Il «Buon Governo». Una lettura

Alleanza Cattolica 10 anni fa
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Lorenzo Cantoni, Cristianità n. 345 (2008)

Trascrizione dell’intervento del professor Lorenzo Cantoni, presidente dell’I.Re.F., l’Istituto Regionale lombardo di Formazione per l’amministrazione pubblica, in occasione dell’inaugurazione dell’anno formativo 2007; tenuto a Milano, il 27 novembre 2006 (Auditorium G. Gaber, Palazzo della Regione Lombardia). Al testo sono state apportate alcune modifiche e integrazioni.

Ambrogio Lorenzetti fu chiamato ad affrescare tre pareti della Sala dei Nove in Palazzo Pubblico, a Siena. Una rappresenta l’Allegoria del Buon Governo, un’altra gli Effetti del Buon Governo nella città e nella campagna, separate dalle mura cittadine. La terza parete è dedicata invece a presentare l’Allegoria del Malgoverno e gli Effetti del Malgoverno.

Si tratta di una sala pubblica, una sala aperta. Questo è molto importante. San Bernardino da Siena nelle prediche parlava della Sala dei Nove e delle sue rappresentazioni come di qualcosa di facilmente accessibile a chiunque: nella tradizione politica dei comuni italiani è chiaro che la sala del governo è una sala aperta, non chiusa, ed è una sala che aiuta a riflettere su che cosa significhi governare per il bene comune.

Volgiamoci dunque all’Allegoria del Buon Governo.

Due immagini dominano la scena. Cominciamo con quella a sinistra, che rappresenta la Giustizia. Perché ci sia un buon governo ci vuole giustizia. La giustizia è qui rappresentata in un modo molto ricco: tiene una bilancia, a significare che comporta un equilibrio, non è squilibrata. Sulla bilancia vediamo due scene. Alla sinistra della giustizia, la scena della giustizia commutativa, che riguarda l’equità negli scambi, rappresentata da un angelo che consegna le giuste misure: la giusta misura lineare — la canna — che permette di prendere le misure dei beni immobili, e la giusta misura di capacità, per misurare il grano, il sale e così via. Dunque giuste misure e scambi equi. Abbiamo poi, alla destra della giustizia, l’altra scena che rappresenta invece la giustizia distributiva, che è la capacità di dare a ciascuno il suo, non in uno scambio equo — pensiamo per esempio alla pietà verso i genitori: non possiamo mai raggiungere un cambio esattamente paritetico —, ma che consiste fondamentalmente nel premiare e promuovere i buoni e nel punire i malvagi. A quei tempi il modo visivamente più efficace era quello della punizione con la pena capitale e dell’incoronazione dei buoni. Intorno leggiamo “Diligite iustitiam, qui iudicatis terram”: “amate la giustizia, voi che governate sulla terra ” (Sap. 1, 1). Questo iudicare non è solo nel giudizio delle controversie — della magistratura inquirente e giudicante —, ma è in ogni giudizio, e quindi anche nel governo e nella definizione delle leggi.

Dalle braccia della giustizia scendono due corde che vengono tenute in mano da una donna che rappresenta la virtù della Concordia. È forse un caso di etimologia popolare: concordia significa che i cuori stanno vicini, ma in questo caso Ambrogio ha ritenuto di rappresentarla come una donna che tiene le corde e unisce la giustizia distributiva e la giustizia commutativa (ma il riferimento potrebbe invece essere all’armonia musicale, al consonare). Queste corde, una volta unite dalla concordia — rappresentata con una pialla a significare che toglie le asperità, rende più lineari i rapporti — vengono tenute in mano da ventiquattro cittadini in cammino, e poi — come vedremo successivamente — sono annodate attorno al polso del Bene Comune.

Ventiquattro cittadini che dialogano. Vorrei introdurre ora il secondo personaggio della presentazione perché, anziché proporre il contrappunto visivo che Ambrogio stesso offre nella medesima sala, desidero rileggere l’affresco del Lorenzetti riflettendo sul sesto canto del Purgatorio di Dante Alighieri, uno dei canti politici per eccellenza della Divina Commedia.

Vi leggiamo: “ma di nostro paese e de la vita / c’inchiese; e ’l dolce duca incominciava / Mantova…” (Purg. VI, 70-72) — chi parla è l’anima lombarda altera e disdegnosa di Sordello (fine sec. XII o inizio sec. XIII-1269) — “e l’ombra, tutta in sé romita, / surse ver lui del loco ove pria stava, / dicendo: O Mantovano, io son Sordello / de la tua terra! ; e l’un l’altro abbracciava” (ibid., 72-75). Dante precisa: “Quell’anima gentil fu così presta, / sol per lo dolce suon de la sua terra / di fare al cittadin suo quivi festa” (ibid., 79-81).

Ecco il dolce suono che fanno le ventiquattro persone che parlano: in una città buona, in una società buona, il dialogo fra le persone è un dolce suono, che fa sì che le persone siano preste a rispondere, siano responsabili. Quindi, dal suono stesso delle persone emerge l’armonia degli intenti: la concordia.

Di che cosa parlano i ventiquattro cittadini? Qui ci può sicuramente soccorrere Aristotele che nel proemio alla Politica scrive: “È chiaro quindi per quale ragione l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento. Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali (e, in effetti, fin qui giunge la loro natura, di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso, e di indicarselo a vicenda), ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infatti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori ” (1). Dunque questo “dolce suon della sua terra”, quello che fa una società e una civiltà, è un discorso che non parla solo del piacevole e dello spiacevole, dell’utile e dell’inutile, ma anche del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.

Le due corde vengono radunate al polso del secondo personaggio principale dell’affresco. È un signore che di primo acchito può sembrare imbronciato, ma se lo si osserva con più attenzione è piuttosto serio che imbronciato. Rappresenta il Comune / Bene Comune: ha il segno del comando e del giudizio, ed è attorniato da nove donne, che rappresentano altrettante virtù.

Nella parte inferiore il Bene Comune è protetto da militi in arme, che lo difendono dagli attacchi esterni, compito questo dell’esercito, e dagli attacchi interni, compito delle forze di polizia.

Dunque, come si diceva, giudice e legislatore.

Leggiamo ora quello che Ambrogio stesso scrive all’inizio della Canzone del Buon Governo, riprodotta nello stesso affresco: “Questa santa virtù — cioè la giustizia —, là dove regge, / induce ad unità li animi molti / e questi, a cciò ricolti, / un ben comun per lor signor si fanno”. La dimensione del consenso, della libera scelta, è molto importante: se riprendiamo Aristotele, questi scrive che c’è un buon governo nella città quando i cittadini sono buoni. Il governo non produce cittadini buoni: questo dipende dalla libertà delle persone.

Il bene comune non volge mai lo sguardo “da lo splendor de’ volti / de le virtù che ’ntorno a llui si stanno”.

Osserviamo dunque le sei virtù sedute a fianco del Bene Comune.

La Prudenza, immediatamente alla sua destra — che è la capacità di amministrare secondo intelligenza, cioè usando la ragione — considera Preteritum, Presens, Futurum: riflette su ciò che è passato, sul presente e su ciò che ha da venire, impara dalla storia e studia e anticipa gli eventi.

La Giustizia è rappresentata come la commutativa nell’immagine grande, con la corona e con la spada.

La Fortezza poi è la capacità di perseguire il bonum arduum, quanto è difficile da raggiungere. Quello del Buon Governo è uno dei compiti più ardui… Secondo i medioevali la fortezza consiste in due attività principali: aggredere e resistere, ed è qui rappresentata con lo strumento da guerra e lo scudo; è la capacità di andare contro il “si è sempre fatto così…”, il “ma perché dovremmo fare diversamente?”, ma è anzitutto fortezza dentro se stessi, in greco sarebbe enkráteia, cioè capacità di ordinare ogni proprio comportamento verso il bene.

E poi la Temperanza, rappresentata qui con la clessidra, a indicare lo sforzo costante di perfezionamento, di temprarsi.

Possiamo a questo punto ascoltare il contrappunto uditivo di Dante, che — nella modalità dell’invettiva e dell’ironia amara — scrive: “Atene e Lacedemona, che fenno / l’antiche leggi e furon sì civili, / fecero al viver bene un picciol cenno / verso di te, che fai tanto sottili / provedimenti, ch’a mezzo novembre / non giugne quel che tu d’ottobre fili” (ibid., 139-144). In mancanza delle virtù, ci troviamo di fronte all’incapacità dell’amministrazione e della gestione di essere coerenti, di pensare il passato e il futuro in modo adeguato, in modo che accompagni nel tempo le generazioni. “Quante volte, del tempo che rimembre, / legge, moneta, officio e costume / hai tu mutato e rinovate membre!” (ibid. 145-147).

Quelle appena presentate sono le quattro virtù cardinali: i cardini di una vita personale e sociale adeguata, che Dante, coniando una parola nuova, avrebbe indicato come le caratteristiche di un uomo tetragono (Par. XVII, 24).

Ma Ambrogio aggiunge al loro fianco due ulteriori virtù, di natura spiccatamente sociale. La prima è la Pace. Come si vede, la Pace sta proprio al confine: se i militi operano bene, si sdraia su scudi, elmi e corazze. Se c’è la giustizia, se la città è bene amministrata, ne consegue la pace: “opus iustitiae pax”: “Effetto della giustizia sarà la pace” (Is. 32, 17).

Possiamo ascoltare il contrappunto uditivo sia di Dante, sia di Ambrogio. Dante scrive: “e ora in te non stanno sanza guerra / li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode / di quei ch’un muro e una fossa serra” (Purg. VI, 82-84).

Ambrogio dedica un cartiglio a Securitas negli Effetti del Buon Governo, in cui si legge: “Senza paura ogni uom franco camini / e lavorando semini ciascuno / mentre che tal comuno / manterrà questa donna in signoria” — la donna è la giustizia, da cui discendono sicurezza e pace. Negli Effetti del Malgoverno invece c’è un cartiglio dedicato a Timor, il contrario della sicurezza, dove si legge: “Per voler el ben propio — il bene individuale a discapito del bene comune —, in questa terra / sommess’è la giustitia a tyrannia, / unde per questa via / non passa alcun senza dubbio di morte, / che fuor si robba e dentro da le porte”, si praticano cioè il furto e l’omicidio.

Ma vi è un’ultima virtù, la sesta, che Ambrogio mette vicino alle virtù del Bene Comune: Magnanimitas, la magnanimità. La magnanimità mi sembra riassumere assai bene quanto Ambrogio c’insegna in questo stupendo affresco: è la capacità di avere un animo grande, capace di pensare il Bene Comune, capace di andare oltre l’orizzonte temporale immediato, capace di vedere le pietre preziose e capace di coltivare semi che germoglieranno solo successivamente.

Fin qui l’insegnamento contenuto nella parte centrale dell’affresco e in quella inferiore.

Platone nel Timeo dice che le persone umane sono le uniche piante ad avere radici in cielo. Di questo è ben consapevole Ambrogio, che nella parte superiore dell’affresco dichiara le sue radici. Se guardiamo sopra alla Giustizia, là dove questa volge gli occhi, troviamo una virtù che regge effettivamente la bilancia: è la Sapienza.

La giustizia non può operare senza la sapienza, cioè senza la ricerca del vero e del bene (e per Ambrogio certamente anche del bello).

E l’inizio della sapienza, il suo principio, è il timor di Dio: “initium sapientiae timor Domini” (Sir. 1, 16). Ambrogio pone allora attorno al Bene Comune, sopra di esso, le tre virtù teologali: la Fede, la Speranza e la Carità; aveva già messo nello scudo il sigillo della città di Siena, che rappresenta la Madonna col Bambino, e scritto anche la dedica della città: C[ommune] S[enarum] C[ivitas] V[irginis].

Sono le virtù che richiamano — nel continuo movimento della città degli uomini — a “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par. XXIII, 145).

Questa è la conclusione del Paradiso di Dante. A noi basta, per ora, raggiungere la fine dell’Inferno, e uscire “a riveder le stelle” (Inf. XXXIV, 139)…

Lorenzo Cantoni

 

 

Nota:

(1) ARISTOTELE, Politica, I, 2, 1253a, trad. it. di Renato Laurenti, in IDEM, Politica, Trattato sull’economia, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 6-7.

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