così, ci si deve aspettare che vengano qualificate come criminali soltanto azioni che le sono realmente secondo l’ordine naturale. Per esempio, uno Stato-membro potrà a questo titolo proibire, e in qualsiasi caso, il culto immorale dei mormoni.

Ma se, fondandosi sulla restrizione indicata, i comunisti o i protestanti volessero impedire la pratica della religione cattolica adducendo il fatto che le loro leggi private considerano un crimine la celebrazione della santa Messa, nel caso falsificheranno il sistema e lo renderanno inaccettabile ai cattolici.

Come si vede, una certa nozione di morale naturale, e una certa rettitudine di propositi, sono base di tutta la struttura prevista nella allocuzione pontificia.

Semplice tolleranza

Si noti che non si tratta di approvazione, ma di semplice tolleranza. A questo riguardo, l’allocuzione non lascia spazio al sia pur minimo dubbio. Infatti nessuno Stato cattolico può propriamente autorizzare la pratica dell’errore: «Innanzi tutto occorre affermare chiaramente: che nessuna autorità umana, nessuno Stato, nessuna Comunità di Stati, qualunque sia il loro carattere religioso, possono dare un mandato positivo o una positiva autorizzazione d’insegnare o di fare ciò che sarebbe contrario alla verità religiosa o al bene morale. Un mandato o una autorizzazione di questo genere non avrebbe forza obbligatoria e resterebbero inefficaci. Nessuna autorità potrebbe darli, perché è contro natura di obbligare lo spirito e la volontà dell’uomo all’errore ed al male o a considerare l’uno e l’altro come indifferenti. Neppure Dio potrebbe dare un tale positivo mandato o una tale positiva autorizzazione, perché sarebbe in contraddizione con la Sua assoluta veridicità e santità». E più avanti aggiunge: «Con questo sono chiariti i due principî, dai quali bisogna ricavare nei casi concreti la risposta alla gravissima questione circa l’atteggiamento del giurista, dell’uomo politico e dello Stato sovrano cattolico riguardo ad una formula di tolleranza religiosa e morale del contenuto sopra indicato, da prendersi in considerazione per la Comunità degli Stati. Primo: ciò che non risponde alla verità e alla norma morale, non ha oggettivamente alcun diritto né all’esistenza, né alla propaganda, né all’azione. Secondo: il non impedirlo per mezzo di leggi statali e di disposizioni coercitive può nondimeno essere giustificato nell’interesse di un bene superiore e più vasto».

La estensione della tolleranza religiosa

L’allocuzione pontificia parla di «esercizio delle proprie credenze e pratiche etiche e religiose». È ovvio che queste parole si riferiscono all’esercizio individuale della religione e della morale. Includono il proselitismo? La domanda può essere formulata. Infatti, se da un lato la pratica individuale della religione non è la stessa cosa della propaganda di questa religione, d’altro lato quasi tutti i sistemi di morale a base religiosa includono il proselitismo tra i loro più gravi princìpi.

La tolleranza religiosa si riferirà soltanto ai sudditi stranieri, o anche ai nazionali? La prima ipotesi ci sembra più consentanea con i termini dell’allocuzione. Ma la seconda non ci pare insostenibile.

La tolleranza si riferirà anche al proselitismo ateo? Uno Stato cattolico sarà obbligato, per esempio, a tollerare sul suo territorio propaganda atea svolta da sudditi russi? La questione potrebbe nascere dal fatto che l’allocuzione prevede espressamente la partecipazione di stati atei alla costituenda società internazionale, il che farebbe prevedere che questi stati non concederebbero libertà alla propaganda cattolica nei loro territori senza che, reciprocamente, si tollerasse la propaganda atea negli stati cattolici. Questione delicata, certamente, alla cui soluzione non può essere indifferente la seguente osservazione: il Santo Padre parla nella sua allocuzione di tolleranza di religioni false, ma non fa riferimento neppure una volta alla tolleranza dell’ateismo.

Una Comunità internazionale di religioni.

A fronte dell’allocuzione pontificia forse qualche interconfessionalista potrebbe immaginare che una lega delle diverse religioni completerebbe armoniosamente la Comunità degli Stati, soprattutto se questa venisse ad abbracciare tutti i popoli della terra. La pace fra i popoli, e il loro collegamento in una sola entità internazionale accentua molto il desiderio di una concordia religiosa generale, e di un collegamento di tutte le religioni in un grande modus vivendi che elimini tutte le dispute tra esse. Infatti, l’unità politica si completa armoniosamente con l’unità religiosa. Tale modus vivendi potrebbe fondarsi su un accordo. Ogni religione rinuncia a fare proselitismo nei paesi in cui è in minoranza. Le maggioranze religiose di ogni paese si asterranno da una azione ideologica militante nei confronti delle minoranze dissidenti.

Bisogna dire che questa ipotesi non è compatibile né con la dottrina cattolica genericamente considerata, né con il testo dell’allocuzione. La Chiesa ha ricevuto da Nostro Signore Gesù Cristo, suo divino fondatore, la missione di insegnare a tutti i popoli, in tutti i tempi. Essa non accetterà mai una combinazione che implichi la rinuncia definitiva al diritto di evangelizzare questo o quel popolo, o di combattere eresie in questo o quel luogo. D’altronde, quando l’allocuzione ricorda che «nessuna autorità umana, nessuno Stato, nessuna Comunità di Stati, qualunque sia il loro carattere religioso, possono dare un mandato positivo o una positiva autorizzazione d’insegnare o di fare ciò che sarebbe contrario alla verità religiosa o al bene morale», afferma implicitamente la nullità di qualsiasi trattato, accordo, convenzione, decreto o editto che avesse la conseguenza di impedire alla Chiesa – nella persona degli esponenti della sua gerarchia o di loro aiutanti nell’apostolato, i semplici fedeli – di lavorare per la salvezza delle anime «affinché vi sia un solo gregge e un solo Pastore». Nessuno più della Chiesa desidera, la pace e l’unità religiosa del mondo. Ma sulla pietra angolare, che è Gesù Cristo, che sono i Papi.

Neutralità religiosa

La Comunità delle nazioni nascerà così sotto il segno della neutralità religiosa. Abbiamo visto che il Sommo Pontefice considera preferibile l’esistenza di una Comunità religiosamente neutra al prolungamento del regime di caos internazionale in cui viviamo.

Questo vuol dire che un cuore cattolico debba considerare senza dolore e senza apprensione – senza un dolore molto profondo e una apprensione molto viva – gli effetti che una tale neutralità religiosa eserciterà sul nuovo organismo internazionale?

Per capire bene la posizione cattolica su questo argomento è necessario fare appello ai princìpi, e specialmente alla enciclica Quas Primas, di Pio XI, sul regno sociale di nostro Signore Gesù Cristo, enciclica che ha avuto nei documenti di Pio XII sviluppi così luminosi.

Il regno di Gesù Cristo è per tutte le società umane, a partire dalla famiglia, passando attraverso i gruppi intermedi, e fino allo Stato, l’unica situazione completamente normale. Questo regno si realizza attraverso la professione pubblica e ufficiale della fede cattolica da parte delle nazioni, e attraverso la conformità delle leggi e degli atti delle collettività umane alla legge di Dio.

Poiché la legge di Dio consiste nei comandamenti, è necessario che le famiglie, le corporazioni, gli Stati rispettino questi comandamenti per quanto stia in loro. E poiché fa parte degli obblighi del cattolico difendere la verità e il bene, e combattere l’errore e il male, lo Stato in cui nostro Signore Gesù Cristo sia re si impegnerà – nella sua sfera – nel nobile compito di aiutare la Chiesa nella dilatazione della fede e nella estirpazione delle eresie, nel fomentare la virtù e nel reprimere il vizio.

Così facendo, le nazioni cattoliche giungeranno all’apice del loro benessere, della loro dignità, della loro gloria. E questo per due motivi. La Provvidenza protegge necessariamente i popoli che sono a essa fedeli. L’osservanza della legge di Dio porta necessariamente nel seno delle società umane l’ordine e la pace.

Quest’ultimo punto merita una spiegazione. I comandamenti contengono in sé tutto l’ordine naturale. Ora, un ente si sviluppa tanto più e tanto meglio quanto più le sue azioni sono conformi alla sua natura propria. Dal momento in cui tutti gli uomini agiscano secondo i comandamenti, regnerà nella società l’ordine naturale, e perciò stesso la società giungerà al suo fastigio. Ecco la ragione per cui sant’Agostino ha proclamato che la Chiesa cattolica, fondata per portare gli uomini al cielo, tuttavia influenza in modo così profondo, così forte, così benefico la società umana, che sembra essere stata costituita soltanto per il bene della vita terrena.

Ebbene, questo ordine naturale che la Chiesa insegna, fuori da essa non può essere completamente conosciuto né praticato. Infatti, in conseguenza del peccato originale, la tendenza all’errore e al male impedisce che le società attraverso i semplici mezzi naturali conoscano in tutta la loro estensione e pratichino nella loro integrità i principi della legge naturale. A tale scopo è necessario l’aiuto della Rivelazione e della grazia. Rivelazione che soltanto la Chiesa ha la missione di insegnare, grazia che Dio non nega a nessun uomo, ma che soltanto in essa si trova nella abbondanza torrenziale che conosciamo. Di modo che, fuori dalla Chiesa, le società umane non possono vivere secondo le loro stesse leggi naturali costitutive.

Abbiamo visto che cosa è successo nel passato alle nazioni pagane per il fatto di non conoscere Gesù Cristo. Molte di esse sono state dotate di un ingegno che ancora oggi ci meraviglia. Hanno costituito imperi che hanno riempito il mondo di terrore. Hanno lasciato opere di cultura e di arte mirabili. Ma sono cadute in polvere. Il fatto è che portavano in sé il germe della morte: non conoscevano Gesù Cristo.

Abbiamo visto poi a che fastigio si sono elevate le nazioni cristiane. La loro caduta è cominciata quando hanno rotto con la Chiesa di Gesù Cristo. E oggi sono a due passi dalla catastrofe. La loro salvezza, è chiaro, può derivare soltanto da un ritorno al Re divino.

Se così stanno le cose, che cosa ci si potrebbe aspettare dalla unione di questi Stati, finché non si opererà il loro felice ritorno al regno di nostro Signore Gesù Cristo?

* * *

Ma non bisogna semplificare. Alcuni rudimenti della legge naturale l’uomo li può conoscere e praticare anche quado cammini fuori dalle vie della Chiesa. La teologia lo insegna e la storia lo conferma. La grandezza di Roma le è venuta precisamente da questo fatto. 

Ora, un Papa non può essere indifferente al fatto che, in un momento di buon senso, i popoli traviati si riuniscano per concertare sforzi al fine di praticare nei loro mutui rapporti i rudimenti della legge naturale. Né può essere indifferente al bene che ne può derivare.

Ancorché, nelle terribili difficoltà dei giorni nostri, questo bene significhi soltanto uno iato o una pausa nel processo di disgregazione del mondo odierno, sarà il caso di allungare questo iato, di dilatare questa pausa.

E sarà solamente questo il bene? Chi conosce il domani? Uno iato di questo genere non sarà il momento scelto dalla Provvidenza per operare qualche grande meraviglia e toccare i cuori degli uomini?

Con questo pensiero, che non comporta illusioni ma che pure non si chiude a ogni speranza, devono essere viste le prospettive future che l’eventuale organismo internazionale può aprire.

Plinio Corrêa de Oliveira

 

Note:

(1) Cfr. Acta Pontificia Juris Gentium usque ad annum MCCCIV, a cura di Giorgio Balladore Pallieri e Giulio Vismara, Vita e Pensiero, Milano 1946.

(2) URBANO IV, Lettera Apud Urbem veterem, del 27-8-1263, ibid., pp. 7-8.

(3) BONIFACIO VIII, Bolla Unam sanctam, del 18-11-1302, ibid., pp. 8-9.

(4) LEONE XIII, Enciclica Immortale Dei, dell’1-11-1885, in La pace interna delle nazioni. Insegnamenti pontifici a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., 2ª ed., Edizioni Paoline, Roma 1962, pp. 123-124.

(5) PIO XII, Discorso Nel contemplare, agli Uomini di Azione Cattolica d’Italia, del 12-10-1952, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XIV, p. 359.

(6) PIO XII, Discorso Ci riesce, del 6-12-1953, al V Congresso Nazionale della Unione Giuristi Cattolici Italiani, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XV, pp. 483-492. Tutte le citazioni successive contenute nel testo sono tratte da questa allocuzione.

 

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 Plinio Corrêa de Oliveira

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