Un mondo che sanguina

Valter Maccantelli 3 anni fa
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In queste prime settimane di gennaio gli analisti di politica internazionale sono soliti dedicarsi alla pubblicazione di report e previsioni di vario genere per individuare quali saranno i punti e i temi caldi per l’anno che verrà.

È un esercizio per nulla semplice. Il rischio è quello di scadere verso l’astrologia, come gli oroscopi che vediamo in televisione in questo stesso periodo. Se fatto seriamente, però, è un esercizio utile: non ci dice quello che accadrà ma ci può indicare dove puntare lo sguardo per poi andare a vedere quello che vi succede davvero.

Facendo una rapida ricognizione di alcune di queste fonti occorre distinguere fra due livelli: il primo individua le tendenze di lungo periodo relative alla disponibilità di risorse, all’inurbamento della popolazione, ai flussi migratori, al comportamento delle grandi potenze, etc. Il secondo si applica maggiormente alle situazioni di singole aree, considerando il presente o un ragionevole futuro.

Partiamo da quest’ultimo piano più tattico. Le aree a cui dovremo guardare con una maggiore attenzione e preoccupazione nel 2017, fra le molte possibili, sembrerebbero essere quattro:

  • il Medio Oriente. È una costante in questi elenchi, ma nel 2017 saranno due le domande importanti a cui dovremo cercare una risposta sullo sfondo delle devastazioni di questo angolo di mondo.

La prima riguarda l’ISIS/Daesh. Se proseguirà la pressione militare delle forze congiunte di Siria, Turchia, Russia, Iran e coalizioni occidentali varie, il sedicente califfato finirà con il perdere gran parte del territorio tra Siria e Iraq che oggi rappresenta il suo asset più simbolico. Anche se questo dovesse succedere è ben difficile che il problema si risolva definitivamente. Lo zoccolo duro dei seguaci di al-Baghdadi cercherà un altro “santuario”.

Dove? Con la perdita di Sirte sembra fallito il tentativo di trasloco in Libia e la principale candidata sembra essere, in questo momento, l’Africa sub-sahariana (vedi sotto). Ma il califfo ci ha abituato alle sorprese e potrebbe cercare casa anche nella penisola dell’Indocina o portare letteralmente armi e bagagli in qualche angolo dell’Asia centrale ex-sovietica; per non parlare delle propaggini meridionali dell’arcipelago delle Filippine, da anni terra e mare di nessuno.

Il secondo gruppo di interrogativi ci porta in Turchia. Riuscirà Erdogan a completare la sua marcia di avvicinamento al potere assoluto grazie alla riforma costituzionale per il passaggio al sistema presidenziale? E, in questo caso, come proseguirà la realizzazione del suo progetto di egemonia regionale neo-ottomana? Riuscirà ancora a destreggiarsi tra una scomoda appartenenza alla NATO e un’utile alleanza con la Russia putiniana? Ce la farà a continuare a fare la guerra ai kurdi siriani e la pace con i kurdi iracheni ? Molte domande la cui risposta potrà palesarsi in questo nostro ’17.

  • L’Africa sub sahariana. Quella fascia del continente nero che abbraccia un vastissimo e complicatissimo territorio, dal Mali e Nigeria attraverso gli evanescenti Niger e Chad, con l’omonimo lago, vero ombelico della regione, per arrivare nell’inferno del Sud Sudan, il più giovane stato del mondo. Un’area che, pur distante, ci riguarda assai da vicino perché è lì che hanno origine la maggior parte di quelle masse di profughi che noi rileviamo solo quando arrivano nella vetrina del Mediterraneo. Il fondamentalismo islamico completerà il suo insediamento ad Ovest? L’irredentismo Tuareg, grande elemento di instabilità di tutta la regione, prenderà definitivo possesso del vasto ed inesistente Niger? In Sud Sudan potrà essere posto fine all’immane e suicida massacro in corso? Qualcuno si ricorderà ancora del Darfur e della sua guerra per bande?
  • Corea o meglio Coree. Quella del Nord congelata nel buio di una folle e pluri-generazionale dittatura comunista, sempre sull’orlo (e oltre) della carestia e del sottosviluppo cronico ma con un più che decoroso arsenale nucleare. Quella del Sud attraversata da una crisi politica interna senza precedenti ed esposta, come tutte le economie avanzate, ai rischi sociali della crisi. Reciprocamente in stato di guerra, che ha scavato un divario oramai incolmabile. Entrambe sospese in una tregua che dura da sessant’anni e che, come tutte le tregue, dovrà prima o poi tramutarsi in una pace stabile o in una ripresa del conflitto. Sarà questo l’anno nel quale qualcuna di queste contraddizioni farà nuovamente infiammare il confine più militarizzato del mondo?
  • Il Messico. Le statistiche ci dicono che in Messico nel 2015 (i numeri del 2016 non sono ancora disponibili) la violenza criminal-politica ha fatto 17 mila vittime: quasi quante ce ne sono state in Afghanistan e più di quelle in Iraq. L’emigrazione transfrontaliera con gli USA è stata una valvola di sfogo che ha permesso di traslare una parte della pressione oltre confine. Se Trump darà seguito al suo impegno di sigillare il famoso muro, che in gran parte c’è già, la pressione sociale nel paese è destinata a crescere sensibilmente. Arriverà a superare la soglia della guerra civile a imitazione di quello che è stato per decenni il “modello Colombia”?

Passando dal tattico allo strategico, il 2017 sembra destinato a vedere lo sviluppo dei due eventi più importanti del 2016: l’elezione di Trump e il rinnovato presenzialismo internazionale russo.

Per il neoeletto Donald e per il plurieletto Vladimir sarà una specie di anno zero.

Il primo dovrà combattere una feroce guerra civile interna per imporre agli apparati ereditatiti da Obama la sua svolta non-conforme in politica estera. Riuscirà a farlo?

Il secondo dovrà in qualche modo rassicurare il mondo che l’iperattivismo russo su molti teatri esteri è un fattore di stabilità e non di conflittualità, come molti temono. Lo vorrà fare? In caso di risposta positiva a queste domande la tensione su alcuni fronti di attrito, aperti anche con il concorso della dissennata politica del duo Obama-Clinton, è destinata ad attenuarsi.

Sono domande importanti perché questi fronti, direttamente o indirettamente, interessano quasi tutti l’Europa, Ucraina e Paesi Baltici in testa.

Non sono previsioni, lo ripeto, sono domande. Le domande nascono nella mente degli uomini, le risposte ci vengono, almeno in questo campo, dal reale. Una regola, però, vale per tutti: occorre seguire costantemente l’evolversi del quadro perché, se è pur vero che il mondo gira anche senza di noi, se non guardiamo attentamente in che senso gira, saremo noi a non sapere dove siamo andati a finire.

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 Valter Maccantelli

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